Quando, nel 1968, venne ucciso Marthin Luther King, anche il quartiere di Prospect Heights, nel distretto newyorchese di Brooklyn, venne messo a ferro e fuoco dai riot della popolazione afro-americana. Si salvarono solo le vetrate del ristorante Tom’S Dinner, che venne protetto dagli stessi ribelli, forse per via dell’ottimo tacchino arrosto e della cortesia che dispensa a chiunque. Tom, emigrato dalla Grecia negli anni trenta, ancora sta dietro quel bancone, in un quartiere ormai quasi tutto popolato da afroamericani, tutti gli altri se ne andarono proprio negli infuocati anni settanta. Racconta quello che tutti gli osservatori più attenti hanno notato in questi mesi: «Mai aveva visto una mobilitazione tanto diffusa, mai avevo visto tanti giovani occuparsi di politica».
Nel 1981, quando gli americani elessero Ronald Reagan, l’84 per cento dei voti era espresso dai bianchi. Questa percentuale è scesa fino al 77 per cento delle scorse presidenziali. Ed è destinata a scendere ancora, come suggeriscono gli indicatori della registrazione al voto e della partecipazione alla campagna elettorale. Sono voti che probabilmente faranno la differenza e probabilmente Obama non capirà che non è il gallo che canta a far sorgere il sole, che il mondo gira esattamente al contrario di come si vede dalla finestra della Casa bianca.
I voti della Nuova America potrebbero essere bilanciati dalla variabile degli indecisi. Ma, notava qualche giorno fa il New Yorker, essere indecisi di fronte alla scheda elettorale quest’oggi sarebbe come se una hostess sull’aereo vi proponesse di scegliere tra il menu con il pollo e quello che contiene polpette di merda condite con pezzetti di vetro, e uno chiedesse: «Com’è cucinato il pollo?».






