E’ cominciata in Messico come guerra della tortilla. Poi si è trasformata in una valanga inarrestabile. Le proteste contro l’aumento del prezzo degli alimenti si sono succedute una dopo l’altra ad Haiti, in Mauritania, Yemen, Filippine, Egitto, Bangladesh, Indonesia, Marocco, Guinea, Mozambico, Senegal, Camerun e Burkina Faso, Nel mondo oggi c’è più fame di quel che c’era. La disperazione e la rabbia di non avere nulla da mettere sotto i denti ha provocato saccheggi e furti di cereali nelle campagne, nei magazzini e nei negozi; e ancora caos, furti e incendi. Molti governi hanno replicato con detenzioni arbitrarie, assassinii e torture. In Pakistan e in Thailandia l’esercito pattuglia le strade. Ad Haiti le manifestazioni hanno lasciato un bilancio di vari morti e di decine di feriti. Per contenere il malcontento, l’haitiano René Préval ha annunciato un programma di sussidi per la produzione locale di riso, latte e uova. In Marocco, cittadini furiosi hanno formato i «tansikiyate» [coordinamenti di cittadini] per lottare contro l’aumento dei prezzi dei prodotti di prima necessità: il pane è aumentato di colpo del 25 per cento nel settembre del 2007 e si produssero gravi incidenti nella città di Sefroun. In Egitto il malcontento attuale riposta ad epoche passate. Il rettore dell’Università di Al Azar, Sheik Yusef al Bradi, ha ricordato le somiglianze con la famosa «rivolta del pane», nel 1977, quando il governo cercò di tagliare le sovvenzioni agli alimenti, e vi furono gravi incidenti: per lo meno tre persone morirono nel Delta del Nilo. Nel febbraio del 2008 un grave conflitto è esploso in Camerun. La polizia ha represso chi protestava in modo selvaggio. Il presidente Paul Biya, che governa dal 1982, ha riconosciuto che ci sono stati 40 morti, i ribelli dicono più di 100.
Si tratta di un evento globale. Normalmente, la scarsezza generalizzata di alimenti si produce in paesi e regioni localizzati, grazie a disastri naturali o guerre. Adesso succede in modo simultaneo in una molteplicità di paesi e in vari continenti. Per esempio, l’aumento dei prezzi del frumento ha un impatto reale ma limitato sui consumatori europei. Nel vecchio continente il pane pesa solo per l’1,8 per cento del paniere classico. Ma in paesi con popolazioni povere, come l’India, la Cina e l’Egitto, che hanno fatto grandi sforzi per diminuire la denutrizione, ha avuto effetti gravi.
La situazione è drammatica. Ogni cinque secondi muore un bambino di meno di 10 anni per fame, e la situazione si sta aggravando. Circa 850 milioni di esseri umani non hanno nulla da mangiare. Il Pam [Programma alimentare mondiale] delle Nazioni unite stima che, a partire dalla crisi attuale, ci saranno altre 100 milioni di persone ridotte alla fame. Secondo l’Organizzazione delle Nazioni unite per l’agricoltura e l’alimentazione [la Fao], è esplosa una crisi alimentare in 37 paesi. Nel 2008 le nazioni più povere pagheranno il 65 per cento in più per le loro importazioni di cereali; in alcune nazioni africane l’incremento sarà del 74 per cento. Jean Ziegler, relatore speciale dell’Onu per il Diritto al cibo, sostiene: «Questo è un assassinio di massa silenzioso».
La produzione di alimenti si è modificata sensibilmente, nell’ultimo anno e mezzo. Le tessere del sistema agro-alimentare mondiale si sono spostate. Finora, l’agricoltura si era caratterizzata per una caduta sostenuta dei prezzi reali, accompagnata da aumenti temporanei dei prezzi di alcuni prodotti, e poi coltivazioni in eccedenza, aggressive politiche di appoggio ai prezzi e protezione commerciale. Questa diminuzione dei prezzi avveniva nonostante l’aumento del costo dei fertilizzanti e dei prodotti energetici.
Questa tendenza è già radicalmente cambiata. Il livello delle riserve di granaglie e di olii è diminuito drammaticamente in rapporto ai suoi standard storici. I prezzi si sono verticalmente impennati. Oggi in Asia il riso costa il triplo dei livelli di appena tre mesi fa. Alla Borsa di Chicago il prezzo di un «bushel» [25,401 chilogrammi] di mais ha raggiunto 6,37 dollari, un prezzo mai visto prima. Il frumento ha aumentato il suo valore del 130 per cento in un anno.
Questa scalata inflazionaria tocca molti altri prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento. In Messico il litro di olio è salito da 6,73 pesos nel gennaio del 2006 a 36,50 nell’aprile del 2008, mentre il pane in cassetta è passato da 13,21 pesos nel gennaio del 2006 a 24 nell’aprile di quest’anno. In quasi tutto il mondo sono aumentati i latticini, le carni, le uova, i vegetali e la frutta. Amara ironia, nel corso del 2007 la produzione mondiale di granaglie è aumentata del 4 per cento sul 2006. La raccolta è stata di 2 miliardi e 300 milioni di tonnellate, un volume tre volte maggiore di quello del 1961.
Eppure, in questo stesso periodo la popolazione umana è raddoppiata. Il problema della fame non è quindi la scarsezza di cibo ma il fatto che milioni di esseri umani non possono comprarlo. Al contrario di quel che dicono le leggi del mercato, secondo cui se la produzione aumenta i prezzi diminuiscono, il costo degli alimenti è salito.
Parte del problema risiede nella crescente concentrazione monopolistica dell’industria agro-alimentare mondiale. La fame di molti è l’abbondanza per pochi. In momenti di avversità come la crisi attuale, un piccolo numero di imprese hanno visto crescere i suoi profitti in modo esorbitante. E’ il caso delle compagnie che fabbricano fertilizzanti. Nel 2007 Potato Corp ha incrementato i suoi guadagni del 72 per cento in confronto al 2006. Yara ha avuto un aumento dell’utile del 44 per cento. I profitti di Sinochem sono cresciuti del 95 per cento e quelli di Mosaic del 141. Vale anche per i grandi commercializzatori di grani. Nei primi tre mesi del 2008 Cargill ha ottenuto guadagni dell’86 per cento maggiori che durante lo stesso periodo dell’anno precedente.
Nel 2007 Adm ha avuto profitti superiori del 67 per cento in più sul 2006, Conagra del 30 per cento, Bunge del 49 e Noble Group del 92. La stessa fortuna conoscono le multinazionali trasformatrici di alimenti come Nestlé e Unilever, e le imprese che si dedicano alla produzione di sementi e di agro-chimica, come Dupont, Monsanto e Sygenta.
Perché allora, se il volume del raccolto di granaglie nel 2007 ha raggiunto un record mondiale, i prezzi degli alimenti aumentano a questa maniera? Sostanzialmente, per il combinarsi di cinque fattori, nel quadro della crisi generale di un modello di produzione agricolo e dell’allevamento. Questi fattori sono: l’utilizzazione di grani basici per produrre agrocombustibili; l’aumento del prezzo degli investimenti; gli effetti del riscaldamento globale sull’agricoltura; i cambiamenti nel modello del consumo alimentare; la speculazione in borsa. Tutto questo fa parte della crisi del modello agricolo industriale su grande scala, che è altamente dipendente dal petrolio, basato sulla logica dei vantaggi comparativi e del libero commercio: il modello oggi dominante.
In parallelo con l’aumento del prezzo del petrolio, nel mondo si è intensificata la produzione di agrocombustibili. Più che per impulso del mercato, la loro fabbricazione è cresciuta grazie all’appoggio di abbondanti sussidi e delle politiche pubbliche dedicate alla sua crescita. L’Unione europea ha stabilito come obbligo per il 2010 che il 5,75 per cento del trasporto si basi su bioetanolo e biodiesel. Nel Stati uniti, la legislazione prevede che nel 2012 si consumeranno 27 miliardi di litri di agrocombustibili. George W. Bush ha proposto come obiettivo di distillare 133 miliardi di litri nel 2017 e per questo scopo ha stabilito un ambizioso programma di incentivi economici ai produttori.
La crescita della domanda mondiale di agrocombustibili ha ridotto la produzione di granaglie, riconvertito le coltivazioni di ampie superfici agricole e fatto esplodere i prezzi. La popolazione mondiale consuma direttamente meno della metà delle granaglie che si raccolgono. Il resto serve a nutrire il bestiame e i veicoli a motore.
L’incremento del prezzo del petrolio ha fatto salire i costi della produzione agricola. Il modello prevalente è drogato di petrolio. Non si può seminare senza combustibili fossili. I fertilizzanti e parte della chimica agricola utilizzati nei raccolti sono fatti con il petrolio. Le macchine e i veicoli per seminare, raccogliere, lavorare e trasportare hanno bisogno di combustibili e di olii derivati dal petrolio. Parte dell’energia elettrica richiesta per estrarre l’acqua e irrigare i seminati si produce con i derivati del petrolio. I teli di plastica che coprono le serre e le pompe per irrigare i campi sono fabbricati con materie prime provenienti dal petrolio. I materiali per inscatolare e trasportare fino ai mercati richiedono derivati del petrolio. E tutti questi prodotti costano di più, adesso. Materiali plastici come il polipropilene valgono fino al 70 per cento in più del 2003.
Il modello agricolo dominante è parzialmente responsabile del cambiamento climatico. Ora però il cambio climatico ha cambiato l’agricoltura mondiale. La tradizionale incertezza del settore è molto maggiore. L’uso eccessivo di fertilizzanti, il degrado dei suoli, la riconversione di terreni un tempo forestali e l’allevamento hanno reso l’agricoltura uno dei maggiori produttori di gas a effetto serra. Secondo il rapporto Stern, la somma di produzione agricola, cambiamenti nell’uso del suolo, produzione e commercializzazione, nonché la fabbricazione di equipaggiamenti per l’allevamento sono responsabili del 41 per cento del totale delle emissioni di CO2 nel mondo.
Ma il clima ha fatto impazzire la vita rurale. La siccità in Australia ha devastato le semine di frumento e le esportazioni sono cadute di più del 20 per cento. Il Canada, secondo produttore mondiale dopo gli Usa, avrà la produzione più piccola degli ultimi cinque anni. Nel Kansas le coltivazioni hanno subito nevicate. In Cina, il riscaldamento globale ridurrà il periodo di maturazione dei cereali e i semi non avranno il tempo di maturare. In più, le recenti inondazioni hanno distrutto 5,5 milioni di ettari di frumento e colza. Siccità e piogge minacciano di danneggiare ovunque i raccolti.
La crescita economica di paesi come l’India e la Cina ha modificato il modello di consumo alimentare di milioni di persone. Oggi mangiano di più, meglio e altri generi alimentari. Per esempio, il consumo di carne bovina è cresciuto. Ma per produrre un chilo di carne di manzo c’è bisogno di otto chili di cereali. Così, dietro i milioni di hamburger che si consumano nel mondo c’è bisogno di sempre maggiori quantità di granaglie allo scopo di ingrassare le mucche.
Il mercato agricolo si è finanziarizzato. Il cibo fa parte del casinò della speculazione finanziaria. Messi di fronte alla crisi dei mutui, alla debolezza del dollaro e alla recessione negli Stati uniti, i fondi di investimento si sono gettati sul lucroso affare della fame. Il cibo si è trasformato – molto più di quanto già non fosse – in un bene speculativo. Nel 2007 questi fondi hanno investito 175 miliardi di dollari nel mercato dei «futures» [contratti che obbligano a comprare o vendere una merce a un prezzo o in una data predeterminati].
Attualmente, i fondi d’investimento dominano il 40 per cento dei contratti nella Borsa di Chicago, una proporzione senza precedenti. L’acquisto di soia fatto in questo modo è passato da 10 milioni di tonnellate nel marzo 2007 a 21 milioni nello stesso mese di quest’anno.
La produzione di alimenti è un’arma potente che gli Stati uniti hanno oliato per decenni. Guerra, cibo e diritti di proprietà intellettuale sono strettamente connessi alla strategia economica della Casa bianca fin dagli anni settanta. Sviluppo dell’industria militare, produzione di massa di granaglie e brevetti sono stati i pilastri dell’egemonia statunitense nell’economia mondiale.
Il cibo è uno strumento di pressione imperiale. John Block, ministro dell’agricoltura tra il 1981 e il 1985, ha affermato: «Lo sforzo di alcuni paesi in via di sviluppo di essere autosufficienti nella produzione alimentare deve diventare un ricordo di epoche passate. Questi paesi potrebbero risparmiare denaro importando alimenti dagli Stati uniti».
I prodotti agricoli «made in Usa» sono una delle principali merci di esportazione del paese. Con il mercato interno saturo, gli Usa stanno spingendo in modo aggressivo per aprire le frontiere altrui. Ogni tre ettari, uno è destinato a coltivare prodotti agricoli e dell’allevamento per l’esportazione. Un quarto del commercio agricolo viene realizzato con altri paesi. Se fino al 1973 le entrate da vendite in questo settore all’estero fluttuavano intorno ai 10 miliardi di dollari ogni anno, a partire da allora si impennano fino a una media annuale di 60 miliardi. Il successo si è basato, soprattutto, sulla miscela di appoggi governativi alla produzione e al prodotto per abbattere i prezzi al di sotto dei costi di produzione, così come su abbondanti sussidi all’esportazione.
Il presidente Gorge W. Bush ha ratificato questa politica firmando la «Legge di sicurezza per le granaglie e l’’investimento rurale» nel 2002. «Gli statunitensi – disse in quella occasione – non possono mangiare tutto quel che gli agricoltori e gli allevatori del paese producono, perciò ha senso esportare più alimenti. Oggi il 25 per cento delle entrate agricole statunitensi provengono dalle esportazioni, il che significa che l’accesso a mercati esteri è cruciale per la sopravvivenza dei nostri agricoltori e allevatori. Permettetemi di dirlo nel modo più semplice possibile: noi vogliamo vendere la nostra carne e il nostro mais e i nostri fagioli alla gente del mondo che ha bisogno di mangiare».
Sistematicamente, gli organismi finanziari multilaterali hanno promosso la distruzione della produzione agricola locale e l’importazione di alimenti dai paesi poveri, che ora sono importatori netti di alimenti. I loro abitanti subiscono un assassinio silenzioso di massa in questa guerra non dichiarata. Benché gli «sprinbreakers» del libero commercio come Robert Zoellik, presidente della Banca mondiale, insistano sul fatto che per superare la crisi bisogna fare di più della stessa cosa, ossia liberalizzare i mercati, deregolamentare l’economia, sviluppare nuova tecnologia e offrire aiuto alimentare, il modello di agricoltura industriale comincia a frantumarsi. Gli Stati si sono decisi a intervenire nell’economia.
Secondo Economist Intelligence Unit, «di 58 paesi le cui reazioni sono osservate dalla Banca mondiale, 48 hanno imposto controlli, sussidi ai consumatori, restrizioni alle importazioni o dazi». Il Malawi ha sfidato con successo il Consenso di Washington e si è trasformato in esportatore di granaglie.
A fine febbraio, il presidente boliviano Evo Morales ha approvato un decreto con cui si proibisce l’esportazione di vari alimenti, come la carne bovina e il riso, a causa della loro scarsità sul mercato. La misura riguarda anche frumento, mais, zucchero e gli olii commestibili, che la Bolivia esportava nei paesi vicini e la cui scarsità nel mercato aveva fatto esplodere i prezzi. Secondo il presidente boliviano, « quando i nostri prodotti sono in gran quantità, abbiamo tutto il diritto a vendere e esportare; se mancano, siamo obbligati a garantire l’alimentazione delle famiglie». Quindici paesi latinoamericani si sono messi d’accordo, al Vertice sulla sovranità e la sicurezza alimentare, per dichiarare l’emergenza. Nicolas Maduro, ministro degli esteri venezuelano, ha proposto un piano per creare un «fondo agricolo-petrolifero» e una banca latinoamericana dei prodotti agricoli e dell’allevamento. I governi centroamericani stanno ritirando denaro dalle borse per dare fertilizzanti e sementi migliorate e per comprare granaglie ai contadini, per evitare che gli alti prezzi finiscano per spingere nella miseria milioni di persone.
L’India ha proibito che il riso, il frumento, i ceci, le patate, il caucciù e l’olio di soia siano quotati al mercato del «futures». La Russia ha congelato il prezzo del latte, delle uova, dell’olio e del pane. Il governo cileno fornirà un buono equivalente a circa 45,5 dollari a 1,4 milioni di famiglie povere. L’Indonesia ha triplicato i sussidi agli alimenti di base.
La superficie agricola è arrivata nell’essenziale al suo limite. Il modello di «rivoluzione verde» degli anni sessanta ha raggiunto un capolinea. Tra gli anni settanta e i novanta, i rendimenti agricoli sono cresciuti a un ritmo del 2,2 per cento annuo. Ora invece aumentano a un tasso dell’1 per cento annuo. Non c’è terra agricola sufficiente per produrre allo stesso tempo le granaglie per l’alimentazione umana e per dar da mangiare alle automobili. Ed è falso che gli Ogm risolveranno questa crisi; al contrario, la aggraveranno.
Per i poveri del mondo le notizie non sono buone. Il futuro immediato sarà di penuria alimentare e di alti prezzi. L’assassinio silenzioso di massa che subiscono oggi le nazioni non sviluppate e i loro popoli deve essere fermato. Il che sarà possibile solo cambiando drasticamente l’attuale sistema agroalimentare. La soluzione al problema è nelle mani di 450 milioni di piccoli contadini: quelli che, con ogni mezzo, si è cercato di espellere dalle loro terre. Tre quarti dei poveri del mondo sopravvivono con l’agricoltura, e il 95 per cento dei contadini abitano nei paesi poveri. Sono loro quelli a cui appoggiarsi.
Si devono anche avviare politiche pubbliche che difendano la sovranità alimentare delle nazioni. Quando diventi necessario farlo, i governi devono avere il diritto a chiudere le frontiere per difendere la produzione interna, e di appoggiare i propri produttori con gli incentivi che giudichino convenienti. Oggi, più che mai, l’agricoltura deve stare fuori dall’Organizzazione mondiale del commercio.
Come sanno bene quelli che hanno vissuto guerre, la maggiore debolezza di una nazione consiste nel dipendere da altre per alimentare i propri cittadini. E il cibo più caro è quello che non si produce da soli.
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