Anche l'Ue manda una flotta in Somalia

Dopo la squadra navale della Nato, parte dall'Europa una flotta dell'Ue per operazioni contro i pirati somali. Il sospetto però è che si tratti di una strategia per estendere la guerra al «terrorismo» nel Corno d'Africa e controllare i flussi di migranti.

L’Unione Europea è pronta ad inviare in Somalia una forza aeronavale per combattere la «pirateria». Lo ha dichiarato all’agenzia Reuters l’Alto rappresentante Ue per la Politica estera e la sicurezza comune, Javier Solana, già segretario generale della Nato dal 1995 al 1999. La task force sarà attivata entro il mese di dicembre sotto il comando del vice-ammiraglio della marina britannica, Philip Jones. Il quartier generale della forza militare dell’Unione sarà a Londra; all’operazione parteciperanno unità navali e reparti aerei di Belgio, Cipro, Francia, Germania, Gran Bretagna, Lituania, Olanda e Svezia. Secondo quanto riferito dal ministro della difesa tedesco, Franz Josef Jung, saranno attivati tre fregate, una nave appoggio e tre pattugliatori, che opereranno con ignote regole d’ingaggio in un’area compresa tra il Canale di Suez e le coste della Somalia e dello Yemen.
«Sono certo che questa forza navale darà un contributo importante al World Food Program delle Nazioni Unite, nella protezione delle navi che transitano a largo della Somalia, e alla lotta contro la pirateria – ha dichiarato Javier Solana – La pirateria si è insediata nelle coste della Somalia; quest’anno sono state assaltate una trentina di navi e sono stati causati danni economici per 18-30 milioni di dollari. Ciò ha trasformato l’area nella più pericolosa via marittima del mondo».
La decisione di trasferire nel Corno d’Africa una propria forza militare [la prima nella storia dell’Ue], è stata presa dell’esecutivo Ue senza investire il Parlamento di Strasburgo e senza un confronto politico tra i paesi membri sugli obiettivi e le modalità dell’intervento armato. Di certo, sono stati i ministri esteri di Francia e Spagna, nel giugno 2008, a presentare la proposta di una forza navale europea, mentre la formalizzazione della costituzione è giunta contemporaneamente al varo dello Standing Naval Maritime Group 2 [Snmg2], il gruppo navale Nato che il 15 ottobre si è installato davanti alle coste somale. Sotto comando della Marina italiana, l’Snmg2 è composto da sette unità militari di Germania, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Turchia e Stati Uniti; anche ad esso sono demandate non meglio specificate «operazioni anti-pirateria» e la «protezione» delle navi del World food program [Wfp] che trasportano il cibo destinato alle popolazioni vittime del conflitto.
Nonostante la missione Nato in Corno d’Africa estenda a dismisura e pericolosamente il raggio d’azione e le finalità operative dell’alleanza, non si può proprio dire che essa sia stata al centro di approfondite analisi tra gli strateghi di Bruxelles. L’invio dello Standing naval maritime group è stato discusso solo durante il vertice dei ministri della difesa Nato di Budapest, l’11 ottobre 2008. In realtà i partecipanti si sono limitati a ratificare l’impegno che Jaap de Hoop Scheffer segretario della Nato, aveva assunto con il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, nel corso di un incontro a New York, il 25 settembre 2008. All’ordine del giorno l’estensione e il rafforzamento del mandato della missione Isaf in Afghanistan e la cooperazione Onu-Nato in Kosovo, così al tema delle scorte militari Nato agli aiuti alla Somalia fu riservata solo una manciata di minuti a margine dell’incontro.
La richiesta di Ban Ki-Moon è stata comunque colta al volo non fosse altro perché permetteva di legittimare in ambito Onu i programmi di penetrazione e controllo militare del continente africano, nel nome della lotta al terrorismo internazionale. Così, con un tempismo senza precedenti, il 7 ottobre, su richiesta della Francia e di altri 19 paesi [tra cui Italia e Stati Uniti], il Consiglio di Sicurezza ha adottato la risoluzione 1838 sulla «pirateria marittima», che autorizza la comunità internazionale all’uso della forza, anche in acque territoriali, per contrastare «la crescente pirateria al largo delle coste della Somalia che colpisce la navigazione commerciale, le navi da diporto e i pescherecci».
Sulle cause e le dimensioni del fenomeno della «pirateria marittima», le ricerche e le analisi di valore scientifico sono poche. Gli unici indicatori quantitativi sono quelli forniti dall’International Maritime Bureau: nei primi nove mesi del 2008, sarebbero stati 32 gli attacchi a navi straniere effettuati da «pirati» di nazionalità somala nelle acque dell’Oceano Indiano e del Golfo di Aden. Un numero non impressionante, considerato che sono centinaia e centinaia le navi che attraversano quotidianamente le vie marittime prospicienti le coste somale. Qualche perplessità desta poi l’affermazione di fonte Onu-Nato-Ue che ci si trovi di fronte ad una insostenibile «impennata» nel numero degli assalti: secondo la Camera Internazione per il Commercio di Londra, gli incidenti registrati in quest’area nel 2005 furono in tutto 35. E davanti alla Somalia, nella speciale classifica dei paesi sottoposti alla minaccia della pirateria, c’è l’Indonesia, arcipelago d’isole che sino ad oggi nessuno ha pensato di «difendere».
Le cifre non spiegano comunque le ragioni politiche, sociali ed economiche che starebbero alla base del «crescente» fenomeno della pirateria in Somalia, paese in cui l’assenza di controllo statuale è in buona parte imputabile alle scellerate scelte di Washington e dei suoi alleati europei ed africani. In un lucido e provocatorio articolo sul settimanale «The East African» di Nairobi [12 ottobre 2008], il noto analista ugandese Charles Onyango-Obbo scrive che «senza un’economia funzionante e con una quantità infinita di persone impossibilitate a trovare lavoro, la pirateria diventa l’unica fonte di sopravvivenza per alcuni somali».
«La soluzione alla pirateria in Somalia – aggiunge Onyango-Obbo – non s’incontra in alto mare. Essa sta all’interno del paese. […] La presenza delle forze etiopi in Somalia ha fatto crescere il risentimento nazionalista e così si sviluppa l’estremismo e la continuazione del conflitto. Se gli etiopi se ne andranno, il governo di transizione collasserà e gli islamisti ritorneranno al potere. Essi sono l’unica forza in grado di gestire il ritorno dell’ordine in Somalia e possono soffocare la pirateria. Per gli interessi dei paesi dell’Africa orientale c’è una sola possibile soluzione: che i mullah ritornino a Mogadiscio». Proprio ciò che Stati Uniti e partner Ue e Nato non vogliono, il ritorno delle Corti islamiche, a costo di minacciare un terzo fronte di guerra [dopo Afghanistan ed Iraq] nel Corno d’Africa. Il Rapporto sullo stato del terrorismo, presentato nell’aprile 2008 dal Dipartimento di Stato, ha enfatizzato che «le più serie minacce agli interessi statunitensi sono rappresentate dalle operazioni di al Qaeda in Somalia», prefigurando un’estensione delle «guerre preventive» al continente africano.
Se quattordici navi da guerra Ue e Nato non giustificano la protezione di circa 35.000 tonnellate di aiuti alimentari che il Wfp invia mensilmente in Somalia, flotte con due [o tre] differenti bandiere, aldilà della dubbia legittimità delle operazioni «anti-pirateria», causeranno una duplicazione degli sforzi e lo spreco di ingenti risorse finanziarie. Gli alti comandi dell’Alleanza atlantica ci hanno tenuto a precisare che «la Nato si coordinerà strettamente con l’Unione Europea e le operazioni navali anti-terrorismo dirette dagli Stati Uniti», ma tutto sembra indicare che ai vertici della catena di comando dell’intervento internazionale in Somalia ci sarà il Pentagono, magari attraverso il nuovo comando Africom insediato l’1 ottobre a Stoccarda.
La risoluzione anti-pirateria del Consiglio di Sicurezza e l’attivazione delle flotte Nato ed Ue sono infatti successive alla richiesta degli Stati Uniti di «condividere la lotta al terrorismo» in Africa. Mentre poi il cosiddetto «contrasto militare della pirateria» è da anni al centro dell’attenzione degli strateghi di Washington, all’appuntamento nei mari somali Ue e Nato arrivano senza alcun dibattito interno. La Marina militare Usa avviò le attività di addestramento «anti-pirateria» nell’ottobre 2004, anno in cui gli attacchi registrati in Somalia furono solo due. L’ottobre 2005, il Maritime Liaison Office dell’Us Navy, con base in Bahrain, attivava un servizio definito in codice «MARLO», per monitorare le «attività sospette in mare particolarmente nel Golfo Persico e ad est delle coste della Somalia».
La prima vera operazione contro i pirati fu realizzata il 21 gennaio 2006 dal cacciatorpediniere Uss Winston Churchill: fu liberata una nave mercantile sequestrata da dieci cittadini somali che furono poi consegnati alle autorità keniane per essere giudicati da un tribunale di Mombasa. Il successivo 18 marzo, un incrociatore e una fregata statunitensi ingaggiarono nel Corno d’Africa un vero e proprio combattimento contro una piccola imbarcazione «pirata», colpendo a morte una delle persone che si trovavano a bordo. Meno di un mese dopo, due unità navali di Usa e Olanda, appartenenti ad una flotta multinazionale inviata nel Golfo Persico in appoggio alle operazioni in Iraq, venivano dirottate verso la Somalia nel tentativo, infruttuoso, di liberare un peschereccio sud-coreano sequestrato a 60 miglia dalla costa.
Le cronache dei due anni successivi registrano interventi anti-pirati poco significativi. Ciononostante, nel maggio 2008, alla vigilia cioè dell’escalation militare in Corno d’Africa, il portavoce della Quinta Flotta degli Stati Uniti con base in Bahrain, Stephanie Murdock, annunciava la «destinazione di numerose risorse della Marina Usa per combattere la pirateria, un problema che si sta attenzionando seriamente. Ufficiali e marinai si stanno addestrando duramente per queste missioni. La pirateria non è solo una questione che riguarda la Marina, o gli Stati Uniti d’America; essa richiede il coinvolgimento internazionale di molte agenzie e governi». Washington, intanto, attraverso il Comando per le operazioni in Africa [Africom], decideva il trasferimento nelle acque del continente delle unità della Coast Guard, in funzione anti-pirateria e di «difesa» delle zone di pesca.
A seguito del sequestro del cargo ucraino Faina con a bordo una trentina di carri armati e munizioni, la Marina Usa ha posizionato nel Corno d’Africa l’incrociatore Howard e altre due unità minori. Ma a largo delle coste somale, oltre alle navi statunitensi e a quelle della Nato, sono pure presenti una fregata lanciamissili russa e una nave portaelicotteri indiana. Quando a dicembre arriverà in Somalia la flotta dell’Unione europea, la stretta militare sarà imponente.
Pur di partecipare in posizione subalterna alle avventure africane dell’amministrazione Bush, l’Unione Europea e la Nato rischiano di precipitare nell’inferno somalo senza che a medio termine s’intravedano vie d’uscite dal conflitto. Gli ultimi mesi hanno segnato una rapida escalation dei combattimenti, con centinaia di morti tra la popolazione civile di Mogadiscio. I miliziani dello Shabaab [l’ala più radicale del movimento fedele alle Corti Islamiche cacciate dalla capitale con i bombardamenti di Stati Uniti ed Etiopia del gennaio 2007], avrebbero già conquistato alcune città meridionali. Secondo Peacereporter, dall’inizio dell’anno le vittime sarebbero già 1.238, mentre gli sfollati sarebbero più di un milione. Sempre più somali tentano intanto di abbandonare il paese via mare affidandosi ad imbarcazioni di fortuna o ad organizzazioni criminali. Secondo una stima diffusa da un gruppo di ricerca che fa capo all’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati [Acnur] e all’Organizzazione internazionale per le migrazioni [Oim], nei primi nove mesi del 2008, almeno 33.600 persone [per due terzi somali, il resto etiopi costretti a fuggire dalla siccità che ha colpito la regione] hanno raggiunto lo Yemen, con un picco di 8.500 arrivi solo a settembre. Sempre secondo il rapporto Acnur-Oim, almeno 230 persone sono morte durante la traversata del golfo di Aden, mentre 365 risultano disperse. Un flusso migratorio senza precedenti, che certamente preoccupa Stati Uniti-Nato-Unione Europea – perlomeno quanto la sedicente «pirateria» – la cui «regolazione» è forse una delle ragioni per spiegare l’iperattivismo militare in Corno d’Africa.
A rendere ancora più complessa e delicata l’odierna fase del conflitto c’è poi l’attiva partecipazione agli scontri dei militari etiopi presenti in Somalia nel quadro della missione dell’Unione Africana, Amisom [oltre 3.400 militari di Burundi, Etiopia ed Uganda]. Un’operazione di peacekeeping assai controversa, avviata formalmente su mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma che in realtà è sotto il coordinamento della Joint Task Force-Horn of Africa delle forze armate statunitensi, con base a Camp Lemonier, Djibouti. Ad Amisom non è mancato pure il contributo diretto della Nato: aerei da trasporto dell’alleanza hanno assicurato il trasferimento in Somalia di reparti e mezzi dei paesi africani partecipanti [gli ultimi due aerei cargo sono atterrati l’11 ottobre scorso a Mogadiscio con 400 militari del Burundi].
Non essendo più possibile distinguere tra occupanti etiopi, peacekeepers dell’Unione Africana e comandi o mezzi Usa-Nato, Amisom si è trasformata in uno degli obiettivi privilegiati dell’offensiva insorgente. Non è un caso che nei giorni scorsi i combattimenti abbiano interessato le aree circostanti l’aeroporto di Mogadiscio, dove la missione africana ha la sua sede. A ciò si aggiungono i sempre più numerosi attentati con bombe ed esplosivo ai danni dei veicoli o di unità della forza Ua. Le stesse milizie dello Shabaab, secondo fonti occidentali, avrebbero minacciato di estendere le operazioni militari al vicino Kenya, nel caso in cui venisse confermata l’intenzione del governo di Nairobi di addestrare 10.000 uomini dell’esercito somalo.
Ciò che oggi accade, dovrebbe fornire più di un motivo di riflessione alle agenzie delle Nazioni Unite. L’intervento umanitario e di imposizione della pace, sotto la direzione di eserciti e flotte navali, sono stati fallimentari, ma soprattutto hanno prodotto gravissime perdite di vite umane tra gli organismi governativi e le Ong che operano a fianco delle popolazioni somale. Secondo fonti Onu, quest’anno 14 operatori umanitari sono già stati assassinati. L’ultimo omicidio è avvenuto poco meno di una settimana fa nella città meridionale di Hudur, provincia di Bakool, e ha avuto come vittima Muqtar Mohammed Hassan, responsabile del programma idrico e sanitario dell’Unicef. Un funzionario del Wfp, Abdinasir Aden Muse, era stato colpito a morte un paio di giorni prima nella città di Merca.
C’è da chiedersi se il neocoordinatore Onu-Unione Africana per lo sviluppo e le iniziative di pace, Romano Prodi, vorrà o potrà fare un’inversione di rotta. I segnali, purtroppo, vanno in senso contrario. L’Unione Africana ha deciso d’istituire una forza d’intervento rapido nelle zone di guerra, l’African Standby Force, con 5 brigate, affidandone l’addestramento alle forze Usa di Camp Lemonier e del Comando Africom di Stoccarda.

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