Mentre il governo iraniano annuncia che alcuni impiegati dell'ambasciata britannica saranno processati per aver preso parte nelle proteste, i movimenti di opposizione preparano lo sciopero generale dal 6 all'8 luglio. Ahmadinejad costretto a cancellare diversi viaggi
Il braccio di ferro politico nella Repubblica islamica sembra entrare in una nuova fase. Il governo continua a giocare la carta del complotto esterno per distogliere l’attenzione dalle proteste. Lo fa ribadendo le accuse contro la Gran Bretagna, diventata dopo il discorso della Guida suprema Ali Khamenei all’università di Teheran il 19 giugno scorso, il nemico numero, perfino più degli Stati uniti. Londra ha chiesto conferma della notizia secondo cui due membri dello staff dell’ambasciata britannica saranno processati a Teheran. La notizia è stata data dall’ayatollah Ahmad Jannati, capo del Consiglio dei guardiani. Secondo diverse agenzie di stampa internazionali, Jannati, una delle figure chiave del regime, avrebbe detto che «l’ambasciata ha avuto un ruolo nelle proteste, ci sono stati degli arresti e ovviamente ci sarà un processo». I funzionari britannici ancora agli arresti sono due, dopo che nei giorni scorsi la polizia iraniana aveva arrestato nove persone dell’ambasciata britannica a Teheran. La Gran Bretagna ha protestato duramente contro gli arresti e un eventuale processo potrebbe portare alla rottura delle relazioni diplomatiche tra i due paesi.
Le manovre del governo, però, non riescono a nascondere del tutto la forza del movimento di protesta. Dal suo sito Mir Hossein Mussavi, principale leader della protesta, ha rilanciato una serie di documenti che proverebbero i brogli elettorali, che secondo il Consiglio dei guardiani presieduto da Jannati, non avrebbero influenzato l’esito delle elezioni presidenziali dello scorso 12 giugno. Mussavi ha anche rilanciato l’appello allo sciopero generale, secondo le modalità dello «sciopero islamico», per tre giorni a partire dal 6 luglio. Lo sciopero prevede che i manifestanti si radunino nelle moschee, digiunando dall’alba al tramonto come durante il mese di Ramadan. E’ una forma di protesta che rispetta tanto la costituzione della Repubblica islamica quanto la legge coranica, rendendo molto difficile alle autorità iraniane di intervenire per stroncare le manifestazioni come successo con i cortei delle scorse settimane. Per avere successo, però, lo sciopero deve estendersi a tutto il paese e possibilmente coinvolgere anche la potente classe commerciale dei bazari’, legata al regime.
La situazione, comunque, è molto complicata. Secondo diversi blog, Mahmoud Ahmadinejad è stato costretto a cancellare diversi viaggi, sia all’estero sia nel paese. E’ stato annullato senza preavviso, per esempio, il viaggio in Libia, dove Ahmadinejad avrebbe dovuto parlare all’assemblea dell’Unione africana e firmare un trattato di cooperazione con il dittatore libico Muhammar Gheddafi. E’ stato cancellato anche un viaggio in uno dei luoghi santi dello sciismo iraniano, il mausoleo di Mashad, dov’è sepolto l’undicesimo Imam. Tradizionalmente, tutti i presidenti iraniani vanno in pellegrinaggio a Mashad dopo le elezioni. Lo ha fatto anche Ahmadinejad quattro anni fa. Stavolta però la visita è stata cancellata per «motivi di sicurezza», nonostante fossero stati mobilitati 15 mila uomini, tra basiji e soldati per proteggere Ahmadinejad dalle proteste dei cittadini di Mashad. Stessa sorte per il viaggio a Shiraz, capitale culturale del paese, dove a quanto pare Ahmadinejad sarebbe stato duramente contestato. Ed è stato cancellato anche il viaggio che avrebbe dovuto portare Ahmadinejad in cinque capitali latinoamericane. Era un viaggio preparato da tempo, grazie alle buone relazioni che l’Iran ha stabilito con il Venezuela di Hugo Chavez, ma le proteste di piazza e la disputa sui brogli elettorali hanno spinto ad evitare un lungo tour che avrebbe tenuto Ahmadinjead lontano dal paese per diversi giorni. Il tour doveva servire anche a sponsorizzare la candidatura di Teheran come sede del vertice dei paesi non allineati previsto nel 2012. Sarebbe stato il coronamento delle aspirazioni globali di Ahmadinejad.
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