Reporters sans frontières denuncia la Cina per aver isolato dal resto del mondo la provincia di Xingjiang. «Oltre 50 siti in lingua uiguri sono stati oscurati» negli ultimi giorni, dichiara l’organizzazione internazionale per la difesa della libertà d’informazione. Pechino ha confermato ufficialmente di aver tagliato almeno parzialmente l’accesso ad internet a Urumqi, capoluogo della provincia a maggioranza uiguri, per impedire la circolazione di informazioni giudicate pericolose per la stabilità del XIngjiang.
Intanto Rebiya Kadeer, leader del Congresso mondiale degli uiguri, che dal 2005 vive in esilio negli Stati Uniti, lancia un invito alla comunità internazionale affinché «denunci la brutalità usata dal governo cinese per reprimere i manifestanti uiguri», che ha provocato almeno 156 morti. Kadeer ha chiesto la «fine della violenza» nello Xingjiang. «Chiediamo al governo cinese – ha detto durante una conferenza stampa a Washington – di garantire la sicurezza di tutte le persone del Turkestan Orientale [il Xinjiang, ndr.]. Chiediamo al governo cinese di porre fine alla sua brutale repressione degli uiguri in tutto il Turkestan Orientale e di dare conto pienamente e in modo corretto di tutte le vittime e i feriti tra i dimostranti».
Quanto avvenuto nelle ultime ore nel Xinjiang, secondo Kadeer, è «un massacro che non conosce precedenti nel Turkestan Orientale, sotto il dominio della Repubblica Popolare cinese». «Testimoni hanno confermato che i manifestanti sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco e picchiati fino alla morte dagli agenti della polizia cinese», ha denunciato, precisando che alcuni «sono stati persino schiacciati sotto mezzi blindati».
Kadeer ha anche condannato «le azioni violente di alcuni manifestanti uiguri». «La causa principale delle proteste a Urumqi e nelle altre città è stata la mancanza di una risposta del governo alle vittime e ai feriti tra i lavoratori uiguri nella provincia del Guangdong dello scorso 26 giugno» ha detto Kadeer.






