L'America latina in salsa digitale

Software libero e sovranità nazionale sulle tecnologie. In Venezuela il socialismo passa anche dalla rivoluzione digitale. Senza dimenticare Allende (Chip&Salsa - Il Manifesto)

he il continente latino americano fosse attraversato da una “primavera democratica” negli ultimi anni, era cosa nota. Che questo risveglio fosse accompagno da una serie di esperimenti di modelli sociali ed economici nuovi grazie all’uso di tecnologie digitali, molto meno. Ad aprire una finestra su questo fenomeno ci ha pensato lo scorso 21 febbraio un seminario organizzato a Roma dalla Direzione generale Società dell’informazione della Commissione europea e dedicato ai rapporti tecnologici tra Europa e Venezuela (tutti i materiali su www.ecoysol.org). Un evento che ha gettato uno squarcio non solo su cosa sta facendo il Paese per sviluppare una propria via alla cosiddetta società dell’informazione, ma anche quali approcci e principi la stanno ispirando. A cominciare da quelli dell’indipendenza e della sovranità nell’accesso alle tecnologie, che hanno spinto il governo di Hugo Chavez ad emanare, nel 2000, un decreto per rendere la diffusione della connessione a internet un «politica prioritaria per lo sviluppo culturale, economico, sociale e politico». Scelta rafforzata nel 2004 con l’obbligo per tutte le amministrazioni pubbliche di usare software libero, vale a dire programmi con codice aperto e dunque liberamente modificabili e non soggetti a licenza come, per esempio, quelli di Microsoft. Una scelta un po’ calata dall’alto dove non sono mancate le difficoltà con le comunità di sviluppatori che si sono dovute confrontare all’improvviso con il problema di fornire assistenza per i bisogni di un’intera nazione. «All’inizio il governo è venuto da noi chiedendo servizi–spiega al manifesto Hector Colina, di Software libre Venezuela, associazione per la diffusione del software aperto–abbiamo dovuto spiegare che una comunità è una cosa diversa, programma per diletto ed usa software libero perché la libertà non è negoziabile. Per questo abbiamo organizzato delle cooperative, ma facciamo ancora fatica perché il governo ha progetti importanti che magari non sono disponibili online». Eppure il processo non si è fermato, anzi è stato spinto personalmente dallo stesso Chavez che lo ha messo al centro dei suoi discorsi («La conoscenza è universale come la luce del sole») e da alcuni enti che stanno guidando i progetti valorizzando le buone pratiche. Come quella di Hidrobolivar, un’impresa pubblica che gestisce l’acqua potabile su un territorio di 240 mila km quadrati nel sudovest del Paese. «Il nostro obiettivo–ci racconta Francisco Quivera, presidente dell’azienda–è fornire un servizio di alta qualità, ma a prezzi bassi. Utilizzare il software libero ci ha permesso di poter contare su piattaforme tecnologiche più efficaci e governabili. Oggi il 100 per cento dei nostri server e della nostra telefonia è usa programmi di questo tipo, il 40 per cento dei Pc usa Linux (popolare sistema operativo open source, ndr) e tutti gli altri hanno OpenOffice, suite per la produttività in ufficio gratuitamente scaricabile da internet. In questo modo abbiamo risparmiato 300 mila euro». Del resto, che le tecnologie abbiano un peso nei modelli economici e nella vita democratica di un Paese, in Venuezuela lo hanno capito bene in occasione degli scioperi che bloccarono il paese nel gennaio 2003. La compagnia petrolifera di stato Pdvsa aveva affidato i suoi servizi informatici ad Intesa, azienda la cui maggioranza era nella mani dalla statunitense Saic, che fornisce servizi anche al governo Usa. Durante lo sciopero, Intesa cambiò le chiavi di accesso ai sistemi, bloccando la produzione fino a quando non intervennero alcuni hacker. Un fatto determinante per l’approvazione del già citato decreto del 2004 e che ha fatto capire a Chavez l’importanza della sovranità nazionale nell’accesso alle tecnologie. Un aspetto chiave che in America latina aveva già avuto un precedente tanto significativo quanto doloroso. Non tutti lo sanno, ma sotto Allende, fu sperimentata la prima rete informatica nazionale al mondo grazie a 500 telex, il nonno del fax, sparsi in tutto il Paese e collegati ad una sala della Moneda, il palazzo presidenziale, da dove potevano comunicare in tempo reale. Si chiamava progetto Cybersyn (www.cybersyn.cl) e fu ispirato dalle teorie dell’accademico inglese Stafford Beer, applicate in Cile da Fernando Flores e Raul Espejo, due giovani innamorati della cibernetica. «Volevamo un sistema che permettesse di coordinare la produzione a livello centrale grazie a processi di autogoverno che partivano dal territorio», ci racconta oggi Espejo, anch’egli presente a Roma. «Durante lo sciopero del dei commercianti e dei camionisti del ‘72 che bloccò il Paese, questa rete fu usata dai lavoratori per passarsi informazioni sulla logistica e la produzione, per aggirare i blocchi, dimostrando che era possibile sviluppare un tessuto produttivo in cui ogni cellula, se messa in grado di farlo, produce relazioni, quindi conoscenza e processi di autorganizzazione». Un concetto pioneristico all’epoca, che fu poi spazzato dai bombardamenti di Pinochet, ma che oggi ha un peso in quelle teorie sulle società complesse che immaginano lo sviluppo come un processo multi-stakeholder, ovvero di coinvolgimento orizzontale di tutti i portatori di interesse. Un concetto che il Venezuela sembra voler tenere a mente, in questa sua via sperimentale e digitale al socialismo del XXI secolo, come spiega Jose Castro, del Centro Nazionale di Sviluppo e Ricerca nelle Tecnologie Libere: «Per molti anni eravamo stati relegati al ruolo di consumatori in una società dell’informazione imposta da fuori. Oggi siamo impegnati a costruire un modello che si domanda a quali bisogni locali deve rispondere, con quale capacità di controllo e arricchimento proveniente dalla nostra cultura. Solo così possono nascere dinamiche sociali che creano nuova conoscenza, dove le tecnologie non servono a mediare ma a favorire i processi che nascono spontaneamente e in modo solidale».

Tags assegnati a questo articolo: software libero, Venezuela

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