Fa piacere sentire che i calciatori delle nazionali del Brasile e dell’Italia hanno scoperto i simpatici abitanti delle township [o favelas] sudafricane, che assistono agli allenamenti o alle partite delle squadre impegnate nella Confederations Cup, il torneo, attualmente in corso, tra le squadre vincitrici dei campionati continentali più i campioni del mondo in carica, a un anno dai campionati del mondo, che appunto si svolgeranno in Sudafrica. Questa bella gente di colore scuro balla e canta e suona certe trombette lunghe di plastica senza mai interrompersi, sono entusiasti a loro volta di vedere campioni di cui hanno visto le imprese in televisione, e tutti sono contenti. Il centrocampista dell’Italia Montolivo, giovane dalla promettente carriera, ha dichiarato che gli piacerebbe andare a far visita a quelle persone a casa loro, nelle township. Magari ci resterebbe male. Vedrebbe immense città di baracche di lamiera e strade di fango, una deplorevole povertà, e magari percepirebbe l’esistenza di grandi movimenti sociali che chiedono giustizia sociale, sanità e scuola, e che le imprese elettriche la smettano di tagliare immediatamente la luce a chi non paga la bolletta, troppo salata per via delle liberalizzazioni che in Italia vengono invocate da tutti e che laggiù il governo dell’ex movimento di liberazione, l’African national congress, ha regalato a multinazionali di ogni tipo. Magari Montolivo e i suoi compagni vedrebbero che l’apartheid, abolita per legge, è ben viva nella vita della società, che le enormi spese per i nuovi stadi del Mondiale dell’anno prossimo non hanno migliorato la situazione e che insomma è in corso una partita molto dura che si gioca senza palloni.






