Il tira e molla diplomatico per il futuro della provincia balcanica non è affatto finito. Tra Pristina, Belgrado, Bruxelles, Washington e il Palazzo di vetro dell'Onu si cerca una via d'uscita all'impasse scattata dopo la dichiarazione d'indipendenza del febbraio scorso.
EULEX: MISSION IMPOSSIBLE
La situazione socio-politica in Kosovo è tornata a essere tormentata e confusa. La partita tra, Onu, le cancellerie occidentali, Unmik, che dovrebbe tornare a casa, ed Eulex, la nuova missione civile di stampo europeo prossima a entrare in azione, sembra non finire mai. Il gioco-forza delle diplomazie occidentali, arbitri-registi-piloti di questa partita, non ha permesso di chiudere, una volta per tutte, la questione kosovara. L’Europa, forte del fatto di avere ben 22 stati su 27 che hanno riconosciuto il Kosovo indipendente, avrebbe potuto agire diversamente. Ma i tentennamenti dell’Europa non aiutano a sbloccare la situazione, che anche per queste ragioni, è ritornata a essere molto ingarbugliata. Va tuttavia tenuto presente che tutti gli stati che hanno riconosciuto il Kosovo indipendente, Italia compresa, hanno preso un impegno nei confronti del Kosovo e del Piano Athisaari, ma hanno ancora un impegno con Belgrado, con la risoluzione Onu 1244 che è ancora legge. Questa posizione schizofrenica dell’Europa o riconverge presto al palazzo di Vetro oppure diventerà sempre più insostenibile. In sostanza negli ultimi mesi si sono registrate delle evoluzioni-involuzioni che potrebbero essere così riassunte. Eulex, la missione civile, che era pronta da circa sei mesi a operare in Kosovo, è ancora ferma per via dei veti della Serbia che sino a una settimana fa si è mostrata contraria, manifestando apertamente lo scontento anche con proteste organizzate a Mitrovica e Gracanica. La Serbia non permetterà a Eulex di operare perchè ciò significherebbe accettare da parte delle autorità di Belgrado le evoluzioni avvenute in Kosovo e riconoscere apertamente l’allontanamento di Pristina. Questo è il succo dell’azione politico-diplomatica giocata da Belgrado. L’Unione Europea ne ha preso atto e ha capito che qualsiasi forzatura avrebbe potuto rivelarsi una mossa assai rischiosa. Dal versante kosovaro, le euforiche autorità di Pristina, sin dal giorno stesso della dichiarazione d’indipendenza, hanno sempre espresso un parere favorevole alla missione Eulex e hanno sempre spinto i governi europei a accelerare tale missione. Da meno di una settimana le posizioni di Belgrado e Pristina per quanto fossero schiette, forti e sincere si sono completamente ribaltate. Questo si è verificato quando è giunto ai loro rispettivi indirizzi il piano in sei punti del Segretario Generale dell’Onu Ban Ki-Moon sulla riconfigurazione di Unmik, accordo che, di fatto, darebbe l’avvio al dislocamento della missione europea. Le pressioni ed i contatti delle Nazioni Unite, proprio per ammorbidire le posizioni serbe e cercare di trovare un buon compromesso, hanno spinto Belgrado a leggere e ad interpretare i sei punti dell’Onu con un’altra enfasi. Si è trovato un parziale compromesso. Le autorità serbe hanno espresso un parere favorevole al Piano e Belgrado si è detta pronta ad accettare la presenza di Eulex in Kosovo a tre condizioni: che la nuova missione venga dispiegata con l’approvazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu; che sia neutrale riguardo alla status del Kosovo; che non faccia alcun riferimento al Piano Ahtisaari. L’apertura condizionata di Belgrado è stata accettata dalle varie cancellerie con grande ottimismo. Lo scoglio più duro si pensava fosse superato e con esso sbloccato lo stallo Eulex . Si sono però sottovalutate le naturali reazioni di Pristina. Il lavoro dei diplomatici occidentali accreditati in Kosovo a nulla è valso per trovare un accordo di massima sui sei punti del nuovo Piano Onu, anzi le autorità di Pristina hanno avuto modo di esprimere e ribadire una posizione che sembrava ormai essere chiara a tutti. Sia il Presidente del Kosovo, Fatmir Sediu, che il Primo ministro, Hasim Thaci, hanno espresso il loro interesse a rafforzare il dialogo e contribuire all’estensione della nuova missione Eulex, nel rispetto, però, del Piano Ahtisaari, della Costituzione del Kosovo e delle sue leggi. Neanche il sottosegretario del governo americano, Daniel Fried è riuscito, per il momento, a far digerire a Pristina questo boccone amaro. Fried ha cercarto di placare gli animi e convincere le autorità kosovare a vedere i sei punti dell’Onu come il presupposto logico per far entrare in azione Eulex. Nulla, Pristina ha rigettato il piano in quanto, a detta di Hasim Thaci, “non si tratta di una proposta della Comunità Internazionale, bensì di Belgrado, che Pristina non accetta in questa forma e contenuto”. Il Primo Ministro del Kosovo ha affermato anche che il sogno di Belgrado sul Kosovo dovrà svanire per sempre. Commenti lapidari che lasciano intendere come il clima di questi giorni sia cambiato. Si sono registrate, infatti, nei giorni scorsi una serie di vicende preoccupanti come l’ordigno esploso appena fuori la sede dell’Ico [Iinternational civilian office], le crescenti proteste e intimidazioni a Mitrovica, sfociate in scontri e tafferugli, le scritte innegianti l’Uuk apparse su alcune case nel Bosnian Mahalla, quartiere misto di Mitrovica, e le proteste di movimenti, come Vetevendose, contro quelli che definiscono «nuovi diktat» per il Kosovo. Il clima si è arroventato e la comunità internazionale c’ha messo del suo. Sono naturali le proposte di Belgrado, così come altrettanto legittime lo sono quelle di Pristina. Nella normale dialettica politica, per questioni importanti e cruciali, il lavoro sin qui svolto dalle due parti in causa è più che normale: ognuno cerca di dar peso alle sue prospettive, cercando di portare quanta più acqua possibile al proprio mulino. Quello che sembra assurdo è invece l’atteggiamento altalenante della comunità internazionale, che disposta a uscire dal vicolo cieco in cui si è trovata, usa tutti gli strumenti a sua disposizione, spesso anche contraddicendosi. Le reazioni e la chiusura di Pristina ai sei punti possono essere facilmente comprensibili se si presta attenzione al contenuto degli stessi. Questi punti infastidiscono Pristina perchè, se implementati alla lettera, consentiranno alla Serbia di pronunciarsi su aspetti cruciali della vita quotidiana dei kosovari, dalle dogane alla polizia locale alla protezione dei monumenti culturali e religiosi, alle comunicazioni e alle questioni legate all’ordinaria amministrazione che si credevano risolti per sempre. Non è sicuro che si uscirà presto da quella che sembra una «missione impossibile», ma di sicuro il dispiegamento di Eulex previsto in un primo momento a giugno del 2008, poi spostato a settembre, previsto forse per il 2 dicembre, pare che partirà, su tutto il territorio del Kosovo, nel marzo del 2009. Eulex non riuscirà a dispiegarsi il 2 dicembre, ma «non si può nemmeno ritirarla perchè sarebbe una sconfitta» dicono in molti. Non si può nemmeno dispiegarla solo nelle aree albanesi perchè quest’ultimi non l’accetterebbero. Alla fine, quasi sicuramente il 2 dicembre, con basso profilo, si dichiara la partenza della missione in maniera «graduale», iniziando ovviamente nelle aree albanesi ma con promessa che appena pronti i cioccolatini si andrà anche nelle aree serbe.






