Il quotidiano israeliano Yediot Ahronoth ha pubblicato un'ampia intervista a Marwan Barghouti, in carcere. Il leader palestinese parla di Hamas, della riforma dell'Anp e di Fatah e della conferenza di pace che Bush cerca di costruire a Washington.
«Non appena Abbas annuncia ufficialmente le sue dimissioni, perfino se dovessi essere ancora in prigione, presenterò la mia candidatura alla presidenza dell’Autorità nazionale palestinese. E vincerò». Dalla sua cella numero 28, sezione 3 della prigione israeliana in cui è detenuto da cinque anni, Marwan Barghouti ha risposto alle domande che attraverso il suo avvocato Khader Shkirat gli sono state inviate dal quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth. Pubblicata il 16 ottobre, l’intervista è stata tradotta da Diana Buttu, dell’Institute for Middle East undestanding e pubblicata in inglese sul sito di ZNet.
Marwan Barghouti, scrive il quotidiano israeliano, è diventato negli ultimi quattro una «figura politica di spicco, un leader palestinese con cui bisogna fare i conti». Tanto che «sono in molti ad aspettare l’annuncio della sua candidatura, non solo a Ramallah, Gaza o Nablus, ma anche in circuiti più ampi, compresi quelli vicini a Ehud Olmert, primo ministro di Israele». Secondo Barghouti, la sua liberazione dal carcere sarebbe oggi più vicina che mai: «Si parla del mio rilascio dal giorno del mio arresto – ha detto Barghouti a Yedioth Ahronoth – Si è parlato di scambiarmi con Gilad Shalit [il soldato israeliano rapito in Libano, ndr]. Sono ottimista e penso fermamente che uno scambio di prigionieri avverrà presto».
Barghouti ha sottolineato di essere «pienamente convinto» del fatto che il presidente palestinese Abu Mazen [Mahmoud Abbas] stia facendo ogni sforzo possibile per ottenere la sua liberazione: «Il popolo palestinese ha molto da guadagnare dalla mia liberazione, così come da quella di tutti i prigionieri politici. So che sarò rilasciato, è solo questione di tempo». Marwan Barghouti è stato condannato il 6 giugno del 2004, a cinque ergastoli più altri 40 anni di carcere per l’accusa di aver partecipato a quattro operazioni militari contro gli israeliani. Inoltre, è stato accusato di omicidio, tentato omicidio e partecipazione in organizzazioni terroristiche.
Tuttavia, il quotidiano israeliano così riassume la sua carriera politica: «Nel 2003 è stato responsabile della prima tregua [Hudna] tra Israele e i palestinesi. Ha avuto un ruolo importante nell’elezione di Mahmoud Abbas alla presidenza dell’Anp, inoltre, ha lavorato alacremente per ottenere l’accordo di tutte le fazioni palestinesi sul fatto che non ci sarebbe stato alcun attacco contro gli israeliani al momento del ritiro da Gaza. È stato anche promotore del Documento dei prigionieri che ha fissato i 18 punti di accordo tra Hamas e Fatah che sono serviti come base per il governo di unità nazionale guidato da Ismail Haniye. È stato anche uno degli autori dell’Accordo della Mecca tra Abu Mazen e Khaled Meshal [leader di Hamas, ndr] conclusosi con il controllo di Hamas sulla striscia di Gaza. E di recente ha partecipato alla formazione del governo di emergenza guidato da Salam Fayyad».
Una terza possibilità potrebbe essere che, in caso di elezioni, Barghouti si presenterebbe come candidato alla presidenza dell’Anp. Secondo il quotidiano israeliano, Barghouti «è convinto di vincere e perciò di causare grande imbarazzo a Israele, oltre che una forte pressione internazionale e interna per il suo immediato rilascio».
La liberazione di Barghouti, in favore del quale esiste una campagna internazionale promossa in Italia dalla vice presidente del Parlamento europeo Luisa Morgantini, potrebbe avvenire–ipotizza Yediot Ahronoth–addirittura in prossimità della conferenza internazionale che la Casa bianca sta faticosamente cercando di assemblare per il mese di novembre.
La conferenza parte in salita. La segretario di stato statunitense Condoleezza Rice è ritornata mercoledì 17 ottobre a Washington dopo un giro in Medio oriente con ben pochi impegni, perfino da parte dei paesi arabi amici degli Usa. E a proposito dell’iniziativa della Casa bianca, Barghouti dice: «Non è una conferenza, ma un incontro che, fino a questo momento, non ha un ordine del giorno. In tutta onesta, posso dire che i palestinesi non possono più tollerare incontri che ci fanno soltanto perdere la speranza e la fiducia nel processo di pace. Per questo, è importante che i palestinesi mettano come condizione per la loro partecipazione l’obiettivo di raggiungere una vera soluzione politica e non solo dichiarazioni e affermazioni che sono solo una perdita di tempo».
«Dal mio punto di vista – ha proseguito Barghouti – il successo o il fallimento di qualsiasi conferenza dipende dal fatto se possa portare alla fine dell’occupazione. Fino a oggi, e nonostante la volontà di partecipare all’incontro di Washington, tutto indica che il governo israeliano punti nella direzione opposta: le forze israeliane non si sono ritirate dalla Cisgiordania; non hanno fermato gli omicidi e gli arresti e continuano a invadere le città palestinesi; non hanno rimosso i check-point; i prigionieri politici palestinesi sono 11 mila e nonostante il governo israeliano annunci giorno e notte di voler aiutare Abu Mazen e Salam Fayyad, fa tutto l’opposto».
Il punto, secondo le domande di Yediot Ahronoth, è se Abu Mazen possa fare concessioni durante l’incontro di Washington. A questa domanda, Barghouti risponde che «nessun palestinese può oltrepassare le linee rosse del consenso nazionale, e sono linee che si impongono anche alla leadership. Per quello che ho sentito dire e per quello che so, nessuno cederà dalle posizioni palestinesi: la chiave per la pace è la fine dell’occupazione e la creazione di uno stato palestinese nei confini del 1967, con Gerusalemme est come capitale; il ritorno dei profughi e l’adozione dell’Iniziativa araba [pace in cambio di un accordo con i palestinesi, ndr]. Ogni accordo deve essere approvato dal Consiglio legislativo palestinese e da un referendum popolare».
Ancora mercoledì 18, tre persone sono morte a Gaza negli scontri tra Hamas e Fatah. La situazione nella Striscia di Gaza è sempre più preoccupante, soprattutto per l’effetto duraturo che il distacco de facto della Striscia dalle altre istituzioni palestinesi potrebbe avere sulle relazioni interne tra palestinesi.
Le parole più dure dell’intervista e i passaggi più delicati, Barghouti li dedica ad Hamas, che accusa di aver compiuto un colpo di stato a giugno, quando ha assunto il controllo della Striscia di Gaza. Ecco come il leader palestinese risponde alle domande di Yediot Ahronot: «Hamas ha pugnalato alle spalle il popolo palestinese. Il suo golpe contro la legittima autorità di Abu Mazen è un errore strategico che ha distrutto ogni possibilità di cooperazione con al Fatah. Il golpe è avvenuto contro il governo di unità nazionale e contro l’unità palestinese. La responsabilità la divisione del popolo palestinese ricade interamente su Hamas. È necessario ristabilire l’autorità di Abu Mazen prima di avviare alcun dialogo. La via del dialogo in questo momento è chiusa».
Un evento simile, secondo Barghouti, non si potrebbe ripetere in Cisgiordania, ma ciò non toglie che siano necessarie profonde riforme nel corpo dell’Autorità nazionale palestinese. A partire, per esempio, dalla riforma delle forze di sicurezza palestinesi, che devono essere messe sotto un comando unificato, «il problema è che Israele manovra per assicurarsi che questo non accada». Inoltre, «Fatah deve ricostruirsi: è necessario riguadagnare la fiducia ed eleggere nuovi organi dirigenti, compreso un nuovo Comitato centrale e un nuovo Consiglio della rivoluzione [massimi organi di al Fatah, ndr]; è necessario votare per nuovi candidati, e includere donne, giovani, accademici, artisti: «Abbiamo bisogno di una nuova leadership – dice Barghouti – una leadership con le mani pulite».
È un riferimento a due temi fondamentali della situazione politica palestinese. Le accuse di corruzione che hanno minato la credibilità di al Fatah e quindi dell’Anp, strettamente controllata dagli uomini del partito che fu di Yasser Arafat, innanzi tutto. Ma anche il bisogno che nuovi leader, nati nei territori occupati, sostituiscano la vecchia guardia dei cosiddetti «tunisini», cioè gli uomini dei movimenti di liberazione palestinesi che avevano seguito Arafat nell’esilio e che a Tunisi avevano gettato le basi della leadership che ancora domina la politica palestinese.
I segnali che questo cambio generazionale sia ormai imminente sono molti, non solo per l’età dei «tunisini». Secondo Yediot Ahronoth, la vecchia guardia palestinese teme una successione in tempi molto rapidi «un anno e mezzo» e si prepara a governarla. Non è detto che ci riesca: «Forse Abu Mazen non vene Barghouti come proprio alleato – commenta il quotidiano israeliano – ma ha bisogno di lui per evitare la disintegrazione di al Fatah e per affrontare la ricostruzione delle istituzioni dell’Autorità nazionale palestinese, anche in vista delle difficili decisioni che potrebbero essere prese».
«Nessuno mi tiene in tasca – dice Barghouti – Non ero controllato da Arafat e non sarò controllato da Abu Mazen. Mi controlla solo il popolo palestinese. Sono convinto che la generazione che è cresciuta sotto l’occupazione israeliana, che ha partecipato alla prima e alla seconda intifada, che è in grado di capire la complessità del conflitto israelo-palestinese, deve essere alla guida».
È un passaggio fondamentale, per il quale Barghouti prova anche ad ipotizzare una data: «Ci sono elezioni anticipate in qualsiasi democrazia e per i più diversi motivi. E penso che dovremmo tenere elezioni anticipate prima della fine del 2008. Per evitare che si ripeta la crisi politica avvenuta a Gaza, dovremmo votare contemporaneamente per la presidenza dell’Anp e per il Consiglio legislativo palestinese».
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