Tarso Genro e la giustizia brasiliana

La notizia che è stata negata l’estradizione a Cesare Battisti, noto terrorista italiano, condannato all’ergastolo per quattro fatti di
sangue, avvenuti nel 1978 e 1979, sta scatenando gli stereotipi più inverosimili sul Brasile, considerato un paese «a basso tasso di
civiltà giuridica». Questa affermazione è di F. Merlo su La Repubblica del 15 gennaio 2008. Il suo articolo, vero crogiuolo di accuse
gratuite al governo Lula che peraltro dimostra di conoscere molto poco, colpisce per lo stile acido e per i toni davvero grossolani, sin
dall’esordio che dice: «Per il governo brasiliano Cesare Battisti è un incrocio di Simon Bolivar e del giudice Falcone».

Proprio questa modalità di trattare un fatto – uno solo – nel caso, l’estradizione di Battisti, e giudicare attraverso questo singolo
evento, un paese intero come il Brasile, invalidandone l’identità profonda, mi ha convinta a intervenire in merito per aprire alcune
questioni che spero siano utili a un eventuale dibattito o semplicemente a contribuire con un poco di chiarezza, oppure ancora,
se non altro, a invitare a essere più cauti nel descrivere un altro paese, specie se non europeo.

Saggista e pubblicista, ho vissuto diversi anni in Brasile, lavorando al Consolato di Belo Horizonte e da oltre un decennio mi occupo
attivamente di America latina, specie di Colombia e Brasile: due facce del continente sudamericano che hanno preso strade differenti. La prima ancora imbavagliata da una guerra civile irrisolta, il secondo appassionatamente impegnato nella costruzione di una democrazia reale dopo la dittatura che lo ha colpito, come altri stati latinoamericani, negli anni settanta. Ho anche avuto la fortuna di osservare, per ragioni di studio e ricerca, la storia del Pt [Partido dos trabalhadores] di Lula e in particolare la traiettoria di Tarso Genro, da perseguitato a ministro, la cui storia riassume, simbolicamente anche la storia di un’intera generazione che ha imparato la democrazia già durante la dittatura.

1) Questo è il primo punto che vorrei illustrare: la generazione al governo oggi con Lula ha imparato direttamente la democrazia, non come sfida ideologica, ma come pratica ideale, non come qualcosa da conquistare come un Palazzo d’Inverno e con le armi, ma con la paziente battaglia quotidiana contro le ingiustizie. In questo percorso dalle molte anime, che ha coinvolto militanti politici, laici, cattolici [ispirati alla teologia della liberazione], donne, giovani, indigeni, intellettuali e anche militari, la scelta della non violenza è sempre stata vincente. La risposta armata alla dittatura in Brasile non ha avuto diffusione di massa [e parliamo di un continente
grande trenta volte l’Italia], perché ha prevalso il dialogare insieme. Ciò nonostante i perseguitati sono stati migliaia. Sono quelli che oggi la «Commissione Amnistia», voluta da Tarso Genro, sta risarcendo, attraverso una grande campagna di raccolta di testimonianze orali che non vengono solo archiviate per la storia, ma servono come atto d’accusa [e di risarcimento] per la persona offesa.
Il Brasile è una democrazia vera con i problemi di tutte le società moderne, primo fra tutti quello della violenza sociale, specie nelle
città. E il modo con il quale sta affrontando il suo passato lo dimostra.

2) Proprio la scelta non violenta e la costruzione lenta, ma inarrestabile della democrazia ha portato alla costituzione in Brasile
di un grande corpo del diritto. Gli Ordini degli avvocati [dei singoli stati] e nazionale sono punti di riferimento imprescindibili per la
giustizia brasiliana che solo la miopia giornalistica italiana non sa vedere. Come si può affermare, come ha fatto Merlo su La Repubblica che «il Brasile… che è geniale nel calcio e nella tostatura del caffè, ha un basso tasso di civiltà giuridica»? Sono parole offensive che mal celano quel solito senso di superiorità verso un paese extraeuropeo, nella convinzione che un paese del Vecchio Mondo in ogni caso sempre sia più democratico. Ma su questo ci sarebbe moltissimo da dire….

3) Il caso Battisti si sta dibattendo in Brasile da diverso tempo, per lo meno da quando è stato arrestato e coinvolge la legislazione
brasiliana rispetto ai rifugiati politici. Io non intendo entrare in merito al personaggio Battisti che non ha mai ispirato la mia fiducia,
neanche negli anni settanta. Quello che desidero invocare è il rispetto per la decisione brasiliana e la non denigrazione del
ministro della giustizia Genro che ha soltanto compiuto un atto previsto dai precetti del suo paese così come nel 1989 lo stesso asilo
era stato concesso ad Alfredo Stroessner, il feroce dittatore del Paraguai. Tarso ha preso in esame la domanda degli avvocati di
Battisti e molti indizi indicavano che la motivazione politica era, appunto, a base della richiesta. Tanto è bastato per non poter
rifiutarla. In altre parole, Tarso ha rispettato la legge del suo paese che è venuta prima della considerazione della possibilità di
impasse diplomatica con l’Italia.

4) In Italia, del resto, specie a livello giornalistico e in molte dichiarazioni di politici eminenti [basta sentire la sequela ai telegiornali], si confonde fra terrorismo degli anni settanta e terrorismo attuale. Credo che siano due epoche storiche da valutare nella loro profonda differenza anche se ogni terrorismo, sempre e ovunque mi trova contraria perché l’atto che distrugge improvvisamente dei legami sociali [al supermercato, in una pizza o una discoteca] distrugge qualsiasi possibilità di dialogo, di creatività umana e apertura alla diversità: è un atto ignomignoso che tuttavia non si cura con altri atti di violenza. In Italia ancora si deve togliere dal rimosso storico quel decennio oscuro, farlo diventare in qualche maniera storia digerita, pur se non accettata. Il terrorismo oggi ha tutt’altra matrice. Non li si può mettere insieme in un unico calderone e invocare in nome del terrorismo di oggi punizioni per il terrorismo di ieri.

5) Battisti dove è stato in questi decenni? E’ giusto che sia punito ma perché si è aspettato tanto e perché ci si accanisce con il Brasile
che raccoglie solo l’ultimo atto di una vicenda che ha avuto come protagonista principale la Francia, con la cosiddetta «Dottrina
Mitterand» che dava protezione ai terroristi che abbandonavano la lotta armata. In questi decenni Battisti è cambiato, nel bene e nel
male è un uomo diverso. Che si sappia, non ha fatto atti di violenza. Certo dovrebbe pagare per quelli del passato, ma non dovrebbe anche valere la sua conversione a nuova vita?

6) E lascerei stare, nel dibattito sul caso, le sofferenze delle vittime del terrorismo. Non credo che debba esserci un risarcimento di
tipo individuale al dolore, quando questo ha fatto parte di una dimensione storica. Certo che esiste, ma la politica soprattutto deve
recuperarlo in un’etica collettiva che si fa educazione, rispetto e legalità, attraverso l’educazione civica e l’insegnamento di una
storia che tenga conto della complessità umana e della conoscenza di un’epoca al di fuori di preconcetti e luoghi comuni. Ma qui sta il difficile. L’Italia non si è ancora riconciliata del tutto con la sua guerra civile, quella Resistenza al nazifascismo che ha fondato la
Repubblica, ma che non è scesa nel cuore di tutti gli italiani.

7) Le relazioni fra stati democratici, anche quelle diplomatiche, richiedono una conoscenza reciproca approfondita che comprende la
cultura, la storia e la conoscenza dei rispettivi sistemi giuridici. Credo che se si fosse accompagnato meglio il percorso del Brasile in
questi ultimi dieci anni, si sarebbe capita non solo la mossa di Tarso Genro del non concedere l’estradizione, ma il perché lo ha fatto. Avvocato egli stesso, fautore del diritto naturale dell’essere umano cui compete, fra l’altro, diritto alla vita, all’onore, alla libertà e all’integrità fisica e morale; sostenitore del dialogo partecipante delle componenti della società, socialdemocratico convinto e operoso anche come teorico del diritto del lavoro e comunitario, non ha fatto questa scelta perché ha considerato Battisti un eroe, scambiandolo per un piccolo Che Guevara. Ha scelto così per rispetto alla legge, tanto che è lui stesso a dire [Folha, 15.01.09] che se avesse contato il suo passato politico non gli avrebbe concesso l’estradizione, tanto l’agire dell’italiano è stato lontano dal suo modo di fare politica. Anzi è lo stesso Tarso a ricordare che qualsiasi atto di qualsiasi ministro, in Brasile, può essere impugnato dal potere giudiziario.

8) Molte altre informazioni si potrebbero dare sull’operato dell’attuale ministro della giustizia brasiliano, parlando per esempio
del progetto Pronasci, un Programma nazionale di sicurezza pubblica che insegna la cittadinanza anche ai poliziotti abituati a rispondere nelle favelas con la stessa violenza che devono contrastare. Oppure della già citata Commissione amnistia che la sottoscritta sta accompagnando come osservatrice fin dal suo sorgere. Speriamo possa essere possibile in altre sedi. Per ora resta l’intento di aver, almeno un poco, sollecitato il desiderio di approfondire meglio le questioni, perché, scrive Gustavo Zagrebelsky [Imparare democrazia, Torino, Einaudi, 2005, p.21]: «La democrazia è discussione, ragionare insieme… affinché sia preservata l’integrità del ragionare, deve essere prima di tutto rispettata la verità dei fatti, che è la base di ogni azione orientata a intendersi onestamente».

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