L'8 aprile, mille e cinquecento famiglie di lavoratori rurali Sem Terra hanno occupato, nello stato brasiliano di Bahia, la tenuta di una multinazionale della cellulosa.
Lo scorso 8 aprile nello stato di Bahìa, in Brasile, millecinquecento famiglie di lavoratori rurali del movimento dei Sem Terra sono entrati nella tenuta Puntumujù della multinazionale Veracel Celulosa, nel distretto di Mundo Nuevo, per denunciare l’occupazione illegale di 96 mila ettari da parte della stessa impresa. Terre che dovrebbero essere destinate alla riforma agraria.
Nel corso dell’azione i Sem Terra hanno tagliato circa venti ettari di eucalipti piantati dalla multinazionale, nonostante la giustizia federale avesse già condannato lo scorso giugno Veracel a restituire le terre con la vegetazione nativa. L’eucalipto viene piantato per la produzione di pasta di cellulosa sbiancata, richiestissima nei mercati internazionali per produrre carta. Veracel nel 2000 è stata acquisita dal colosso Aracruz Celulose, che ne ha rilevato il 50% delle azioni.
La compagnia Aracruz S.A., nata nel 1967, è il maggior produttore di pasta bianca da eucalipto del mondo. Nel periodo della dittatura militare del generale Golberydo Couto de Silva, dal1964 al1985, inizia le sue attività sotto il nome di Aracruz Forestal. Durante gli anni ottanta espande le sue piantagioni di Eucalipto nello Stato di Bahía. Oggi possiede più di 320 mila ettari di piantagioni di eucalipto ed è stata più volte protagonista in negativo di numerosi conflitti con le comunità locali, indigene e contadine. La produzione annua di cellulosa sbiancata di Aracruz è di 2.4 milioni di tonnellate delle quali il 97% per l’esportazione. I principali importatori sono Europa (38%) e Nordamerica (36%). Molte comunità sono state duramente colpite dalle sue attività, che limitano fortemente l’accesso all’acqua ed al cibo a causa dei numerosi impatti che le piantagioni intensive di eucalipto provocano. Danni sia sociali che ambientali, come il prosciugamento di fiumi e torrenti a causa delle ingenti quantità di acqua necessarie alle colture, privando così la popolazione delle tradizionali forme di sussistenza come la pesca. Danni ambientali causati anche dall’uso di erbicidi che distruggono la biodiversità e inquinano l’acqua ed il terreno, creando seri problemi di salute alle popolazioni locali. I movimenti indigeni dei popoli Tupinikim e Guaraní da anni lottano per la difesa dei loro territori. Ma anche conflitti sociali, dicevamo. L’installazione delle colture ha causato lo sfollamento di comunità di indigeni e afrodiscendenti, molte delle quali andate ad ingrossare le fila delle degradate periferie della città, mentre le comunità riuscite a rimanere a vivere nelle proprie terre sono costrette ad affrontare situazioni di tensione e violenza, segnate da sofferenze, fame, minacce e morte.
La giustizia federale ha dunque condannato la multinazionale Veracel ha sostituire gli eucalipti con coltivazioni native, così da ripristinare l’equilibrio ecosistemico alterato da una produzione nociva per il territorio e le comunità. L’impresa ha già fatto sapere che ricorrerà in appello, dimostrandosi totalmente incurante delle leggi del diritto e della natura. Del resto da sempre in Brasile, come in quasi tutti i luoghi del mondo, le grandi multinazionali sono abituate a fare grandi margini di profitto sfruttando i lavoratori ed esternalizzando i costi ambientali sulla comunità.
Forse anche per questo il movimento dei Sem Terra ha deciso di passare all’azione entrando nei terreni, evitando di aspettare che qualche mega studio di avvocati di New York o qualche squadra paramilitare riescano a dilatare ancora tempi e responsabilità della multinazionale. Organizzarsi e lottare sul campo, colpo su colpo contro i grandi interessi legati al controllo della terra e dello spazio bioriproduttivo è l’unica strada percorribile per un movimento che dal basso è riuscito a costruire un nuovo immaginario, oltre che portare a casa vittorie importanti che, sul piano della prassi politica, gli consentono oggi di guardare al futuro con una dose in più di speranza.






