Sette nuove basi Usa in Colombia

Il 30 ottobre è stato firmato l'accordo di cooperazione militare tra Washington e Bogotà. Prevede che sette basi delle forze armate colombiane siano date agli Stati uniti. Durissime reazioni di critica da parte di Venezuela, Bolivia ed Ecuador, preoccupati dell'ingerenza statunitense.

Il 30 ottobre Stati Uniti e Colombia hanno siglato un nuovo accordo di cooperazione militare durante una breve cerimonia a porte chiuse alla quale hanno preso parte il ministro degli Esteri colombiano Jaime Bermudez e l’ambasciatore statunitense a Bogotà, William Brownfield.
Il testo integrale dell’accordo non è stato reso pubblico interamente – anche se il presidente colombiano Alvaro Uribe Velez assicura che chiarirà ogni passaggio entro questa settimana – e non dovrà essere ratificato dal Parlamento colombiano
Già in ottobre la nuova amministrazione nordamericana aveva prolungato di un anno i finanziamenti al Plan Colombia per la lotta al narcotraffico e con questo nuovo accordo si rimpingueranno le casse del governo di Uribe con circa 46 milioni di dollari per la cooperazione militare, già approvati dal Congresso Usa. Un’iniezione di denaro fondamentale al governo Uribe per garantire nel suo paese la continuità alla politica di «sicurezza nazionale». Tra il 2000 e il 2008 Bogotà ha ricevuto 4,9 miliardi di dollari statunitensi per le politiche di cooperazione con gli Stati uniti. Fondi andati quasi completamente all’assistenza militare, compreso l’addestramento di unità speciali dell’esercito colombiano equipaggiate con elicotteri da trasporto e da combattimento naturalmente made in Usa.
L’accordo del 30 ottobre prevede l’uso di sette basi militari colombiane [due dell’esercito colombiano, tre dell’aviazione e due navali] da parte dell’esercito statunitense e, di queste, almeno tre messe a completa disposizione di Washington: quelle di Malambo, nel nord, Palanquero e Apiay, nel centro, dove l’amministrazione nordamericana destinerà circa 800 militari e 600 civili operativi per 24 ore al giorno. Inoltre ai soldati nordamericani verrà garantita l’immunità diplomatica, in quanto – come il governo colombiano si è affannato a ripetere nei mesi scorsi – «l’immunità esiste dalla convenzione di Vienna del 1961», gli Stati uniti ne «usufruiscono in tutto il mondo», e «anche i colombiani sono protetti dall’immunità quando vanno in missione all’estero». In oltre mezzo secolo di accordi militari firmati dalla Colombia, questa è la prima volta che esplicitamente si permette l’ingresso senza limiti di mezzi arei un uso senza limiti prestabiliti di installazioni militari nel paese. Secondo José Marulanda, consulente per la sicurezza e la difesa, le basi statunitensi «serviranno sopratutto per rafforzare il controllo nella regione andina e in sudamerica in generale, reso necessario sopratutto dalla chiusura della base di Manta, in Ecuador». Proprio per queste sono state durissime e seriamente preoccupate le reazioni dei capi si stato latinoamericani che da tempo temevano la ratifica di questo accordo. Il Venezuela, che da agosto ha rotto le relazioni con la Colombia proprio per via delle basi Usa, parla di «Plan Falcon» un piano di spionaggio organizzato da agenti segreti colombiani e dalla Cia per destabilizzare il Venezuela, qualcosa di simile dovrebbe esistere per l’Ecuador e per Cuba. Il governo venezuelano si affidato alle durissime parole del Ministro degli Esteri Nicolás Maduro, «questo accordo è una vergogna per la storia del nostro continente» e nella stessa conferenza stampa ha dichiarato che il governo si appresta a decidere quali provvedimenti adottare «davanti ad un governo colombiano che tenta di destabilizzare la regione ed andare contro gli accordi internazionali». Il presidente boliviano, Evo Morales, in una conferenza stampa tenuta al Palazzo del Governo, ha chiesto al presidente statunitense Barack Obama di ritirare questo accordo proprio in nome del premio Nobel per la pace recentemente ricevuto. «Che autorità avrà come premio Nobel per la pace se si promuove l’insicurezza e le tensioni tra i diversi paesi latinoamericani?» ha chiesto il presidente indigeno al presidente afroamericano.

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