L'ex città industriale, presentata come una storia di successo di «conversione» dell'economia dal fordismo al terziario, si prepara a ospitare il summit delle 20 economie più ricche del pianeta. Con molto da discutere e previsioni ancora fosche per il futuro immediato.
Sei mesi dopo il summit di Londra, i capi di stato e di governo delle venti economie più importanti del pianeta si ritroveranno da giovedì 24 settembre a Pittsburgh, Pennsylvania, per il secondo vertice dedicato allo stato dell’economia mondiale. La scelta di Pittsburgh non è stata casuale. La città, un tempo cuore dell’industria pesante statunitense, si è convertita al terziario e all’alta tecnologia, man mano che le industrie sono emigrate verso l’Asia o l’America latina. Una storia che piace molto al presidente Barack Obama, il cui staff ha individuato Pittsburgh dopo aver esaminato molte possibili alternative tra le città statunitensi. E se nel resto della Pennsylvania la deindustrializzazione ha significato perdita netta di posti di lavoro, nella Pittsburgh che si presenterà ai capi di stato, la trasformazione ambientale e urbana viene presentata come una storia di successo, un esempio della virtuosa gestione del cambiamento di pelle richiesto alle economie dei paesi ricchi. Poco importa, almeno in vetrina, che l’inquinamento che un tempo era la croce della città si sia spostato, con le industrie, in Cina, India e Messico, Pittsburgh welcomes the world, dicono i grandi cartelloni sparsi per la città, tra eccezionali misure di sicurezza e alberghi strapieni di delegazioni e giornalisti.
Il secondo summit del G20 si apre in un clima diverso da quello di sei mesi fa. Allora, la crisi economica e finanziaria era solo all’inizio, i vari paesi dovevano ancora trovare un accordo sui pacchetti di sostegno alle imprese e alle banche e il panico dilagava tra i ministri delle finanze e gli operatori di borsa. Oggi, molte centinaia di miliardi di dollari e di euro dopo, l’umore dominante sembra cambiato. Gli indicatori macroeconomici iniziano a virare verso il bel tempo – almeno alcuni – e i banchieri, artefici e beneficiari della crisi, ora iniziano a dire, anche se senza troppa convinzione, che il peggio è passato. Sarà, ma degli impegni assunti a Londra ad aprile, solo alcuni sono stati mantenuti. La stretta sui paradisi fiscali, per esempio, è stata molto parziale, sia quanto a numero di «paradisi» coinvolti sia quanto a cogenza delle misure anti-riciclaggio. La regolamentazione dei fondi di investimento e dei fondi sovrani è ancora di là da venire, così come gli aiuti per evitare che siano i paesi più poveri a subire le conseguenze più pesanti della crisi. E c’è, ovviamente, la questione del lavoro. Perfino nella sua apparizione al David Letterman late night show, alcuni giorni fa, Obama ha ripetuto che la creazione di nuovi posti di lavoro per compensare quelli bruciati dalla crisi richiederà molto tempo. L’ultima previsione del Fondo monetario internazionale, poi, suona particolarmente sinistra: la disoccupazione, hanno detto gli esperti del Fmi [rilegittimato nel suo ruolo internazionale proprio dalla crisi economica] rischia di diventare una bomba ad orologeria, con la possibilità di disordini sociali in molti paesi.
Oltre agli Usa padroni di casa, a Pittsburgh ci saranno i paesi del G8 [Italia, Francia, Canada, Russia, Gran Bretagna, Giappone e Germania], più Cina, India, Brasile, Messico, Sudafrica, Indonesia, Arabia saudita, Corea del sud, Argentina, Australia e Turchia, oltre all’Unione europea e ai rappresentati delle principali istituzioni finanziarie internazionali, che cercano, dal Fmi alla Wto, passando per la Banca mondiale, di tornare ai fasti degli anni novanta, quanto a possibilità di influenzare l’economia e la politica globali.
Per Barack Obama, dopo l’assemblea generale dell’Onu, il G20 sarà un ulteriore, e difficile banco di prova. Il richiamo a «una nuova era» lanciato nel Palazzo di vetro dovrà essere misurato con i conti dell’economia, le diffidenze reciproche [tra Usa e Cina soprattutto], il difficile equilibrio tra il ritorno al liberismo pre-crisi e il cedimento alle pressioni protezionistiche.






