Una domanda a Galapagos

Questa è la rubrica dei Cantieri sociali pubblicata il 4 settembre sull'edizione de il manifesto

Vorrei fare una domanda ingenua, da vero incompetente, ai miei amici della sezione economia [«il capitale»] del manifesto, prima di tutti a Galapagos, a proposito di un dubbio che mi è venuto non per via ideologica ma pratica. Mi spiego. Mi capita in questi ultimi tempi di frequentare da vicino alcuni piccoli paesi della provincia di Viterbo, certo non ricchissimi ma evidentemente benestanti, grazie all’agricoltura, al lago lì vicino, a un po’ di turismo, ecc. Siccome sono stato per così dire adottato, come quasi parente, da una famiglia locale, ho visto come funziona. Lui, il giovane uomo con cui ho più rapporti, è impiegato di un servizio pubblico, fuori dell’orario di lavoro si ingegna a fare altri lavori, fa parte di una famiglia allargata che a sua volta è connessa ad altre famiglie allargate, circostanze che gli permettono di non ricorrere che parzialmente al mercato, al circuito monetario, per procurarsi ortaggi, frutta, olio, pesce e molti altri generi alimentari di base, e poi scambia le sue competenze con altre senza ricorrere al pagamento in denaro [o con grandi sconti reciproci], c’è una forte reciprocità nei servizi di cura a bambini e anziani, e così via.
Risultato: questo amico vive piuttosto bene, nonostante lo stipendio pubblico e con altri non grandi guadagni, ha due figli piccoli, la moglie ha potuto scegliere di dedicarsi ai bambini, la casa in cui vivono è della famiglia, ecc. E la principale festa paesana, grandi mangiate di pesce per centinaia di persone, si basa sul lavoro volontario e gratuito, e i ricavati vanno al sostegno alle persone e alle famiglie in difficoltà.

Dunque, una prima domanda è: a quanto ammonta il reddito reale di questa persona? E quanto di questo reddito reale è intercettato, statisticamente, dai parametri sulla base dei quali si elaborano il reddito pro capite e il Prodotto interno lordo?
Galapagos mi potrebbe rispondere che la situazione che descrivo è antica, c’è sempre stata, ed è marginale nel meccanismo economico. Però l’altro giorno, guardando il Tg3, ho visto che la solita intervista alla famiglia numerosa, padre madre e quattro figli, su come possano sopravvivere con gli stipendi usuali e la corsa dei prezzi del cibo [e non solo] si è trasformata, non so quanto intenzionalmente, in uno spot per il «gruppo di acquisto familiare» di cui quella famiglia fa parte, e grazie al quale, accorciando radicalmente la filiera, i prezzi dei prodotti alimentari [e non solo] diventano più umani. Mi sono chiesto, di conseguenza, quanto della diffusione dei «gruppi di acquisto solidali» sfugga perfino a noi, Carta, che pure li teorizziamo e li censiamo da anni: ho l’impressione che il fenomeno, sotto il pungolo della crisi alimentare, sia letteralmente esploso, e abbia quindi dimensioni molto superiori a quel che si pensa.
Una nicchia di mercato rilevante, ormai, con la particolarità che chi l’ha creato vuole intenzionalmente correggere il mercato, anzi abolirlo a favore dello scambio diretto, per quanto ancora in parte monetario. E d’altra parte qualche tempo fa Tonino Perna – economista eterodosso – si chiese, in un articolo sul nostro settimanale, come mai la gran parte dei calabresi fossero ancora vivi, nonostante il fatto che secondo le statistiche [il reddito pro capite] avrebbero dovuto essere morti di fame da tempo. E la risposta che si dava è che – scremata la quota di reddito proveniente da attività criminali della ‘ndrangheta, per sua natura non nota – a garantire la sopravvivenza dei calabresi è la rete informale dello scambio di cibo, servizi, e così via.

La domanda finale è perciò: nel momento in cui da ogni parte si levano grida di dolore perché l’Ocse ha abbassato la previsione di crescita italiana, nel 2008, allo 0,1 per cento [cioè niente, in pratica] non sarebbe più saggio andare a vedere come la gente inventa il suo reddito al di fuori di quel parametro, misurarne per quanto possibile la vastità e sostenere – questo sì – lo sviluppo di questa non più sub-economia ma ormai altra-economia? Che oltre tutto ha il pregio incommensurabile di essere a misura delle famiglie e delle comunità e di avere tendenzialmente un impatto, sull’ambiente e sul paesaggio urbano e agrario, infinitamente inferiore a quel che solitamente si considera «sviluppo», come l’edilizia a macchia d’olio o le infrastrutture invasive.
L’ho detto in premessa, sono un ingenuo, ignorantissimo di economia. Però ho visto che la gente sta meglio, dove può crearsi i suoi circuiti di scambio. Perciò mi è venuto il dubbio che ho cercato di esporre.

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