Dopo la vittoria contro la contro-riforma di George W.Bush, i migranti latinoamericani si trovano nel bel mezzo della crisi ad avere a che fare con l'amministrazione del presidente democratico. Che annuncia il pugno di ferro contro «chi delinque» ma promette la sanatoria per 12 milioni di persone.
Sul numero in edicola da questo venerdì 22 maggio di Carta ci occupiamo delle politiche degli Usa sull’immigrazione. Nella loro evoluzione storica, infatti, esse hanno sempre costituto una forma di disciplinamento della forza-lavoro migrante. È per questo motivo che George W. Bush aveva scelto di favorire l’immigrazione dal Messico concedendo ai lavoratori provenienti dalla frontiera sud solamente un permesso temporaneo che gli avrebbe impedito di organizzarsi e di godeddre di normali diritti sindacali, assecondando così il bisogno di mano d’opera delle aziende Usa e la spinta xenofoba di parte dell’elettorato repubblicano. Per lo stesso motivo, Bush il Piccolo aveva tentato di istituire Centri di detenzione sui modelli dei nostri Cpt-Cie, intensificare i controlli lungo il confine tra Usa e Messico e soprattutto di sanzionare l’«immigrazione irregolare» e di criminalizzare chiunque aiutasse un immigrato senza documenti [ricorda qualcosa?].
Adesso, l’amministrazione statunitense di Barack Obama continua a muoversi sulla stesso binario. Con la differenza non secondaria in tempi di crisi e disoccupazione galoppante, che il neo-presidente deve pagare una cambiale ai tantissimi elettori latinos. Così,l’amministrazione fa sapere di aver deciso di rafforzare le misure, già adottate dal presidente Bush, per controllare lo status dei migranti finiti in prigione, anche quelle locali. Il programma, hanno spiegato negli scorsi fonti dell’amministrazione al Washington Post, potrà portare ad un aumento delle deportazioni di migranti che hanno commesso crimini e verso i quali era stato già emesso in precedenza un ordine di deportazione. La mossa riflette la linea dell’amministrazione e del Congresso democratico di adottare il polso di ferro con gli immigrati senza documenti che commettono crimini piuttosto che con quelli rispettano la legge, sottolinea il quotidiano di Washington. Barack Obama si è già impegnato a cercare di arrivare entro la fine dell’anno ad una riforma dell’immigrazione che preveda una sanatoria per i 12 milioni di stranieri – in gran parte dal Messico e dall’America centrale – che vivono e lavorano da anni negli Stati Uniti senza documenti. Il programma prevede un sistema di controllo incrociato tra i database degli uffici immigrazione con quelli dei diversi dipartimenti di polizia: meccanismo che, entrato già in vigore per i detenuti delle prigioni federali e statali, ancora non è adottato nelle piccole prigioni locali. Il progetto pilota partirà il prossimo ottobre in 48 contee per espandersi in tutto il paese entro il 2012. Janet Napolitano è il ministro per la sicurezza interna. Non gode di ottima fama presso gli atitivsti per i diritti a causa del suo sostegno alla costruzione del Muro alla frontiera col Messico quando era governatrice dell’Arizona e stuzzicava i peggiori umori dell’elettorato bianco. Per Napolitano, «è molto chiaro» che la priorità è deportare gli immigrati senza documenti che hanno commesso crimini . «Noi siamo molto seri su questo e vogliamo portarlo a termine» le ha fatto eco David Price, il democratico che guida la commissione per la sicurezza interna della Camera precisando che le deportazioni scatteranno dopo che il detenuto avrà completato la sua pena negli Stati Uniti.
Insomma, rimane una partita aperta quella che riguarda i diritti dei migranti negli Stati uniti. La grande mobilitazione del 2006 contro il governo Bush era servita a bloccare il progetto contro i migranti del presidente, e addirittura aveva tirato la volata alla vittoria delle primarie del Partito democratico del futuro presdente Barack Obama. Obama aveva addirittura mutuato lo slogan di quel movimento. Il «Si se puede» dei migranti era diventato «Yes we can». Adesso, il peso dei movimenti deve misurarsi con le difficoltà della crisi e con le spinte più retrive del Partito democratico.






