Il regime tunisino processa le proteste

Si apre oggi in Tunisia il processo farsa contro sindacalisti e cittadini che da mesi protestano nel distretto minerario di Gafsa. Coinvolto anche un giornalista che ha raccontato la ribellione degli abitanti contro le politiche economiche e la dittatura del presidente Ben Ali. Solidarietà dall'Italia.

Inizia giovedì 4 dicembre davanti al tribunale di prima istanza del distretto minerario di Gafsa, in Tunisia, il processo contro 38 cittadini e sindacalisti che hanno partecipato alle proteste che da mesi sono in corso a Gafsa contro la politica economica e la repressione della dittatura del presidente Zine el Abidine Ben Ali.
«Sul banco degli imputati – scrive in un comunicato il Comitato per il rispetto delle libertà e dei diritti umani in Tunisia [Crldht] – ci sono alcuni nomi diventati emblematici della protesta, come Adnan Hajji, Taieb ben Ohtman, Bachir Labidi, membri del sindacato degli insegnanti di Redeyef, città del bacino minerario a un’ora di macchina da Gafsa. Allo stesso modo, è sotto processo Mouhieddine Cherbib, presidente della Federazione dei tunisini cittadini delle due sponde, a Parigi, e figura importante dei movimenti sociali legati all’emigrazione maghrebina in Francia, accusato di aver solidarizzato con il movimento di Redeyef e di aver diffuso all’estero informazioni sulle proteste».
Le proteste a Redeyef sono iniziate all’inizio del 2008 e solo a giugno la polizia del dittatore Ben Ali è riuscita ad arrestare 38 persone, considerate le figure di primo piano di una ribellione sociale, che ha radici economiche [la crisi del distretto minerario] ma un immediato risvolto politico contro il regime che da oltre venticinque anni regge la Tunisia grazie all’appoggio dei governi occidentali, Italia e Francia in testa. Il Crldht denuncia che «gli arrestati sono stati tenuti in condizioni spaventose, torturati e minacciati anche davanti ai propri familiari» e che «saranno giudicati per reati gravi, che potrebbero costare loro condanne molto pesanti». Le accuse formali sono quelle di «associazione a delinquere finalizzata all’aggressione e al danneggiamento di cose e persone», distribuzione di materiale «destinato a turbare l’ordine pubblico». Manca solo un passo per l’accusa di sovversione e terrorismo, ma in termini processuali, dato il controllo del regime tunisino sulla magistratura, non ci sarà alcuna sorpresa.
Le radici della protesta di Redeyef sono da rintracciare nella crisi del distretto minerario, centrato sull’estrazione dei fosfati. Quella di Gafsa è una delle regioni più depresse della Tunisia, che non trova posto nelle cartoline turistiche e balneari a cui il regime affida la propria immagine internazionale. Il tasso di disoccupazione a Gafsa è il doppio della media nazionale, le condizioni di vita sono pessime, altissimo è l’inquinamento ambientale. La scintilla che ha scatenato la ribellione è stata la scoperta che il concorso per l’assunzione di nuovi operai era stato truccato per favorire gli amici dei funzionari locali della dittatura. Dalla protesta contro la corruzione a quella contro il regime il passo è stato brevissimo. Gli arresti, operati immediatamente non hanno fermato le proteste. Anzi nelle settimane successive all’intervento della polizia di Ben Ali, in diverse città della regione di Gafsa ci sono state manifestazioni massicce contro il presidente. Tanto che la polizia ha dovuto rilasciare gli arrestati – racconta il Crldht – «per la pressione delle famiglie». La protesta ha anche travalicato i confini del distretto ed è tracimata sulla Rete, soprattutto su siti come Youtube e Dailymotion, che l’Ati, l’agenzia governativa tunisina di controllo della Rete, ha prontamente censurato. Non prima però che la notizia circolasse, costringendo il regime a inviare l’esercito per reprimere le proteste ancor più duramente: tre giovani sono stati uccisi dai soldati e i 38 imputati nel processo di oggi sono stati arrestati di nuovo.
Il processo, ora, rischia di essere un boomerang per il regime. Dalla Francia, dalla Spagna, dall’Algeria sono attese a Gafsa delegazioni internazionali di sindacalisti. Dall’Italia, la Fiom-Cgil ha inviato una lettera di solidarietà e una nota di protesta all’ambasciata tunisina a Roma. «La Fiom-Cgil esprime la propria ferma protesta contro la repressione messa in atto dal Governo tunisino nei confronti della legittima lotta della popolazione della zona mineraria di Gafsa – si legge nella nota inviata dalla responsabile internazionale della Fiom Alessandra Mecozzi – Esprimiamo la nostra solidarietà alla lotta pacifica di questa popolazione per un lavoro e una vita dignitosa, per lo sviluppo locale, contro la corruzione. Protestiamo contro gli arresti e richiediamo la liberazione immediata dei prigionieri; protestiamo contro la criminalizzazione della solidarietà con questo movimento espressa da Ong e società civile, in vari paesi.
Ci uniamo a tutte le Associazioni e sindacati che intendono far sentire la propria voce a sostegno di diritti fondamentali, come la libertà di espressione, di stampa, di Associazione.
Chiediamo alla Unione Europea di intervenire presso il Governo di Tunisi relativamente al non rispetto, della clausola di tutela dei diritti umani contenuta nell’accordo di Associazione tra Tunisia e Unione Europea».

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