Qualche giorno fa Marco Revelli si chiedeva come fosse possibile che l’allarme lanciato dalla Fao a Roma nel giorno di chiusura della campagna elettorale sulla crisi alimentare globale non sia stato preso in considerazione dalla politica. In questi giorni, in trenta paesi del sud del mondo, a cominciare da Egitto e Haiti, la popolazione è in subbuglio.
Ma durante il fine settimana elettorale è anche andata in onda in prima serata una trasmissione di Report dedicata al cibo: importare un chilo di asparagi dal Perù che viaggiano in aereo per arrivare nel nostro piatto, hanno raccontato i redattori della trasmissione, significa lasciare nell’atmosfera sei chili di CO2; intanto paghiamo otto euro al chilo le carote grattugiate contenute in una vaschetta [di plastica], mentre a chi le produce costano pochi centesimi. Eppure quel prezzo non comprende neanche il costo che paga la natura con l’inquinamento di aria, terra e acqua. Report ha raccontato anche alcune alternative: i gruppi di acquisto solidale [e da quel giorno centinaia di persone hanno cominciato a interpellare i promotori dei Gas], i cibi e ristoranti a «chilometro zero», l’agricoltura biologica.
Forse il modello dell’industrializzazione dell’agricoltura [e quindi l’uso di pesticidi, l’importazione di prodotti non di stagione dall’altra parte del mondo, la sottrazione di terra da destinare agli agrocarburanti], tutto a vantaggio delle multinazionali dell’agrobusiness è arrivato «alla frutta». Di certo, questa crisi alimentare e l’interesse di migliaia di persone a consumare cibo buono, sano ed equo dicono che così non si può andare avanti. Lo dicono anche i movimenti che il 17 aprile promuovono in tutto il mondo la Giornata di lotta per la terra.
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