L'America multipolare di Barack Hussein

«Un nuovo inizio» nei rapporti tra Stati uniti e mondo musulmano per spezzare il circolo vizioso di «sospetti e contrasti» seguito all'11 settembre. Nello suo discorso pronunciato all'università del Cairo, il presidente statunitense Obama fa entrare definitivamente il mondo e l'America post-Bush nell'era multipolare.

Con consumata abilità, Barack Obama ha chiuso definitivamente l’era dell’unipolarismo e della guerra permanente. «Sono venuto qui – ha dichiarato Obama, accolto da una standing ovation all’università del Cairo – per chiedere un nuovo inizio tra gli Stati uniti e i musulmani nel mondo basato sugli interessi e sul rispetto reciproci e sulla verità che America e Islam non devono essere in competizione». Un po’ come aveva fatto prima della sua elezione in occasione del famoso «discorso sulla razza», il neo-presidente ha cercato con la sua retorica di spostare avanti il discorso pubblico. Innanzitutto, si è impegnato a dimostrare che gli Stati uniti sono un crogiuolo di culture e quindi si prestano più di altri paesi alla globalizzazione. «Siamo nati da una rivoluzione contro un impero», ha ricordato Obama in un passaggio poco citato dagli osservaotri internazionali ma tutt’altro che secondario. Nelle parti meno legate alla stretta attualità, il suo discorso contiene passaggi sulle identità e sul mondo globalizzato che necessitano delle lenti del mondo postcoloniale, più che dei filtri tradizionali dell’occidentalismo e dell’orientalismo, per essere compresi.
Obama ha sottolineato la necessita di «combattere gli stereotipi negativi sull’Islam, ovunque affiorino» nella consapevolezza che «l’Islam è parte dell’America». «L’America non è in guerra con l’Islam», ha assicurato il presidente, ma «le novità portate dalla globalizzazione hanno portato molti musulmani a percepire l’Occidente come ostile alle tradizioni dell’Islam». L’inquilino della Casa Bianca ha parlato di diritti delle donne [«rispetto le donne che scelgono di vivere le loro vite nei ruoli tradizionali, ma deve essere una loro scelta». ha detto] e della libertà religiosa che è «centrale per la possibilità dei popoli di vivere insieme». Poi Obama ha dedicato alcuni passaggi al conflitto israelo-palestinese, per il quale ha ribadito che due Stati per due popoli è «l’unica soluzione». «Mi impegnerò personalmente per questo risultato – ha promesso – E con tutta la pazienza che questo compito richiede». Il presidente americano ha assicurato che «l’America non tornerà indietro sulla legittima aspirazione dei palestinesi alla dignità, alle opportunità e a uno stato». Quanto a Israele, legato all’America da «un rapporto incrollabile», Obama ha riaffermato che«gli Stati uniti non accettano la legittimità degli insediamenti in costruzione» che «devono essere fermati». Gerusalemme «sarà il luogo dove tutti i figli di Abramo potranno mescolarsi in pace», ha detto ricordando «gli orrori dell’Olocausto» e sottolienando come l’attuale situazione del popolo palestinese sia «intollerabile». «Minacciare Israele di distruzione, o ripetere vili stereotipi sugli ebrei, è profondamente sbagliato – ha detto Obama richiamandosi alla sua visita di domani al lager di Buchenwald – ed impedisce la realizzazione della pace». «Ma è anche innegabile che il popolo palestinese, musulmani e cristiani, abbia sofferto nella ricerca di una patria – ha rimarcato Obama, citando «le piccole e grandi umiliazioni quotidiane dell’occupazione». «Per questo – ha detto – non vi è dubbio: la situazione per il popolo palestinese è intollerabile. L’America non volgerà le spalle alle legittime aspirazioni palestinesi alla dignità e ad un proprio stato».
Poi l’autocritica sulle violazioni dei diritti umani compiuti dal suo paese nella lotta al terrorismo: «La paura e la rabbia» per l’11 settembre, ha osservato, «ci hanno portato ad agire in modo contrario ai nostri ideali». Il presidente americano ha avvertito che la crisi nucleare con l’Iran è arrivata «a un punto decisivo». «A nessuna nazione – ha affermato il presidente statunitense – deve essere concesso di avere armi nucleari e ogni nazione, come l’Iran, dovrebbe avere il diritto di accesso al nucleare per scopi pacifici». Gli Usa non mirano a una presenza a lungo termine in Afghanistan: «Non vogliamo mantenere le nostre truppe, non puntiamo ad avere basi lì», ha affermato. La guerra in Iraq, ha detto prendendo ulteriuormente le distanze dall’amministrazione Bush e dalla «guerra infinita», ha «ricordato all’America la necessità di usare la diplomazia e ricercare un consenso internazionale per risolvere i nostri problemi ogni volta che è possibile».

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