I due aeroporti di Bangkok sono tutt’ora occupati dagli oppositori al governo dell’Alleanza del popolo per la democrazia [Pad], migliaia di passeggeri sono stati evacuati dalle autorità e portati in città. Potrebbe essere l’ultima fase della «guerra finale» lanciata il 26 agosto dalla Pad, con l’occupazione della sede della tv di Stato e di parte del parlamento.
Secondo un giornalista di Peacereporter, presente sul posto, all’interno dello scalo thailandese di Bangkok permane calma. Ieri sera più di diecimila attivisti del Pad hanno occupato l’aeroporto senza incontrare la resistenza delle forze dell’ordine. I dimostranti vogliono bloccare il traffico aereo fino alle dimissioni del premier, Somchai Wongsawat. Wonsawat, di ritorno dal Perù dove ha partecipato al vertice Apec, non è quindi atterrato nella capitale ma a Chiang Mai, nel nord del paese, dove sono scoppiati scontri tra oppositori e sostenitori del governo che hanno provocato la morte di un manifestante.
All’aeroporto di Chiang Mai il premier ha detto ai giornalisti di non aver preso nessuna decisione sullo scioglimento del parlamento e la convocazione di elezioni anticipate, come gli era stato richiesto dal capo dell’esercito Anupong Paojinda. Il generale ha chiesto ai manifestanti dell’opposizione di ritirarsi da tutti i luoghi pubblici che hanno occupato e ha invitato il governo a dimettersi e a convocare nuove elezioni. Paojinda ha però scartato l’ipotesi di un nuovo golpe militare dopo quello che destituì Thaksin Shinawatra due anni fa. Secondo il portavoce del governo però «il primo ministro non si dimetterà perché è stato eletto democraticamente».
Negli ultimi giorni la protesta contro il governo e la corruzione dei politici, che va avanti da agosto, si è radicalizzata. E l’opposizione dal canto suo intende innanzitutto ottenere le dimissioni del premier. Uno dei leader dei manifestanti tailandesi anti-governativi, che stanno occupando l’aeroporto internazionale di Bangkok, ha così respinto l’appello all’evacuazione lanciato dal capo dell’esercito, e ha detto che nuove elezioni non bastano per porre fine al conflitto. Al centro delle proteste guidate dalla Pad la corruzione e l’autoritarismo del governo. All’interno del partito confluiscono liberali democratici e monarchici.
Nel 2006, le proteste portarono al colpo di Stato non violento e alla deposizione dell’allora premier, nonché magnate delle telecomunicazioni tailandesi, Thaksin Shinawatra, fuggito ad agosto in Gran Bretagna per non scontare la condanna a due anni di carcere per abuso di potere, e che oggi, dopo che Londra gli ha revocato il passaporto e negato il visto, dovrebbe trovarsi in qualche località del sudest-asiatico. La parte della sua fortuna bloccata in Thailandia è valutata a due miliardi di dollari.
Secondo il Pad, anche i governi successivi erano guidati da burattini in mano a Thaksin. L’attuale premier, Somchai Wongsawat, è il cognato di Thaksin. Da circa sei mesi, le «camice gialle» [oppositori, per lo più cittadini benestanti della città] e le «camice rosse» [i fautori dell’ex premier Thaksin, per lo più poveri e rurali] si scontrano.
Il conflitto non riguarda solo la scelta del regime politico tra un sistema elettorale all’occidentale [un uomo un voto], che ha portato thaksin al potere e un sistema nel quale solo il 30 per cento dei parlamentari sarebbe eletto dal suffragio universale e il restante 70 per cento verrebbe scelto tra i rappresentanti di diverse professioni e occupazioni. Secondo il corrispondente di Liberation in Thailandia Arnaud Dubus, «la situazione nel paese assomiglia a quella della Francia nel 1789. C’è una crisi profonda e strutturale e non si sa come uscirne».






