In 400 per la pace, bilancio di Time for Responsibilities

Si è conclusa sabato la Marcia della pace in trasferta tra Israele e Territori palestinesi. Impressioni sparse e un bilancio disordinato di una settimana densa di incontri, attività, sorprese, suggestioni di un viaggio collettivo inaspettato e fecondo.

Ci vuole tempo per lasciar sedimentare idee, spunti, immaggini, odori, sensazioni. C’è da superare il piccolo trauma di partire in estate, da una Gerusalemme assolata e carica di tensioni, per ritrovarsi in pieno autunno, in un’Italia già infreddolita e concentrata sulle sue vicende. Ci vuole tempo perché in una settimana, da sabato 10 a sabato 17, sono stati decine gli incontri, le storie, le strade percorse dalla carovana di Time for Responsibilities.
La carovana in sé è stata una sfida: 400 e più persone, di diversa provenienza geografica e soprattutto politica, sparpagliate tra Haifa e Nablus, Nazareth e Betlemme, Tel Aviv e Hebron, Jenin e Sderot, Gaza e naturalmente Gerusalemme. Nei nove autobus che hanno percorso in lungo e in largo i Territori palestinesi e Israele, c’era uno spaccato, parziale ma molto indicativo, della società italiana che non fa notizia ma lavora, in basso e quasi sempre a sinistra, per cambiare l’esistente: attivisti del sindacato [Cgil e di base], di reti pacifiste, cooperanti, amministratori locali [più di cento], studenti, artisti, cittadini «comuni» che hanno scelto di investire una settimana della propria vita per capire e conoscere direttamente le sfumature del conflitto israelo-palestinese. Non per voglia di «turismo» militante, ma perché in qualche modo e in modo diverso sentono che quel conflitto li riguarda.
La Marcia non è stata soltanto un’occasione di conoscenza. Nel più «politico» degli eventi, il convegno sul ruolo dell’Europa per la pace in Medio oriente, i più alti rappresentanti dell’Ue a Gerusalemme hanno dovuto rispondere alle richieste dei cittadini e spiegare, non senza difficoltà, quale sia il ruolo dell’Unione europea e se essa possa averne uno che non sia il semplice «pagare i conti dell’occupazione».
L’elenco delle associazioni incontrate è lunghissimo: dalla Federazione dei sindacati palestinesi alle associazioni che in Israele si occupano dei diritti dei migranti, dalla Lega degli arabi di Giaffa al sindacato di base Wac, che faticosamente cerca di organizzare i lavoratori ebrei e arabi in Israele attorno ai temi della distruzione dello stato sociale, dagli attivisti del Comitato israeliano contro l’abbattimento delle case ai comitati popolari palestinesi del campo profughi di Shufat, assediato dal Muro, e del villaggio di Silwan, a rischio abbattimento per far posto a un sedicente «parco archeologico» voluto dal governo israeliano proprio a ridosso di Gerusalemme est. Fino all’incredibile lavoro del Parents circle, la rete che raccoglie i familiari delle vittime del conflitto, israeliani e palestinesi, assieme, per cercare di comprendere il dolore altrui e trasformare la rabbia in uno strumento di comprensione e perfino di empatia. L’incontro con le famiglie del Parents circle è stato senza dubbio il momento più toccante della carovana, perfino più della visita al campo profughi di Shufat o allo Yad Vashem, il museo della Shoah. Perché i familiari delle vittime cercano di guardare al futuro e non hanno rinunciato, nonostante il dolore, al bisogno di pensare a una diversa possibilità di esistenza.
Lasciare sedimentare le idee, gli spunti, le immagini vuol dire anche rinunciare a tracciare un bilancio «politico» in senso tradizionale. Molto del lavoro è da fare, per coltivare contatti appena accennati, seguire tracce abbozzate, approfondire temi intuiti. Il senso di una «cosa» come la carovana di Time for responsibilities era però proprio questo: ritrovare, cioè, tra gli odii alimentati dall’occupazione, le ragioni per un’idea di cittadinanza globale. O forse, più semplicemente, nonostante il Muro di cemento e filo spinato, il senso del «pellegrinaggio laico» collettivo era cercare conferma di un antico proverbio arabo: si viaggia per scoprire che tutti gli esseri umani sono diversi, si viaggia per capire che tutti gli esseri umani sono uguali.

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