La lista nera del Liechtenstein sugli evasori fiscali con conti correnti nelle banche di Vaduz, potrebbe essere probabilmente soltanto uno specchietto per le allodole. I governi «puliti» dei paesi dell’Unione europea vogliono sempre figurare in prima fila per tutelare la «finanza buona» contro i famigerati paradisi fiscali. Come se questi ultimi fossero strutture anomale fuori da ogni legalità. «Trasparenza» contro «opacità».
C’è da precisare che proprio il Liechtenstein fin dal 1999 figurava nella lista dei paradisi fiscali pentiti, quelli cioè, che in base alle richieste dell’Ocse [Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico] si erano impegnati a modificare i propri ordinamenti in materia di trasparenza e scambio di informazioni. Stato «cooperativo» dunque in contrapposizione ad altri Stati, come ad esempio le Bahamas o le Isole Vergini, «non cooperativi» che avevano rifiutato ogni collaborazione rimanendo pervicacemente legati ai propri regimi fiscali completamente opachi.
Naturalmente, data la mancanza di qualsiasi reale potere sanzionatorio da parte dell’Ocse, la situazione è rimasta pressoché immutata, tanto è vero che gran parte delle società quotate in borsa e delle banche continuano a servirsi di paradisi come il Liechtenstein, il Lussemburgo o la Confederazione elvetica [per restare nell’area europea] per attuare la cosiddetta pianificazione fiscale, la gestione patrimoniale dei loro profitti, secondo le tecniche di elusione più sofisticate, e spesso truffaldine, anche attraverso la gestione di fondi di investimento [i cosidetti fondi comuni].
E come atri paesi europei anche l’Italia è in paradiso. Al Boulevard Prince Henry di Lussemburgo, capitale dell’omonimo granducato, al n.13, tutte nello stesso palazzo, si possono ancora trovare le sedi di Pirelli, Mondatori, Franco Tosi, Merloni Ariston e, cinquanta metri più in là, Meccanica Finanziaria, Lucchini, Autogrill, Valentino. E che cosa fa il gruppo Mediaset a Malta? E l’Istituto mobiliare italiano a Madeira? Notoriamente quasi il 50 per cento [112 su 250] delle società quotate in borsa e il 25 per cento [22 su 88] dei gruppi bancari hanno partecipazioni, quasi sempre di controllo, in società residenti in paradisi fiscali.
Chi in Italia, servendosi degli agenti finanziari del proprio istituto bancario, investe parte dei propri risparmi in fondi comuni, bond o simili, sappia che i suoi capitali hanno discrete possibilità di entrare nel giro di investimenti praticato da società con sede in un paradiso fiscale [Lussemburgo, Liechtenstein come Bahamas], sappia che quei soldi si potranno saldare [mischiare] con altro denaro di dubbia provenienza, facilitando operazioni di candeggio o riciclaggio molto redditizie per le banche offshore, ma anche per le banche nostrane. Si crea così la convergenza e alleanza tra capitale «pulito» e «sporco», perché la finanza globalizzata internazionale è legata al profitto e non certo a considerazioni morali.
E in fatto di collaborazioni tra Stati puliti e Stati sporchi, basterà ricordare come attraverso il noto condono dei capitali fuggiti all’estero [scudo fiscale] praticato, in maniera anonima, in Italia da Tremonti, gran parte di quelle somme, dopo l’operazione di riciclaggio e pulizia dello scudo fiscale] sono state ricollocate nei forzieri delle banche svizzere. I conti sono regolari e trasferire capitali all’estero di per sè non è reato. Ma non basta: addirittura vi è stata un’intesa nel 2003 in base alla quale Berna, in cambio dell’ok al segreto bancario, versa ai paesi d’origine [tra i quali l’Italia] un’aliquota [o una tangente] del 15 per cento sugli interessi obbligazionari di cittadini stranieri, italiani compresi.
Si deve sottolineare come la questione dei paradisi fiscali venga assai mistificata dai media. Si tende cioè a collocarla in un mondo a parte, mentre in realtà si tratta di strumenti inseriti nel sistema e funzionali alle grandi imprese per difendere e moltiplicare i profitti, togliendo risorse immense a investimenti che potrebbero cambiare la vita dell’80 per cento della popolazione mondiale. Non sorprende quindi che la madre di tutti i paradisi sia considerata proprio la City di Londra, che tira i fili dei suoi ex protettorati divenuti centrali offshore.
Ma, per concludere, la stessa Italia potrebbe rientrare in certa misura nelle caratteristiche di un paradiso fiscale, magari del tipo «cooperativo». L’Italia infatti può vantare la più alta evasione fiscale d’Europa: più di 200 miliardi di euro l’anno, e la più bassa tassazione d’Europa in fatto di rendite finanziarie, e una percentuale altissima di evasori totali. E c’è già chi spera in un ritorno al potere del centrodestra, per una nuova e più redditizia stagione di condoni.
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