Perù. Rimpasto di governo contro i movimenti sociali

Il presidente Alan Garcia risponde allo sciopero generale modificando la composizione del governo. Più spazio ai sostenitori della linea dura contro i movimenti sociali e indigeni che hanno bloccato la privatizzazione della terra e dell'acqua.

Dopo lo sciopero nazionale agrario che ha bloccato il paese il 7,8 e 9 luglio scorsi, il presidente del Perù Alan Garcìa, ha annunciato e realizzato in rapida sequenza, nei giorni scorsi, un rimpasto governativo che ha sostituito il primo ministro Yehude Simon con il fedelissimo di Garcìa Javier Velasquez Quesquen.
Dopo le proteste indigene degli scorsi mesi, culminate nel massacro di Bagua, varie organizzazioni avevano aderito allo sciopero della scorsa settimana [come la Confederazione Generale dei Lavoratori del Perù – CGTP, la Confederazione Nazionale Agraria – CNA, la Confederazione dei Contadini del Perù – CCP e il Coordinamento Andino delle Organizzazioni Indigene – CAOI], che da Lima si era esteso a varie province in tutto il paese ricevendo come riposta una capillare militarizzazione del territorio e, di lì a poco, l’annuncio della nomina di un nuovo presidente di gabinetto.
L’intento è chiaro ai più: rimodellare l’esecutivo creando un governo che opponga una linea dura alle rivolte popolari in corso da mesi nel paese andino. Per Garcìa si tratta del terzo rimpasto in tre anni di governo.
Questa sostituzione al vertice del consiglio dei ministri è, a ben vedere, molto di più che un cambiamento formale, anzi rappresenta – secondo molti – un radicale cambiamento nella direzione politica dell’esecutivo.
Simon, considerato un uomo conciliante e aperto al dialogo, aveva già manifestato la volontà di abbandonare il suo incarico durante i duri scontri tra forze armate e manifestanti, annunciando che avrebbe rinunciato non appena si fosse trovata una concreta via di negoziazione con i movimenti indigeni in sollevamento. Al contrario, il suo successore Velasquez è conosciuto come un fedelissimo del partito aprista ed ha ricoperto sino ad ora la carica di Presidente del Congresso. Avvocato di 49 anni, la sua gestione come presidente del Congresso ha registrato – secondo i recenti sondaggi – il consenso di solo il 33 per cento della popolazione. Suo compito dovrebbe essere quello di garantire il compimento degli impegni assunti dal governo durante le negoziazioni con i movimenti sociali nei mesi scorsi.
Appena insediato ha lanciato un appello a tutti i peruviani affinchè «abbandonino la visione apocalittica del futuro del paese» rassicurando sulla buona possibilità del Perù di superare indenne la crisi economica internazionale.
Le opposizioni e i movimenti sociali hanno salutato la nuova nomina con diffidenza e preoccupazione, temendo sia l’inizio di una fase ancor più dura di scontro politico e repressione sociale.
A poche ore dal giuramento come Presidente del Consiglio dei Ministri, il cammino istituzionale di Velásquez si annuncia già difficile. Oltre a superare lo scetticismo delle opposizioni, il nuovo designato si troverà a fare i conti con un crescente numero di conflitti sociali che, secondo gli ultimi dati forniti dal Difensore del Popolo, sarebbero oltre 270 in tutto il paese.
Nelle ore successive alla sua nomina, Velásquez ha affermato di voler essere un «coordinatore della politica di governo», chiarendo che la sua gestione si situerà in totale continuità con la politica di Garcìa e che delegherà ai singoli ministri la gestione dei conflitti sociali che vive il paese. In tal senso, Velasquez ha voluto marcare una netta differenza con l’atteggiamento tenuto dal suo predecessore, che nelle fasi di maggior crisi sociale aveva invece scelto di presiedere personalmente tutti i tavoli di conciliazione con le popolazioni in rivolta.
Secondo il governo, le proteste popolari del solo mese di giugno avrebbero causato secondo il governo perdite per circa 300 milioni di dollari, soprattutto per settori come il turismo, l’energia e il commercio. Un motivo in più per operare un ulteriore stretta sulle proteste, di cui il rimpiazzo al vertice di questi giorni è un chiaro, inequivocabile segnale.

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