Il primo ministro Manmohan Singh promette «tutte le misure necessarie» per individuare i responsabili degli attacchi di ieri notte. Il bilancio ufficiale si ferma a 101 morti e almeno 250 feriti. L'esercito indiano circonda i luoghi ancora occupati dai terroristi.
Di nuovo, per la terza volta in pochi anni, Mumbai [Bombay], la Maximum city, deve leccarsi le ferite. Cento e uno morti, oltre 280 feriti e almeno 200 persone ancora ostaggio di terroristi efficienti e ben organizzati, che hanno attaccato almeno sette diversi punti nevralgici o simboli della capitale culturale ed economica dell’India. Sono ferite molto profonde e a inquietare di più commentatori e giornalisti indiani e mondiali sono le differenze tra questo colpo e gli attacchi del passato.
In un discorso televisivo giovedì mattina, il primo ministro del governo federale indiano Manmohan Singh ha promesso che «saranno adottate tutte le misure necessarie» per individuare i responsabili degli attacchi. Che intanto, però, continuano a rimanere senza volto. L’unica sigla che ha rivendicato l’azione di ieri, i Mujahiddin del Deccan, è sconosciuta e gli investigatori indiani – che di terrorismo di vario colore hanno una certa esperienza – stanno valutando gli elementi. In passato, le bombe del 2003 e quelle del 2006, sono state attribuite, direttamente o meno, alla mitica D Company, una ramificata e potentissima organizzazione criminale, di matrice musulmana, guidata dal fantomatico Dawood Ibrahim da un dorato esilio a Dubai. Allora, però, gli obiettivi non erano i turisti ma soprattutto gli hindu e le bombe erano – nel delirio di Ibrahim – una risposta ai pogrom antimusulmani scatenati dai fondametnalisti hindu. Una manifestazione, quindi, della profondità delle divisioni storiche dell’India. Ieri, invece, i terroristi hanno colpito due hotel di gran lusso, il Taj Mahal Palace e l’Oberoi, la stazione centrale, l’aeroporto per i voli interni, il Cama hospital e il Chamad Lubavitch centre, nonché il caffé Leopold, storico locale del quartiere di Colaba, reso famoso dal romanzo Shantaram. In alcuni di questi punti, l’esercito indiano continua – al momento in cui scriviamo – a fronteggiare i terroristi e a cercare di liberare gli ostaggi ancora nelle loro mani. I media internazionali riportano che i terroristi hanno scelto, tra gli ospiti degli hotel, i cittadini britannici e statunitensi. L’attacco al Lubavitch centre, poi, non lascia quasi dubbi sulle radici «internazionali» dell’azione di ieri. Il primo ministro Singh ha alluso, come quasi sempre accade quando in India ci sono attacchi terroristici, a «paesi vicini». Il Pakistan, innanzi tutto, che però sembra avviato, con la fragile leadership del vedovo di Benazir Bhutto, Ali Zardari, su un cammino di convivenza, se non proprio pace, con l’eterno nemico indiano. Le parole di Singh suonano un po’ rituali, dovute, e insufficienti a spiegare come e perché un gruppo armato sconosciuto sia riuscito a organizzare un’azione che ha coinvolto decine di uomini, con tale capillare programmazione, ancora più sorprendente per chi conosce Mumbai.
Il primo effetto degli attacchi è statala sospesione delle contrattazioni di borsa a Mumbai, dove l’indice Sensex dall’inizio dell’anno ha perso il 50 per cento del proprio valore. La Banca centrale indiana ha rassicurato che il mercato continua su internet e che la borsa riaprirà prestissimo, anzi, che nel medio termine, gli attacchi saranno presto dimenticati per tornare a pensare ai pressanti problemi economici del paese, a partire dall’impatto della crisi finanziaria globale e di quella alimentare.
Il secondo effetto che gli attacchi potrebbero avere è scatenare una reazione degli hindu contro i musulmani. Un effetto forse calcolato da chi, tra le molte organizzazioni sospettate di essere dietro gli attacchi [un ramo deviato dei servizi segreti pakistani, i separatisti del Kashmir, organizzazioni musulmane radicali indiane – come gli Indian Mujahiddin], ha effettivamente condotto l’azione.
Il terzo e più profondo effetto, forse, sarà che l’India dovrà iniziare a pensare seriamente a che ruolo vuole avere sulla scena internazionale. Negli ultimi anni, l’India ha scalato posizioni in termini di crescita macroeconomica e di peso internazionale, fino a essere considerata un attore imprescindibile – tanto più in tempi di crisi globale – dell’assetto futuro del mondo. Lo testimoniano sia i pellegrinaggi di delegazioni commerciali e politiche dei paesi più ricchi, in cerca di nuovi mercati, sia l’ultimo rapporto sui trend globali dell’intelligence statunitense, sia il fatto che la marina indiana in questi stessi giorni è impegnata nella caccia ai pirati davanti le acque della Somalia. Caschi blu indiani partecipano alla missione Unifil in Libano e centri di interesse indiani [anche un po’ sospetti] sono spuntati in molte province afghane. Le indagini della polizia indiana forse diranno se, come indica qualche esperto, effettivamente ci sia un legame, magari lasco, ideologico forse più che materiale, tra i virus esterni, come al Qaida o meteore asiatiche della galassia jihadista, le fratture interne della più complessa democrazia del mondo e le ferite di Mumbai. Che viene colpita anche per essere proprio lei, la città degli eccessi, la finestra dell’India sul mondo.
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