Una corte statunitense ha deciso andrà avanti il processo contro la sussidiaria della Boeing implicata nei voli segreti della Cia. La causa è promossa dalla Aclu per conto di cinque vittime di rendition, tra cui Kassim Britel, cittadino italiano detenuto in Marocco.
Il quotidiano marocchino At-Tajdid riportava il 7 maggio scorso una breve notizia: la denuncia presentata da Abou Elkassim Britel contro le autorità del carcere di Oukasha per le modalità della perquisizione subita al rientro in cella dopo un colloquio con i suoi familiari. Abou Elkassim Britel – Kassim per chi lo conosce – non è uno qualsiasi tra le migliaia di prigionieri islamisti delle prigioni marocchine. E’ un cittadino italiano, finito nel tritacarne delle extraordinary renditions della Cia – con la complicità attiva del governo italiano – e in attesa che la sua innocenza, riconosciuta dalla magistratura italiana, diventi un provvedimento di grazia concesso dal re del Marocco Maometto VI.
Ieri Kassim è stato ricoverato per accertamenti. La sua salute è molto provata dalla lunga detenzione iniziata nel marzo del 2002 in Pakistan e passata attraverso due periodi di torture nella prigione segreta marocchina di Temara. Del suo caso si sono occupati, tra gli altri, Amnesty international e il Parlamento europeo che aveva inserito la sua rendition nella rezione sulle deportazioni illegali compiute dalla Cia con la partecipazione di governi europei. Nel caso di Kassim, era il governo italiano, guidato da Silvio Berlusconi e che aveva come ministro degli esteri Gianfranco Fini.
Anche se sopporta le vessazioni e le umiliazioni che il governo marocchino riserva ai prigionieri islamisti e anche se con loro – come musulmano osservante – condivide le lotte, come gli scioperi della fame che di continuo vengono lanciati nelle carceri per protestare contro le condizioni di vita [l’ultimo sciopero è finito qualche giorno fa, dopo 24 giorni, il prossimo inizia in questi giorni, nell’anniversaio degli attentati di Casablanca e dell’indata di arresti indiscriminati che ne seguì], Kassim non è un detenuto come gli altri anche per un altro motivo. Il suo nome compare assieme a quello di altre quattro vittime di rendition in una causa che l’American civil liberties union ha intentato contro la Jeppesen DataPlan inc., un’azienda sussidiaria della Boeing che ha fornito «supporto logistico e pianificazione dei voli» nel programma di rendition organizzato dalla Cia durante l’amministrazione di George W. Bush. Era proprio a bordo di un aereo della Jeppesen che Kassim, ammanettato e incappucciato, è stato trasportato a maggio del 2002 dal Pakistan al Marocco, per ordine della Cia e con la connivenza del governo italiano.
Il 28 aprile scorso la corte federale d’appello del nono distretto ha decretato che la causa intentata dalla Aclu contro la Jeppesen per conto di Kassim e degli altri prigionieri andrà avanti. La corte ha quindi ribaltato la sentenza della corte federale di primo grado che aveva accettato il segreto di stato imposto dalla Casa bianca per evitare che il caso venisse discusso. Uno degli avvocati che ha impostato il caso, Ben Wizner, ha commentato che «si tratta di una decisione storica che segna l’inizio e non la fine di questa causa. I nostri clienti, che sono solo alcuni tra le centinaia di vittime delle rendition – ha detto Wizner – hanno aspettati anni anche solo per poter mettere piede in una corte di giustizia. La sentenza di oggi demolisce una volta per tutte la finzione, messa in piedi dall’amministrazione Bush e perpetuata da quella Obama, che anche per cose note in tutto il mondo si possa applicare il segreto di stato».
E’ una buona notizia per Kassim che aspetta nel carcere di Oukasha che il governo italiano dia seguito alle promesse più volte ripetute di intervenire presso la corte marocchina per fargli avere la grazia. La sua attesa rischia di essere vana. Almeno a giudicare dalla lettera che il ministro degli esteri Franco Frattini ha inviato il 10 aprile agli europarlamentari che in un’altra lettera, il 17 marzo 2009, avevano chiesto che fine avessero fatto le promesse del governo. «Non posso che ribadirvi la costante attenzione con la quale la vicenda del signor Britel è seguita da questo ministero», scrive Frattini, che però si riduce a parlare dell’«assistenza consolare» che le autorità italiane di Casablanca esercitano per «monitorare le condizioni di salute e detenzione» di Kassim. La stessa attenzione, a detta di Frattini, viene prestata per assistere sua moglie Annamaria Khadija Pighizzini, quando va in Marocco per fare visita al marito. Quanto alla questione principale, Frattini si limita a constatare i fatti: «Quanto alla possibilità che il connazionale benefici di un provvedimento di grazia, nonostante i reiterai passi svolti dalla nostra Ambasciata a Rabat non si sono registrate aperture in tal senso da parte delle competenti autorità marocchine». Come dire: lasciate perdere. Come se Kassim dovesse rassegnarsi a scontare una sentenza ingiusta, maturata in un processo farsa, per il quale, peraltro, il governo italiano non ha mai ritenuto di dover chiedere scusa per il proprio ruolo nella vicenda. Come se un cittadino italiano di religione musulmana fosse in qualche modo un cittadino di serie B.






