Niente riso

Nel sud del mondo la crisi alimentare ha provocato nelle scorse settimane rivolte in almeno trenta paesi. Dal riso dipende la sopravvivenza di 2,5 miliardi di persone solo in Asia, dove si coltiva il 90 per cento della produzione mondiale. Ma ora quella crisi sembra cominciare a precipitare, se pur in maniera meno aggressiva, nel nord del mondo: alcuni supermercati di diverse città europee, in particolare in Germania, hanno limitato da alcuni giorni gli acquisti di riso, come durante una guerra, per evitare accapparamenti da parte dei clienti di fronte alla evidente riduzione delle scorte.
Politici, dirigenti della Fao, responsabili di imprese multinazionali [l’85 per cento del commercio agricolo internazionale è nelle mani soltanto di una decina di aziende] sembrano ancora dominare la scena, ma in realtà annaspano entro bolle di retoriche propaganidistiche. La crescita del prezzo del petrolio e le speculazioni finanziarie imposte dalla ricette liberiste stanno provocando qualcosa che per molti è già fuori controllo. Di sicuro, questa crisi sta svelando a milioni di persone nel mondo come il potere capitalistico si regge sul cittadino consumatore. Qualcuno comincia a parlare di coproduttori, per indicare come la scelta dei cittadini sta già condizionando sul serio produttori, comincia a favorire chi produce cibo sano [e buono] e protegge i territori.
La fine del petrolio, ha ricordato nei giorni scorsi Serge Latouche, inaugurando il congresso mondiale del bio a Modena, «coinciderà con la fine delle fibre sintetiche e dell’agricoltura produttivista, perché i concimi chimici sono petrolio così come i pesticidi». Insomma, è in corso, una vera rivoluzione. Pochi lo sanno. Pochissimi sono pronti.

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