Un concerto, la ricostruzione di un asilo usato dai soldati israeliani, un centro per i bambini denutriti e l'idea di un generatore eolico e solare per un ospedale. Il racconto di una visita nella Striscia di Gaza, per scoprire, e sostenere, progetti di resistenza quotidiana all'assedio.
Il 10 ottobre, sono entrata a Gaza, dove non tornavo da oltre due anni. L’ultima volta è stata in occasione delle elezioni per il Consiglio legislativo, nel gennaio 2006, quando la Fiom aveva partecipato alle delegazioni di osservatori internazionali. Erano le elezioni da cui uscì vincitrice Hamas e dopo le quali quella infelice striscia di terra con il suo milione e mezzo di abitanti palestinesi è stata oggetto e teatro di violenze: bombardamenti israeliani e centinaia di vittime, distruzioni, scontri tra fazioni armate palestinesi, e il lungo assedio che dura tuttora e non permette mobilità né in entrata né in uscita di merci e persone,
Poco più di due anni hanno trasformato la faccia di questo pezzetto di terra e la vita delle persone. Il ritiro israeliano ha lasciato macerie dietro di sè e altre ne ha prodotte. L’entrata dal check point di Eretz mette di fronte a una nuova e tragica situazione. Alle otto di mattina sono sola, passo prima da una piccola cabina dove mostro il passaporto e ho il via libera, poi attraverso un enorme edificio, un terminal da aereoporto, deserto apparentemente, con una lunga fila di sportelli ovviamente chiusi data l’assenza di persone che vogliano o possano entrare. Pochi minuti allo sportello 9, per timbro passaporto, senza interrogatori, e poi attraverso questo grande spazio. Tutto il personale che controlla attraverso computers e videocamere, si trova al piano alto, dietro grandi vetrate. Percorro un lungo corridoio coperto tra due reticolati, specie di terra di nessuno deserta, e poi entro su una strada sterrata in territorio palestinese.
Macerie da tutti i lati, è quello che resta della zona industriale, dove prima erano attive fabbriche, e anche qui è stato costruito un alto muro di cemento. Terminal super tecnologico, muro, macerie: niente potrebbe con maggior evidenza mostrare il passaggio da un mondo all’altro. Il mondo ricco, l’inferno dei poveri. Qualche taxi spera in quasi impossibili clienti, e qualche ragazzo si offre di portare valigie per racimolare pochi sheckel.
Sono venuta per incontrare i partner palestinesi, della campagna «Un futuro per Gaza», lanciata da Action for peace – di cui la Fiom è parte attiva – a maggio di quest’anno, nel quadro della campagna internazionale «End Gaza siege» promossa da un buon numero di personalità indipendenti di Gaza www.end-gaza-siege.ps coordinata da Eyad El Sarray, un medico attivissimo, il cui assistente viene a prendermi. Incontro Eyad a fine mattina, dopo aver scambiato qualche opinione con il responsabile del Cric, una Ong che non ha mai lasciato Gaza. Come tutti coloro che incontrerò in queste calde giornate di ottobre, Eyad è pieno di energia e parla del progetto più importante: la raccolta di un milione di firme contro l’assedio, da consegnare alle istituzioni internazionali. Sono già arrivati a 500.000.
Di fronte a un bel mare, con qualche raro pescatore, che si comincia a vedere verso mezzogiorno, e qualche bandiera palestinese piantata sulla spiaggia, Eyad ricorda che probabilmente queste acque sono sempre più inquinate per la quantità di liquame e rifiuti che vi si riversano ogni giorno. Il sistema fognario non funziona [anche per mancanza di energia elettrica] ed è impossibile da riparare, in mancanza di pezzi di ricambio. Lo stesso Tony Blair, recatosi in visita in rappresentanza del Quartetto Ue, Onu, Russia e Usa, ha denunciato con una lettera al governo israeliano lo stato di collasso dell’economia e della società di Gaza, la malnutrizione e le malattie dei bambini, l’anemia delle donne, la vita sotto la soglia di povertà dell’80 per cento dei cittadini.
Hatem e Nadine sono due giovani che vogliono realizzare un sogno e un’idea intelligente contro l’assedio: «Un concerto con poche parole molta musica e ballo, tutto palestinese. Ma che faccia vedere al mondo un’altra Gaza, non solo quella delle vittime della violenza, del sangue, delle fazioni armate, ma una Gaza che resiste, che spera e che in questo presente vuole costruirsi un futuro». Hatem è uno dei cantanti che si esibiranno, è molto chiaro sull’impostazione che sta dietro a questo progetto: di fazioni non vuol neanche sentir parlare. Quanto alle possibilità economiche, non saprebbero come fare a realizzare il loro sogno, il nostro contributo è per loro decisivo per poterci ancora credere e cominciare a lavorarci. Hanno già inviato un progetto più dettagliato e hanno anche fissato la data del concerto, prima della fine dell’anno.
Poco dopo sarà invece Abu Isam, responsabile internazionale del sindacato dei metalmeccanici del Pgftu, con cui la Fiom ha lavorato per molti anni, e che continua a collaborare con quel che resta del Pgftu fuori da ogni partito: «Sono indipendente, e non faccio che ripetere ai miei sette figli di non legarsi a nessun partito». Parla molto dell’impatto sulla vita sociale dello scontro tra Hamas e Fatah, della distruzione del lavoro fatto in questi anni per costruire il sindacato. La sede è oggi mezzo distrutta da missili israeliani [compreso quel centro computer che era stato comprato con una sottoscrizione dei metalmeccanici italiani] e quel che resta è occupato da Hamas.
Il settore lavorativo più importante è quello dei dipendenti pubblici [comprende anche 40.000 uomini delle forze di sicurezza delle due fazioni], ancora in parte in sciopero, che ricevono lo stipendio da Ramallah, dall’Autorità nazionale palestinese. Abu Isam è critico su uno sciopero tutto politico, che tocca settori vitali come la scuola e la sanità e che non ha una vera piattaforma. Con Hamas viene rifiutata qualsiasi collaborazione, anche se c’è la consapevolezza che se si andasse ora alle elezioni sindacali, sarebbero loro a prevalere, e non per ragioni ideologiche, ma solo materiali. A loro viene riconosciuto, anche da chi non li ama, di aver riportato ordine e ristabilito il rispetto per regole e autorità.
Israele, dice Abu Isam, sta lavorando anche nella West Bank per il suo obiettivo: distruggere qualsiasi principio di autorità: «Purtroppo la comunità internazionale è immobile e dipendente dalle condizioni Usa; la Ue si limita a far affluire un po’ di soldi».
Partiamo con Husam al mattino presto per Khan Younis: è il responsabile del Remedial Education Centre , un uomo sensibile, intelligente, che vuole mostrare quanto più possibile, nel poco tempo a disposizione, delle loro attività essenzialmente riferite a bambini. A Khan Younis visitiamo il reparto pediatrico dell’ospedale europeo: 27 bambini malati gravi [spesso impossibile trasportarli dove potrebbero avere migliori cure], che il gruppo di giovani «medici clown» cerca di divertire e sorridere «soprattutto prima delle operazioni». L’ospedale è grande, pulito, mancano alcuni medicinali, ma tutti sembrano molto impegnati nel proprio lavoro, e sorpresi da visite straniere.
Torniamo in fretta verso Jabalia, al nord, dove si trova l’asilo a cui Action for peace di Milano ha inviato un primo finanziamento. La storia di questo asilo è singolare: è stato invaso una notte di marzo da un gruppo di soldati israeliani, che hanno sfondato porte, spaccato finestre, distrutto computer e perfino giocattoli, lasciando un messaggio di scuse sulla lavagna indirizzato ai bambini. Sono rimasti tre i giorni, usandolo come base da cui hanno sparato sulle case di fronte, uccidendo un palestinese «E’ avvenuto proprio dal mio ufficio – dice Husam – Perciò non ci ho messo più piede». Il finanziamento è servito a sostenere per un mese l’attività portata all’esterno e a ripristinare edificio e materiali. Adesso l’asilo è di nuovo funzionante, i bambini ai loro posti allegri, le maestre sorridenti e contente. Il centro di Husam si occupa anche, esperimento nuovo per Gaza, dell’inserimento nelle classi di una vicina scuola di bambini disabili «per vincere il tabù sociale che prescrive di tenerli a casa e nasconderli». Husam è molto contento della visita, mi consegna una lettera di ringraziamento per «Action for peace» e ci tiene a dire che avere visite serve a dare più forza ed energia, soprattutto in condizioni così difficili.
Naim è un giovane e brillante ingegnere del Collegio universitario per le scienze e tecnologie applicate di Gaza [www.ccast.edu.ps]. Mi accompagna all’incontro – predisposto dal rettore del Collegio – all’ospedale di al Shifa, il più grande di Gaza, dove il nostro progetto , consiste nell’istallazione di un sistema per produrre energia eolica e solare, rendendoli così indipendenti dalla fornitura, molto saltuaria e discrezionale, di energia elettrica da parte di Israele. C’è il nuovo direttore dell’istituto, ci sono ingegneri e tecnici del reparto scelto per l’installazione, quello di cardiologia, nell’unità di terapia intensiva. Sembrano non avere alcun problema per gli ostacoli che potrebbero essere creati per l’accesso dei macchinari da parte di Israele: ciò che va agli ospedali di solito entra. Sono entusiasti, tanto più che stavano già pensando ad una soluzione di questo genere. Se c’è un luogo dove regnano sole e vento è proprio Gaza.
Di nuovo a Khan Younis, in un centro, Ard al Insan [www.ardelinsan.org], che si occupa di dare cure e cibo a bambini [4000 l’anno, tra qui e Gaza] malnutriti, affetti da anemia grave, con braccia e gambe filiformi: vogliono che guardi questa tristissima realtà, mentre le mamme con un gesto repentino si coprono il viso col velo nero. Per i vari reparti mi guida Hanan, una giovane donna alta, molto energica, che spiega i dettagli della loro attività in perfetto e instancabile inglese. E’ competente nel suo lavoro per sottrarre alla fame, alla morte questi bambini, per educare le madri a una alimentazione adeguata anche con un poverissimo bilancio. Vedo solo i suoi occhi vivaci e intelligenti nella fessura del velo, sento la sua energia e la sua contentezza nella stretta di mano con cui mi saluta. Il centro è nato per il forte sostegno di una Ong svizzera «Terre des hommes». Mi accompagna il responsabile di Khan Younis per il Palestinian center for human rights. Tornando verso la città di Gaza percorriamo la strada costiera, un tempo inaccessibile per la presenza delle colonie. Molte macerie sono state finalmente rimosse e anzi c’è una zona in cui sorgono nuove case costruite dall’Unrwa. Purtroppo sono tutte bloccate, come bloccato è un padiglione nuovo dell’ospedale «al Shifa», per mancanza di materiali da costruzione. Nonostante questo, non ho visto che voglia di costruire, entusiasmo di fare, riconoscenza e voglia di camminare con le proprie gambe. Neanche nei luoghi di maggior sofferenza ho sentito rassegnazione o disperazione. Ci sono intelligenze, c’è cultura, idee, forse anche per questo Raji Sourani, il direttore del Pchr, conclude dicendo «noi non abbiamo il diritto di essere pessimisti!»
«Un futuro per Gaza» Banca Etica c/c n° 545454 Intestato a: Associazione ONG Italiane
- coordinate IBAN: IT 89 N 05018 03200 000000545454
- codice BIC/SWIFT: CCRTIT 2184D indicare causale: «Un futuro per Gaza!«






