L'escalation nel Delta colpisce la Chevron

I guerriglieri del Movimento di emancipazione del Delta del Niger hanno colpito cinque oleodotti della multinazionale statunitense. Anche l'Eni costretta a tagliare la produzione. Domani a New York la Shell va in tribunale per rispondere dell'assassinio di Ken Saro Wiwa

Secondo i quotidiani nigeriani, sarebbero più di mille e cinquecento le persone appartenenti a diverse comunità della regione del Delta del Niger, in gran parte civili, uccise nei primi dieci giorni dell’offensiva dell’esercito nigeriano. È impossibile verificare la situazione nei villaggi, dove ci sarebbero i civili morti e migliaia di rifugiati, poiché l’accesso ai luoghi teatro dell’operazione militare è stato chiuso per decisione del governo federale. Il Movimento di emancipazione del Delta del Niger [Mend] nella notte tra domenica e lunedì ha fatto saltare due oleodotti e cinque stazioni di pompaggio della Chevron. Nella nota del Mend si legge: «Attorno alle 2 di oggi combattenti del Mend hanno distrutto importanti tronconi degli oleodotti. L’impianto della Chevron nel Delta del Niger è fuori uso. Colpite anche cinque stazioni di pompaggio per bloccare il rifornimento di greggio agli impianti della società petrolifera Chevron». Le stazioni di pompaggio colpite sono quelle ad Alero Creek, Otunana, Abiteye, Makaraba e Dibi. Nel testo si afferma che questa sarà ora «la modalità standard» delle operazioni del Mend, in risposta agli attacchi delle forze governative. Il governo nigeriano non ha potuto far altro che ammettere gli attacchi e così hanno dovuto fare anche le multinazionali del petrolio, tra cui l’italiana Eni. Lunedì, a margine del G8 Energia che si svolgeva a Roma, l’amministratore delegato del cane a sei zampe Paolo Scaroni ha dichiarato che l’Eni ha invocato la clausola di «forza maggiore» per tagliare di 50 mila barili al giorno la produzione dagli impianti nigeriani. E’ quasi un terzo di quanto l’Eni prevedeva di estrarre dal Delta del Niger. Il Mend promette di proseguire con gli attacchi: «L’Unità speciale dell’esercito nigeriano (Joint task force, Jtf) – si legge nella nota firmata dal portavoce Jomo Gbomo – ha inseguito le ombre nelle ultime due settimane e non ha ottenuto alcun successo militare: noi continueremo con la nostra tattica del gatto con il topo finché non cesserà del tutto l’esportazione di petrolio». Intanto, però, il Parlamento nigeriano ha votato una mozione che richiede al Presidente Yar’Adua di estendere gli attacchi delle forze speciali dell’esercito ai campi del Mend [che secondo diversi rapporti sono circa 500] in tutti gli Stati del Delta.
Torna a farsi vivo anche il vice-presidente nigeriano di origine Ijaw, Goodluck Jonathan, le cui dimissioni sono state chieste nei giorni scorsi da diverse personalità di spicco della comunità Ijaw [14 dei 20 milioni di abitanti del delta sono Ijaw] e dal portavoce del Jrc [Joint Revolutionary Council] Cynthya White, che coordina l’attività dei gruppi armati. Durante la visita in Nigeria del primo ministro francese Francois Fillon, la seconda carica dello Stato nigeriano ha detto che il conflitto nella regione ricca di petrolio finirà nei prossimi giorni. Forte invece la presa di posizione del governatore dello Stato del Rivers, Chibuike Rotimi Amaechi, che durante un incontro con gli ambasciatori stranieri e con i governatori degli stati del Delta del Niger ha dichiarato «i militanti combattono per una giusta causa». «I militanti del Delta del Niger sono stati costretti a impugnare le armi contro lo Stato dai lunghi anni di emarginazione, ingiustizia e dalla mancata attuazione di politiche in materia di sviluppo della regione». La confusione delle notizie, vere o presunte tali, regna sovrana. Due soli dati certi: la produzione nigeriana di petrolio, secondo le dichiarazioni dello stesso Ministro del petrolio, è dimezzata, e gli attacchi continuano, con effetti catastrofici sull’intera economia nigeriana.
E da New York un nuovo macigno sta per abbattersi sulla credibilità delle multinazionali petrolifere che operano nel Delta del Niger. Il 27 maggio parte infatti il processo per l’uccisione di Ken Saro Wiwa, poeta e attivista del popolo Ogoni, impiccato dal regime militare nigeriano nel 1995, guidato da Sani Abacha, grazie anche al sostegno della Shell. E la multinazionale anglo-olandese è infatti sul banco degli imputati. Saro Wiwa lottava per i diritti degli Ogoni, uno dei popoli del Delta del Niger. E nella storia politica della regione, la sua morte – dopo un’opposizione nonviolenta al governo e alle multinazionali – ha spinto una generazione di giovani del Delta verso la lotta armata che sta infiammando la regione e rischia di mandare in fibrillazione il mercato internazionale del petrolio. Tutte le multinazionali attive nel Delta – e molte altre nel resto del mondo – guardano con apprensione a quello che potrebbe succedere nel tribunale di New York.

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