Da mercoledì 2 aprile, fino al 4, i capi di stato e di governo dei 26 paesi dell’Alleanza atlantica saranno riuniti a Bucarest per il summit annuale della Nato. In agenda ci sono tre punti principali: Afghanistan, Kosovo e allargamento dell’Alleanza. Si comincerà dal terzo, e forse più spinoso, degli argomenti. Il presidente statunitense George Bush, con il suo solito tatto diplomatico, ha già marcato il territorio e ha dichiarato di essere favorevole all’ingresso dell’Ucraina nell’Alleanza. In realtà, un eventuale allargamento della Nato fino a Kiev, che preoccupa e irrita molto la Russia, è ancora di là da venire. Per il momento, solo tre paesi rientrano in quella che nel gergo Nato si chiama Map, acronimo che sta per Membership action plan. Il Map è il percorso tecnico e politico, legato soprattutto alla standardizzazione e alla modernizzazione delle forze militari, che un paese intraprende quando intende far parte della Nato. In lista ci sono Albania, Croazia e Macedonia. Sulla partecipazione di questo paese c’è da superare lo scoglio dell’opposizione della Grecia, che non riconosce l’ex repubblica jugoslava con il nome che «ufficiale» per scongiurare future pretese sulle regioni della Macedonia greca.
Più liscia dovrebbe essere la decisione sull’ammissione della Croazia, anche se ci sono ancora da risolvere i nodi della scarsa collaborazione del governo di Zagabria con il Tribunale internazionale per i crimini di guerra nell’ex Jugoslavia. Invece molto complicata è la decisione rispetto all’Albania e non solo perché le forze armate albanesi sono molto al di sotto degli standard dell’Alleanza. Il punto controverso è il Kosovo, dove al momento si trovano 15 mila soldati della Nato, e dove la dichiarazione unilaterale di indipendenza fatta dai kosovaro-albanesi lo scorso 15 febbraio, ha fatto salire la tensione con la comunità serba e con il governo di Belgrado. Di Kosovo, i capi di governo dei 26 paesi atlantici parleranno anche in relazione ai rapporti con Mosca, al loro minimo storico da molti anni a questa parte. La retorica muscolare dell’ex presidente Vladimir Putin e quella altrettanto «reganiana» di Bush hanno riportato in Europa atteggiamenti e toni da guerra fredda. La questione del Kosovo, quindi, si intreccia con quella della richiesta ucraina di avviare il percorso per la possibile inclusione nel club atlantico. Non c’è unanimità, tra i paesi della Nato, né sul Kosovo [Spagna e Grecia, per esempio, non hanno riconsciuto l’indipendenza] né sull’Ucraina. La soluzione di compromesso potrebbe essere, per Kiev, un percorso meno automatico della Map e più sottoposto alla contrattazione con Mosca. Anche se Bush non ha mancato di ricordare che «la Russia non ha potere di veto».
Il terzo capitolo, l’Afghanistan, è almeno altrettanto difficile, se non di più. Ai lavori, previsti nel pomeriggio del 3 aprile, parteciperanno anche il presidente afgano Ahmid Karzai e il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon. In Afghanistan non meno che in Kosovo, la Nato sta giocando una partita complicata e essenziale per la definzione del proprio ruolo futuro. I due interventi sono la «naturale» applicazione del nuovo concetto strategico dell’Alleanza, approvato nel 1999 e aggiornato dopo l’11 settembre 2001. La Nato, lì ma se necessario anche altrove, si presenta come «costituente», come un organismo più politico che militare, in grado di ricostruire gli «stati falliti» o di risolvere le dispute territoriali. Appena un po’ meno dell’Onu, ma con una maggiore capacità di intervento–almeno così credono i vertici dell’Alleanza–perché la macchina decisionale è più snella e meno vincolata agli equilibri globali. Una sorta di Onu «operativa» ed esclusivo appannaggio delle «democrazie mature». Un modello che, se avesse successo in Afghanistan e in Kosovo, potrebbe essere esportato anche altrove. Con l’Onu, o quel che ne resta, a fornire solo la copertura politica.
Tags assegnati a questo articolo: Nato






