Alberto Flores, inviato di Repubblica, scrive che la «paziente zero» dell’epidemia di «febbre suina», era una signora di Oaxaca, in Messico, impiegata di 39 anni, la cui malattia – essendo ignota – è stata scambiata dai medici locali per una polmonite un po’ strana. Ammesso che si tratti davvero della prima vittima, la notizia propone alcune inquietanti domande. Come mai una dipendente pubblica, e non contadina, ha preso per prima un virus che dovrebbe provenire dai maiali, con i quali presumibilmente non aveva alcun contatto fisico? E che c’entrano i maiali, nella città messicana più indigena del paese, visto che i popoli originari non allevano maiali, ma in generale galline? E ancora: è noto – ce lo hanno raccontato in questi anni gli indigeni zapatisti del Chiapas – che i popoli indigeni sono i meno protetti, dal punto di vista sanitario, anzi si può dire che sono ignorati dalle amministrazioni statali e federali: se un’epidemia scoppia in un zona così, quali danni terribili potrà provocare senza per altro che se ne accorga nessuno? Oaxaca, in particolare, è stata teatro negli anni scorsi di una sollevazione popolare, proprio a causa delle pessime condizioni di vita dei poveri e degli indigeni.
Sembrerà una fissazione, parlare di indigeni messicani di fronte a una epidemia così ampia è[il Nord America, per lo meno]. Ma abbiamo il dubbio che lì i virus siano più liberi di agire che altrove. Tanto più che l’origine di questa nuova peste è sostanzialmente ignota: nessuno ci spiega di cosa si tratti e se per caso c’entro, come nel caso della «mucca pazza», qualche geniale metodo per aumentare la produzione.
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