La cooperazione al tempo di Berlusconi

Due giorni a Roma di riunione degli Stati Generali della cooperazione e della solidarietà per discutere dei tagli previsti dal governo ai fondi dell'aiuto pubblico allo sviluppo. Diventa più forte però la critica al modello di sviluppo che anche la cooperazione propone.

Cooperazione e solidarietà all’epoca di Berlusconi: un tema difficile da trattare, soprattutto dopo i drastici tagli economici, fatti nel decreto fiscale dello scorso luglio, di pezzi importanti della vita pubblica italiana. Ne hanno parlato gli Stati Generali della Solidarietà e della Cooperazione Internazionale, che riuniscono più di 170 realtà della società civile italiana, nati durante il governo Prodi e oggi piuttosto preoccupati dall’annullamento di fatto dell’aiuto pubblico allo sviluppo deciso dal governo Berlusconi.
Secondo il ministro dell’economia Giulio Tremonti, infatti, soldi non ce ne sono e quindi lo stato italiano non può più sostenere gli impegni presi, a partire dal finanziamento degli Obiettivi del millennio, campagna lanciata dall’Onu per ridurre e contrastare la povertà e l’esclusione a livello mondiale. Nell’incontro pubblico promosso a Roma dagli Stati Generali il 20 ottobre, con il titolo «Quale lotta alla povertà: coerenza delle politiche e nuovi partenariati per una maggiore quantità e qualità degli aiuti», i diversi attori della cooperazione internazionale si sono confrontati principalmente sul futuro non roseo per la mancanza di fondi. Il rischio molto probabile è che i soldi per mandare i contingenti militari all’estero si trovino, mentre per sanità, istruzione ed interventi sociali in genere, bisognerà ricorrere a banche, fondazioni e multinazionali. Ipotecando così l’autonomia della cooperazione dagli interessi economici.
Per Raffaella Chiodo, coordinatrice della prima fase degli Stati Generali, «la società civile italiana non dovrebbe dividersi, come fanno alcuni, per le poche briciole rimaste, ma battersi per impedire il definito abbandono dell’impegno pubblico allo sviluppo». In sostanza, come anche scritto sul documento finale degli Stati Generali, bisogna rivendicare la necessità di cambiare la relazione tra ricchi e poveri del pianeta, puntando
alla qualità del lavoro ed ostacolando l’egoismo espresso dalle istituzioni, dal modello liberista, di cui questa crisi finanziaria permette di vedere tutti limiti. «Un altro impegno importante per la società civile – continua ancora Chiodo – è agire sulla deriva della società italiana, che sta manifestando in pieno una cultura egoista e razzista; le diaspore presenti sono fondamentali per costruire le alleanze necessarie ad affrontare questo momento».
Il sottosegretario agli esteri Vincenzo Scotti, che rappresentava il governo nell’appuntamento romano, va da tempo dicendo che saranno i privati a continuare l’aiuto pubblico allo sviluppo, e solo agli Stati Generali è stato possibile il confronto con la sua predecessora Sentinelli. L’ex vice ministra ha sottolineato come la crisi riguarda tutti, ma non per questo il governo può sottrarsi alla responsabilità pubblica di sostenere gli impegni internazionali. Lei stessa aveva individuato e programmato, lavorando congiuntamente con il ministero dell’economia, e proposto un percorso che avrebbe portato l’Italia a versare in pochi anni alle politiche di solidarietà internazionale il famoso 0,7 per cento del Pil che gli impegni internazionali richiedono.
Una possibilità importante anche per aggirare i tagli del governo è rappresentata dalla cooperazione decentrata, ancora non riconosciuta a livello nazionale: nemmeno la scorsa legislatura ha prodotto la nuova legge sulla cooperazione, richiesta ormai da un decennio e puntualmente disattesa. La qualità degli aiuti, quindi, potrebbe essere annullata dalla mancanza di quantità: ma gli ospiti internazionali, arrivati dal Mozambico, dall’Ecuador, dal Cile, sono stati i primi a dire che l’aiuto economico dei paesi ricchi deve essere un sostegno, non il tentativo di condizionare gli stati emergenti e a ritagliarne le politiche sociali ed economiche secondo le necessità finanziarie dei paesi più ricchi. Anche gli stessi Obiettivi del Millennio, secondo il punto di vista degli africani, risultano distanti dalla realtà: per Dot Keet, del South Africa’s Alternative Information and Development Centre, «come si può dire in un qualsiasi villaggio sudafricano che metà di loro sono destinati a morire, dato che lo specifico obiettivo Onu parla di dimezzare la fame nel mondo e non di annullarla definitivamente? E come spiegare la crisi dei prezzi alimentari, che sta drammaticamente incidendo sulle aspettative di vita di tanti paesi, se il problema non è la capacità produttiva ma la loro quotazione in borsa?».
Per Isabel Maria Casimiro, del Forum Mulher del Mozambico, le relazioni tra il suo paese e l’Italia sono antiche, e vanno continuate in un’ottica di solidarietà. Il Mozambico ha puntato moltissimo sulla questione di genere, per cui oggi i deputati donne in Parlamento corrispondono al 38 per cento dei seggi, come il 25 per cento sono le ministre e le sottosegretarie. Ma a una politica di forte empowement femminile a livello nazionale non corrisponde la realtà fatta di assenza di potere delle donne nelle località, nella proprietà fondiaria: situazione comune in molti stati africani, dove la sussistenza è garantita proprio dal lavoro femminile ma in cui le donne non hanno però diritti. Fondamentali anche le posizioni della diaspora migrante, che si sta muovendo a livello mondiale: in Italia, i tanti immigrati africani si stanno autorganizzando e rifiutano l’uso delle loro rimesse come sostituzione dei fondi pubblici allo sviluppo, come aveva proposto di fare il governo Berlusconi. Altro capitolo importante riguarda il prossimo G8, in programma per il luglio prossimo all’isola della Maddalena, in Sardegna, per cui alcuni organismi non governativi si stanno da tempo confrontando con le istituzioni italiane ed internazionali proprio sui temi legati agli Obiettivi del Millennio e alla lotta alla povertà.
Secondo Patrizia Sentinelli, il G8 è inutile, mentre per Scotti è necessario allargare il meccanismo di governo mondiale anche ad alcuni paesi emergenti, come l’India e il Brasile. Di summit in summit, però, le più alte cariche del mondo continuano ad evitare il confronto con le popolazioni: per don Franco Monterubbianesi, fondatore della Comunità di Capodarco, «fare la rivoluzione è difficile. Stiamo raschiando il barile del falso sviluppo, mentre sarebbe ora di rovesciare tutto; forse è meglio non avere soldi».
Per Rhi Sausi, direttore del Cespi, se non è possibile la cooperazione dell’Italia, possiamo realizzare la cooperazione degli italiani, sottolineando come la solidarietà sia già un’esperienza forte per tanti singoli e tante piccole associazioni. Intanto, l’opposizione ha creato l’intergruppo parlamentare sulle politiche di aiuto allo sviluppo e di lotta alla povertà, per cercare di rimettere in piedi il sostegno economico dello stato alla cooperazione internazionale. Non ci sono grandi idee. Per ora si sta pensando ad una nuova tassa sul tabacco, ma l’annuncio fatto da Scotti durante gli Stati Generali era stato bocciato la settimana scorsa, quando a proporre il contributo erano stati i deputati del Pd.
Dopo un intenso dibattito, rimane in piedi la domanda iniziale: quale lotta alla povertà? Con il relativo corollario sul coordinamento delle politiche. Da almeno due legislature, infatti, le Ong, le associazioni e gli enti locali impegnati in progetti di cooperazione internazionale chiedono invano che la cooperazione diventi parte integrante della politica estera italiana. Non nel senso di essere sudditi delle indicazioni della Farnesina, quanto piuttosto nel senso di fare della cooperazione uno dei pilastri del ruolo internazionale che l’Italia – con qualsiasi governo – dice di voler avere. Nei due anni di governo Prodi c’era stato un avvio di dibattito e di riforma, stroncato per la fine prematura della legislatura. I cinque anni del precedente governo di centrodestra, invece, avevano prodotto, oltre a una quasi esiziale contrazione delle risorse, anche una «distorsione» delle politiche di cooperazione, piegate alla «diplomazia del made in Italy» che era stata la cifra dell’immagine internazionale di Berlusconi. Senza contare i danni causati dalla partecipazione alla guerra in Iraq e in Afghanistan.
Ora, i tagli del ministro Tremonti configurano uno scenario inedito: da un lato il governo agisce come se la parentesi Prodi non ci fosse stata e riprende esattamente dove aveva lasciato, cioè nel mettere in piedi un meccanismo che spinga anche la cooperazione verso le aziende. Dall’altro lato, passata almeno per il momento la furia bellica, torna in auge l’idea della difesa degli interessi economici nazionali come asse portante della politica estera, anche a costo di isolarsi dai paesi più vicini, come dimostra la vicenda dei tagli alle emissioni di CO2. Soprattutto, però, il canale privilegiato per costruire ponti con il sud del mondo, viene completamente abbandonato a favore di un approccio essenzialmente securitario e militare: più controlli alle frontiere e soldi per la repressione avanzata, in Libia magari, ma niente soldi per i progetti che potrebbero aiutare ad attenuare gli squilibri economici, politici e sociali su cui si regge malfermo il sistema internazionale. Meno che mai, infine, interventi sulle multinazionali italiane: va bene far valere la golden share dello stato quando si tratta di salvarle dalle turbolenze del mercato, ma guai a proporre criteri di comportamento più rispettosi dei diritti umani e dell’ambiente. Ne va della loro competitività.

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