Fermata Grand Army Plaza, tra Brooklyn e Manhattan. Quattro ragazzini afroamericani, pantaloni larghi da rapper e treccine ai capelli, entrano in un vagone della tentacolare metropolitana di New York verso le 23 del 4 novembre 2008. Da pochi minuti gli Stati uniti hanno un nuovo presidente e, signori e signore, è un «black». I quattro discutono. Parlano come se un metronomo battesse il tempo in quattro quarti, dandosi tono da grandi e ritmo da rappers. La ragazza con il pataccone di Barack indica la scritta che indossa sul bavero: «Change we can believe in!», «Le cose cambieranno, statene sicuri. È un presidente, ed è un fratello». Al suo fianco, uno smilzo dice: «L’America ha già avuto un presidente nero, e lo hanno ammazzato, ammazzeranno anche lui». Il giovane si richiama a una storiografia sotterranea che ripercorre la storia degli Stati uniti, e che ne ridisegna i colori. Qui sono convinti anche la Statua della libertà doveva essere nera, nel progetto iniziale, in omaggio alla lotta contro la schivitù. Il terzo ragazzo rimprovera tutti: «Obama non è nero, sua madre è bianca». Disapprovazione generale, che si estende ai sorrisi di derisione di tutti gli abitanti del vagone. «My president is black», è una delle frasi ricorrenti da qualche minuto a questa parte. Il quarto ragazzo sostiene che alla fine «Obama sarà un politico come gli altri, non bisogna farsi illusioni». Al di là del folklore dei rally elettorali e dei festeggiamenti democratici, la discussione racchiude gioie, speranze e timori di quelli che hanno sospinto Obama fino alla Casa bianca. Il voto di ieri mostra la profondità della crisi globale e della nazione che aveva provato a fermare la storia e ristabilire il comando unilaterale del mercato globale. Quel tentativo è finito, così come è finita l’ondata liberista che ha segnato anche nel senso comune, gli Usa da Reagan in poi. Vi pare poco?






