Fonte: Chip&Salsa del Manifesto
Nulla da fare. Neanche Amnesty International è riuscita a cambiare l’orientamento del consiglio di amministrazione di Google che l’8 maggio ha respinto due mozioni contro la censura presentate durante il meeting annuale con gli azionisti a Mountain View. Nei testi si elencavano alcuni requisiti minimi per tutelare la libertà di accesso alla rete come i dati degli utenti da non ospitare «in paesi dove Internet è controllata e dove la libertà di parola può essere considerata un reato». Si chiedeva esplicitamente a Google di usare «tutti i mezzi legali per resistere a richieste di censura» cedendo solo «quando costretta legalmente», e di informare i suoi utenti quando «obblighi legali di censura o filtraggio» sono in atto. Un riferimento esplicito a quello che avviene da anni in Cina dove Google è sbarcata scendendo a patti con il regime e le sue richieste. Una scelta molto criticata che l’altro giorno è stata ribadita dal cda che ha invitato l’assemblea a votare contro le mozioni, con l’astensione significativa di uno dei fondatori storici dell’azienda, Sergey Brinn che ha voluto anche motivare la sua scelta. «Google – ha detto Brinn – si è comportato molto meglio dei concorrenti (Yahoo e Microsoft, ndr) nel rendere l’informazione liberamente accessibile. Il nostro scopo primario in paesi come la Cina non è generare più profitti possibili. Potremmo andarcene domani e questo non avrebbe alcun effetto sensibile sulle nostre entrate. Il nostro scopo è stato fare quello che di più positivo possiamo fare». Insomma, meglio un buon compromesso che nessun servizio. Una posizione che alimenterà altre polemiche ma già oggi è un brutto segnale alla vigilia delle olimpiadi targate Pechino.






