Salvate il soldato Kirk. Morte di un broker

Kirk Stephenson e Khartik Rajaram: due nomi oscuri, due vite lontane legate assieme dai contraccolpi della crisi finanziaria globale. Due morti che raccontano la disperazione di chi aveva affidato al Denaro e al Mercato le chiavi della propria felicità.

Una vittima illustre: Kirk Stephenson, 47 anni, rampollo dorato della City, un palazzo di cinque piani a Chelsea, una moglie bellissima – anche lei del ramo: analista finanziaria sull’Herald – un figlio ancora piccolo. Una vittima oscura: Khartik Rajaram, 45 anni da Porter Ranch, Los Angeles, broker di poca fortuna con moglie, tre figli e suocera a carico. Il primo si è ucciso gettandosi sotto un treno ad alta velocità vicino alla stazione di Taplow, nel Berkshire. Il secondo, come Goebbels, ha sterminato tutta la famiglia e ucciso se stesso a colpi di pistola, perché «vista la situazione era la cosa più onorevole da fare». Khartik, come nel 1929, aveva perduto tutto, compresa la speranza e la faccia: ex dirigente modello licenziato dalla sua azienda aveva tentato la via del rischio che, dicono i manuali, è quella giusta ma non nel momento sbagliato. Kirk invece non aveva ancora perduto tutto: gli restava qualcosa ma troppo poco per giustificare una vita da star. Amici e colleghi dicono che è stato ucciso dallo «stress» che, come è noto, è il nome della malattia nell’era elettrica: la malattia come forma senza più contenuto. Fosse ancora vivo Arthur Miller, chissà, riprenderebbe a scrivere da loro, un ultimo sforzo da drammaturgo ripensando a suo padre che dalla crisi del 1929 era stato travolto, e poi si era rialzato, lentamente, come un altro uomo, per lasciare in eredità ai figli quel brivido tenebroso, fatale che accompagna ogni crollo e resta nell’aria con la sua vibrazione, il suo odore di terremoto, il suo odioso sentimento di imprevedibilità, qualcosa che non si vuole più provare ma non si riesce più a dimenticare. E invece il direttore generale di Olivant Advisers e il commesso viaggiatore di Porter Ranch finiscono come vittime collaterali di taglio basso nelle pagine dedicate al grande botto da 1400 miliardi di dollari, una cifra che per qualsiasi persona normale non vuol dire assolutamente nulla, perché si annulla nella sua stessa enormità. Scivolano nel fiume assieme ad altri annegati e scompaiono rapidamente alla curva successiva: è l’alta velocità che continua a dettare i tempi di sparizione delle cose e delle vite persino nei disastri che produce. Non soffermatevi sull’incidente – non intralciate l’arrivo dei soccorsi – non è tempo di raccontare storie, ma di approntare soluzioni, creare fondi, tappare falle, magari fare dibattiti sulla natura dei crolli – ciclici o strutturali? Reali o virtuali? Ciò che, continuando a guardare dove persino l’occhio più distratto non può più sorvolare – l’ago di un sismografo impazzito – bisogna comunque tralasciare è la miseria umana che da questi crolli si appresta ad esser seppellita: non sia mai che dalla sua debolezza perturbante, dalla sua atterrita fragilità, dovessero scaturire i lineamenti di un qualche ritratto collettivo. Persino ora, l’ideologia che trasforma gli uomini in numeri e i numeri in ecatombe di esistenze, non può essere discussa nella sua essenza morale, magari mandando al diavolo anche la distinzione tremontiana tra un’economia reale [buona] e una virtuale [cattiva, anzi perversa], persino ora, come direbbe Ulrich Beck, le soluzioni biografiche, divenute nel frattempo dissoluzioni, continuano a mistificare le «contraddizioni sistemiche», e i Kirk e i Khartik sono vittime, sì, ma principalmente di se stessi. Nessuno si chiederà: ma quante cazzate al giorno bisogna raccontare a se stessi per convincersi che quella metafisica delle apparenze che è il capitale finanziario ha preso il posto del Destino antico rendendo degna o indegna di essere vissuta non solo la nostra vita ma, tribalmente, persino quella di chi amiamo? Quale sottile depressione aveva sempre albergato nel cuore vittorioso di Kirk Stephenson stroncato nel mezzo del cammino dalla sua ansia di prestazione? Il vecchio Balzac pensava che il denaro sintetizzasse e sostituisse delle passioni squisitamente umane. Uno dei suoi lontani eredi, il romanziere americano Don DeLillo, dice che il denaro, come la pittura, ha smesso di raccontare per parlare soltanto a se stesso. Diventato ossessivo il monologo si interrompe con il classico colpo di pistola. Ma a tirarlo, come sempre, è un uomo. Di chi bisogna fidarsi allora, a chi bisogna restituire la parola? Alla fiducia dei banchieri alla Alessandro Profumo che fino all’altro ieri descrivevano la finanza globale come il mondo di Giocagiò e ora biascicano qualche pallida perplessità da pugili suonati o alla disperazione degli uomini che, sull’orlo del precipizio, rivelano la faccia tragica del migliore dei mondi possibili? Chi risponderà del sacrificio sociale, tribale, dei Kirk Stephenson e dei Khartik Rajaram e di tutti coloro che, principi o peones, hanno interiorizzato il pensiero unico del capitale globale fino a credere che, fuori dal sorriso della sua Grazia, non possa esserci alcuna salvezza?

Tags assegnati a questo articolo: crisi

Mail_long
dello stesso autore
11 ottobre 20 ottobre 4 novembre 8 luglio 8 marzo abbonamenti abbonati abdul abiti puliti aborigeni acqua Afganistan Afghanistan africa agricoltura agricoltura biologica agricoltura biologica. decrescita agricoltura. decrescita Aiab Aids alitalia altra economia altra politica Amazzonia ambiente America latina Americhe 2004 animalisti Annapolis antifascismo antimafia antimafia sociale Antiproibizionismo antirazzimso antirazzismo antirzzismo anziani api aprilia Argentina Armenia armi Atene 2006 atomiche auser Australia auto autoproduzione aziende Balcani Bali Bamako banca Banca mondiale Bangladesh banlieues basi basi militari Basilicata bene comune beni comuni Bergamo bilanci partecipativo biocarburanti biodiversità biologico Birmania bitch Bolivia Bolkestein bollywood Bologna Bolzano borse Brasile brimania Britel Bulgaria bussolengo Calabria calcio cambiamenti climatici cambiamento climatico Camerun Campania cantautore cantieri cantieri sociali Caracas Caracas 24/29 gennaio carbone carcere carovita carta Casa catania Caucaso cemento censura centri sociali cgil Chavez chiaiano chiapas Ciad ciampino cibo Cile Cina cinema Cipro Cisgiordania città cittadinanza clandestini clandestino clima Colombia comboniani commercio commercio equo commercio equo. decrescita comuni comunicazione Congo conoscenza consumi consumo critico contadini controvertice