Per la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, le donne wayuu hanno deciso di lanciare una carovana che diventa parte del movimento indigeno colombiano. Un movimento che per la prima volta mette in difficoltà la politica repressiva del presidente Alvaro Uribe Velez.
Sono giorni movimentati in Colombia. Da ottobre la mobilitazione permanente indigena si è trasformata in una «Minga» di resistenza popolare che ha coinvolto tutti i movimenti sociali e si è tradotta persino in uno sciopero generale indetto dalla Cut, la centrale sindacale unitaria. L’arrivo della marcia indigena di cinquantamila persone a Cali sembrava essere il punto più alto della mobilitazione, con la richiesta inedita e sorprendente da parte del presidente colombiano Alvaro Uribe Velez di voler incontrare i manifestanti. Invece gli indigeni non si sono fermati e per far «fluire la parola e far tacere le armi» hanno continuato a marciare sino a Bogotà. Dopo sei anni di vero e proprio «uribismo», per la prima volta lo strapotere mediatico e politico del presidente sembra segnare il passo. Dove non sono arrivati gli scandali della parapolitica, i legami con il paramilitarismo ed il narcotraffico, le indagini della Corte suprema sulla corruzione per modificare la costituzione e farsi rieleggere, pare sia arrivato il movimento indigeno con la sua straordinaria mobilitazione che va avanti ormai da oltre un mese. Una mobilitazione che ha avuto e continua ad avere nella parte femminile una componente centrale. Proprio le donne Wayùu hanno iniziato il 20 novembre nella regione della Guajira una mobilitazione che durerà sino al 25, quando culminerà nella giornata mondiale contro la violenza sulle donne. A partire dalla casa delle donne Wayùu di Maicao, dedicata a Carlo Giuliani, inizierà una marcia che lancia una campagna che vuole fare luce sulle migliaia di casi di donne torturate e ammazzate in Colombia. Una marcia che porta con sé anche il messaggio centrale della difesa di quello che le donne Wayùu chiamano «Wounmainkat», la Nostra Terra, per richiamare l’attenzione non solo sulle violazione dei diritti umani ma anche su la violenza delle multinazionali e dei paramilitari contro il territorio con lo scopo di dar vita a megaprogetti e sfruttamento delle risorse. Una denuncia forte e diretta verso i protagonisti di questa violenza e verso un regime politico che garantisce impunità ai carnefici. Negli ultimi anni sono state oltre 250 le donne Wayùu uccise per aver difeso il loro territorio e i loro diritti. Una Carovana per Wounmainkat che attraverserà i municipi di Burroni, Dibulla, Rioacha, Uribia per ritornare a Maicao, dove saranno presentate due relazioni, una sul Territorio e un’altra sui diritti umani. Alla fine della giornata del 25 novembre ci sarà un dibattito con la delegazione di donne indigene del Cauca, la regione del paese da cui è partita la mobilitazione indigena e dove più radicate sono le pratiche di resistenza e di autogoverno del movimento.
«Una campagna dunque per l’abolizione di tutte le forme di violenza contro la nostra Terra che resiste e si oppone alla pubblicità mediatica che alcune multinazionali realizzano con differenti mezzi. Nella loro pubblicità queste multinazionali promuovono il progresso e lo sviluppo, così come il loro impegno nel rispetto dell’ecosistema e verso i popoli indigeni che abitano la Guajira da millenni, cosa che contraddice palesemente la realtà dei fatti, in un territorio dove gli unici giganti siamo noi donne Wayùu», ci spiega Karmen Boscan, la leader della «forza delle donne Wayùu» che ha promosso la marcia. Una mobilitazione che si inserisce nel quadro dell’insurrezione generale dichiarata dai movimenti indigeni contro il regime che vuole annientare i loro territori ed annichilire le loro culture. Negli stessi il giorni i movimenti indigeni insieme al resto dei movimenti sociali consegneranno i due milioni di firme raccolti per promuovere il referendum sull’acqua e riportare nelle mani dei cittadini un bene comune fondamentale, che negli ultimi dieci anni in Colombia, come altrove, è stato privatizzato. Difesa dei beni comuni, partecipazione e protagonismo sociale, verità e giustizia per i crimini impuniti, rifiuto degli accordi commerciali di libero scambio, richiesta di un modello di sviluppo fondato sul «buen vivir», integrazione regionale all’insegna della sovranità e della solidarietà, sono alcuni dei temi centrali sollevati con forza dal movimento indigeno in questi giorni. A Uribe questa volta non è bastata la solita scusa del terrorismo per criminalizzare un movimento che ha dimostrato di saper tessere relazioni politiche ed alleanze con altri soggetti del paese e a livello internazionale. Un movimento, quello indigeno, che si sta dimostrando il collante delle proteste contro un regime di terrore che ha asfissiato per troppo a lungo decine di milioni di colombiani. Queste mobilitazioni ed il loro esito avranno un grande impatto sull’immaginario del paese e di quanti vedono nei movimenti sociali una speranza concreta per iniziare a costruire finalmente un paese in cui democrazia e pace non siano solo parole vuote.






