L’esercito birmano ha aperto il fuoco sulla folla di manifestanti, monaci buddisti soprattutto, che a Rangoon [Yangon], ex capitale del paese, manifestano contro la giunta militare. Secondo le notizie diffuse dalle agenzie di stampa internazionali e dall’opposizione, ci sono almeno cinque morti. I feriti sono almeno diciassette, secondo l’Agence France presse.
La situazione nel paese asiatico precipita rapidamente. Dopo i primi giorni di protesta, il regime militare, al potere da 45 anni, ha cercato di rispondere con una repressione più brutale di giorno in giorno, ma meno efficace. Decine di persone sono state arrestate negli ultimi due giorni ed è stato dichiarato il coprifuoco. Nonostante ciò, il clero buddista, l’unica forza nel paese in grado di sfidare i militari, continua a tenere alta la protesta contro la giunta. Da ieri, ai cortei dei monaci con le tuniche color zafferano si sono uniti anche giovani e studenti. Nella città di Sittwe, un porto a 560 chilometri a ovest di Rangoon, almeno 15 mila persone hanno sfidato il divieto di manifestare.
L’opposizione, sia quella semi-clandestina in patria che quella in esilio, diffonde attraverso internet notizie sugli scontri e sulle proteste che stanno creando attorno al regime militare un cordone di isolamento politico internazionale. La giunta birmana è stata criticata in molti interventi durante l’assemblea generale dell’Onu, in corso a New York. Alle 21 di oggi è prevista anche una riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, chiesta dal primo ministro britannico Gordon Brown.
Intanto, Irene Khan, segretaria generale di Amnesty international ha richiesto l’invio nel paese asiatico di una missione speciale dell’Onu, che sia il primo passo verso un intervento politico internazionale per porre fine al regime militare.
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