Trattative in corso per gli ostaggi in Darfur

Medici senza frontiere ritira il personale. Secondo il governo sudanese, i rapitori sarebbero dei banditi che hanno chiesto un riscatto ma anche che siano ritirate le accuse di crimini di guerra mose al presidente sudanese Omar el Bashir dal tribunale penale internazionale dell'Aja.

Solo due persone dello staff di Medici senza frontiere rimarranno in Darfur per seguire le operazioni che si spera portino presto alla liberazione dei tre ostaggi rapiti ieri. Il resto del personale, ha comunicato l’organizzazione umanitaria, sarà ritirato. I tre operatori, un’infermiera canadese, Laura Archer, un coordinatore medico francese, Raphael Meonier, e il medico italiano Mauro D’Ascanio, sono stati rapiti due giorni fa, nel pomeriggio, da un commando che ha fatto irruzione nella sede di Msf Belgio a Saraf Umra, 200 chilometri a ovest di El Fasher, nel Darfur settentrionale. Assieme ai tre operatori occidentali, erano stati rapiti due membri dello staff locale che però sono stati subito rilasciati. Il ministero degli esteri italiano sta seguendo lo svogimento del rapimento, ma mantiene uno stretto riserbo sulla vicenda. La stessa linea è stata scelta da Msf. Dopo il primo comunicato in cui è stato confermato il rampimento, l’Ong ha scelto il silenzio per non mettere in pericolo le trattative con i rapitori.
I responsabili del rapimento sarebbero «banditi». Lo riferisce alle agenzie di stampa internazionali il direttore del protocollo del ministero degli esteri sudanese, Ali Yousef che ha aggiunto che per quanto riguarda le trattive «non c’è ancora nulla di nuovo». Il governatore del Darfur settentrionale, Osman Mohammed Yusef Kabir ha invece detto al Sudanese Media center che i sequestratori avrebbero chiesto un riscatto. Kabir ha detto di aver parlato direttamente con i responsabili del rapimento che avrebbero dato assicurazione di non voler usare alcuna violenza agli ostaggi. «I negoziati sono in corso, stanno procedendo bene e potrebbero portare a una veloce liberazione – ha aggiunto Kabir – I rapitori hanno detto che non vogliono ricorrere alla violenza; tuttavia hanno chiesto un riscatto in denaro». Il governo di Khartoum ha condannato il gesto come «un inaccettabile atto di illegalità».
Non ci sono al momento indicazioni sulla somma che sarebbe stata chiesta dai rapitori, ma secondo il quotidiano arabo Al Hayat, oltre a un riscatto in denaro i rapitori avrebbero chiesto anche che il Tribunale penale internazionale dell’Aja ritiri le accuse di crimini di guerra mosse contro il presidente sudanese Omar el Bashir. Al Hayat si spinge a dire che i rapitori sarebbero membri delle tribù arabe del Darfur e le richieste «politiche» sarebbero state avanzata nel corso di una telefonata con i mediatori sudanesi. Tra loro ci sarebbero diversi notabili delle tribù arabe del Darfur, le stesse, forse, da cui provengono le milizie janjaweed, accusate delle atrocità contro i civili.
E’ la prima volta che degli operatori umanitari stranieri vengono rapiti in Darfur. Un segnale che la situazione, dopo la decisione del Tpi, potrebbe diventare ancora più pericolosa. Due giorni dopo la formulazione delle accuse del tribunale dell’Aja, il presidente sudanese el Bashir aveva ordinato l’espulsione dal Darfur di tredici Ong occidentali, tra cui i rami francese e olandese di Msf. I tre rapiti lavorano con Msf Belgio. Appena un giorno prima del rapimento, poi, era stata l’Onu, attraverso l’agenzia Unamid, a lanciare l’allarme sul deterioramento della situazione sul campo, proprio per gli operatori stranieri.
In Darfur, la guerra in corso tra i movimenti ribelli e le milizie filogovernative janjaweed ha causato in sei anni almeno 300 mila morti e due milioni e mezzo di profughi. Molti di loro dipendono dagli aiuti umanitari, sia da quelli gestiti dall’Onu che da quelli delle Ong internazionali, che complessivamente assistono oltre un milione di persone. El Bashir ha minacciato ulteriori espulsioni, accusando le Ong di tenere il «99 per cento dei fondi per sé e l’1 per cento per la gente del Darfur». El Bashir accusa il tribunale di «neocolonialismo» e i governi occidentali di voler smembrare il paese, uno dei più ricchi di risorse naturali in tutta l’Africa.
Il governo sudanese sta cercando anche di usare questa vicenda per migliorare la propria immagine internazionale. Tanto che da Khartoum è arrivata nel primo pomeriggio di venerdì la notizia che sarebbe stato localizzato il luogo dove si trovano i tre volontari di Medici senza frontiere rapiti. «Sappiamo dove sono: abbiamo stabilito il contatto con loro e stiamo discutendo le loro richieste», ha detto Mutrif Siddig, sottosegretario agli Affari esteri del governo di Khartoum, confermando le trattative in corso per la liberazione dei tre ostaggi. Siddig ha garantito che Khartoum eviterà azioni di forza per liberare i tre operatori: «I sequestratori si spostano perché temono di essere attaccati dalle forze di sicurezza ma non faremo nulla che possa mettere in pericolo la loro incolumità», ha detto Siddig.

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