«My president is black!», solo dopo le 23, quando la notizia è ufficiale, per le strade di Crown Heights, quartiere di Brooklyn condiviso da caraibici black ed ebrei aschenaziti provenienti dall’est Europa, qualcuno comincia ad esultare.L’annuncio arriva dalle stazioni della metropolitana, dove gli altoparlanti che di solito forniscono ragguagli sulle deviazioni dei percorsi della giungla sotterranea cominciano a esclamare: «Obama is the new president the United states».
In superficie, lo stesso annuncio arriva dalle macchine che puliscono le strade, le automobili e persino gli autobus di linea strombazzano.
I giovani che di solito stazionano ai cornershop gestiti da arabi urlano, ed ecco che la ronda della polizia si da più frequente. E quando la volante targata Nypd rallenta le voci si abbassano con frustrazione. L’effetto del terrore che domina le periferie conseguente alla Tolleranza zero di Rudolph Giuliani e anche la metafora della festa al là dei set televisivi. Un’immagine che racchiude i sentimenti di gioia e speranza della popolazione nera di New York, la città in cui mille mondi convivono in un equilibrio miracoloso e sempre sul filo. Ma anche le mille contraddizioni che il nuovo presidente dovrà affrontare.
La giornata era cominciata molto presto, ai tantissimi seggi. A Crown Heigts, lunghe file ai seggi della scuola elementare «George Brower».
La prima stanza a destra dell’ingresso è l’auditorium, sulle cui pareti campeggiano i ritratti giganti di alcuni degli eroi della Black America. Ovviamente il reverendo Martin Luther King, ma anche Rosa Parks [la donna che per prima si rifiutò di cedere il posto a un bianco sull’autobus, correva l’anno 1955] e il musicista Duke Ellington. Una signorina afroamericana ci accoglie e ci indirizza verso la cabina elettorale, poi quando le spieghiamo che siamo una specie di osservatori internazionali dal basso spiega il meccanismo di voto. È il sistema del voto elettronico, tanto contestato. Si entra nella cabina, si abbassa una leva per dare il via alle operazioni, si esprime la preferenza e si conferma che il sistema ha registrato il voto giusto riabbassando la leva. «Funziona?», chiediamo sapendo che nel frattempo in Virginia il meccanismo si è inceppato. «Per ora sì», risponde lei sorridendo. E poi, tradendo la sua simpatia per uno dei due contendenti: «Siamo fiduciosi perché stanno votando tantissime persone».
Da Brooklin ci spostiamo a nord dell’isola di Manhattan, nel quartiere africano di Harlem, roccaforte di Obama e luogo simbolo dell’America nera. Lungo il tragitto, sulla carrozza della metropolitana, una donna incoraggia chi gli sta vicino. È una specie di preghiera gospel: «Andate e votate per Obama. Che Dio lo benedica. Aspettiamo da anni questo momento». Si vota in una chiesa battista alla fine di Malcolm X boulevard. Anche qui file pazienti, e scene di eccitazione collettiva. Applausi e urla di approvazione verso i debuttanti al voto. Solo che uno si aspetta dei diciottenni coi pantaloni strappati e si ritrova fuori dalla cabina degli energumeni black sulla quarantina, impacciati ed emozionati. Ha scritto il Daily news, tabloid pro-Obama, citando lo showman Jay Leno, «gli americani non danno il voto perché loro non ci danno un candidato». Musica a tutto volume e attesa spasmodica amche nella sede dell’associazione dei senegalesi di Harlem, dove il faccione di Obama campeggia sui muri.
La discesa verso i quartieri neri del sud passa per l’attraversamento della Fitfty avenue. Le principali emittenti televisive hanno installato studi lungo la strada. Al Rockfeller center la pista da pattinaggio si è trasformata in un punto di ascolto. Qui pare di essere al superbowl, con il segnapunteggio che raccoglie i voti e sale lungo i piani del grattacielo. Ancora più a sud, a Union square, ci sono gli adolescenti bianchi che sostengono Obama e che aspettano notizie. Un ragazzo che lavora per una radio pubblica locale, verso le 22, annuncia: «Obama ha vinto in Ohio, è fatta: tutti quelli che hanno vinto in Ohio sono poi andati alla Casa bianca. Abbiamo un nuovo presidente». Si srotola un bandierone a stelle e strisce e si suonano bonghi. Le parole d’ordine cambiano di piazza in piazza. I bianchi dicono «Bush is over», festaggiano sopratutto perché l’era di Bush, il presidente che alla fine del suo mandato ha raggiunto un livello di gradimento pari allo zero, è finita. I neri, «my president is black».
Sono due facce dell’America che ha eletto Obama. E che adesso, dopo aver tentato di mascherare la crisi economica, politica e ambientale con l’esaltazione della differenza, di genere o di etnia, e aver trovato un uomo in grado di inscenare questa rottura culturale prima che politica, aspetta di vedere cosa cambierà veramente.






