Bombe finanziarie a scoppio ritardato

Le borse internazionali chiudono in rosso un'altra settimana, nonostante centinaia di miliardi di aiuti, summit straordinari e ricapitalizzazioni. Il terreno della finanza internazionale è ancora minato: ecco cosa potrebbe scoppiare nei prossimi mesi.

I governi, per primo quello statunitense, hanno preso misure apparentemente molto energiche per proteggere il sistema finanziario dagli effetti perversi della crisi, sulla cui adeguatezza si potrebbe discutere, ma il percorso della finanza Usa è comunque disseminato ancora di molti potenziali problemi. Nei prossimi mesi, le banche di quel paese potrebbero trovarsi di fronte a nuove difficoltà, a causa di almeno tre ordigni a scoppio ritardato che giacciono più o meno nascosti nel terreno. Si tratta della questione delle carte di credito, di quella delle vendite forzate di titoli da parte degli hedge funds e del venire a maturazione di rate di debiti a lungo termine che le imprese potrebbero non riuscire a pagare.
Sulla prima questione troviamo un resoconto accurato su Business Week di fine ottobre: sostiene la rivista che attualmente le banche statunitensi hanno un’esposizione di circa 950 miliardi di dollari verso i loro clienti per crediti concessi attraverso il meccanismo delle carte di credito; la valutazione è quella che una parte consistente di questi crediti non saranno mai ripagati. Questo problema toccherà in particolare anche quelle grandi banche che hanno evitato in misura consistente i problemi legati al subprime. I provvedimenti di salvataggio varati dal governo non riguardano comunque questo settore. Le stime sulle perdite parlano di 41 miliardi di dollari da qui alla fine dell’anno e di 90 miliardi nel 2009. Per far fronte al problema molte banche stanno alzando i tassi di interesse su questi crediti, aumentando le commissioni e così via, ma questo rende ancora più difficile ai debitori di far fronte ai loro impegni. Le cose sono ancora più gravi perché le banche, come nel caso dei mutui immobiliari, hanno impacchettato [cartolarizzato] in passato una parte molto consistente di questi crediti –circa il 70 per cento – in titoli ceduti sul mercato. Così hanno risolto in parte almeno il problema di come finanziare lo sviluppo del mercato e nello stesso tempo si sono liberate di una parte dei rischi. Questa pratica coinvolge nella crisi molte altre istituzioni finanziarie, mentre il mercato della titolarizzazione di questi crediti si è ora quasi prosciugato e comunque i tassi di interesse sono molto aumentati.
La crisi non sta certo risparmiando il settore degli hedge funds; molti operatori del comparto, passati gli anni d’oro che permettevano a molti manager dei fondi di guadagnare ogni anno somme colossali ora chiudono per le troppe perdite, o perché appare ormai molto difficile ottenere dei risultati soddisfacenti. E si va manifestando un altro fenomeno parallelo: molti clienti dei fondi vogliono ritirarsi e riprendersi i soldi investiti, cosa che in questo settore di solito si può fare, ma solo in date prestabilite. Alcuni fondi cercano di bloccare questo processo, con promesse o con minacce, ma la tendenza va comunque avanti. Nel frattempo, le banche sono sempre più riluttanti a prestare soldi agli hedge funds, se non in qualche caso a prezzi esorbitanti. I clienti hanno ritirato circa 43 miliardi di dollari dai fondi in settembre, secondo una stima prudenziale mentre per ottobre ci si aspetta un livello di ritiri molto più elevato e lo stesso per i due mesi seguenti. Qualcuno stima che da settembre a dicembre i ritiri potrebbero totalizzare anche alcune centinaia di miliardi di dollari. Per far fronte al problema, gli hedge funds sono ora costretti a vendere i titoli in loro possesso, ciò che deprime il corso dei titoli stessi ed aumenta le perdite dei fondi, aprendo un circolo vizioso. Una stima valuta che nei prossimi mesi il settore, che gestisce intorno ai 2.000 miliardi di dollari, potrebbe vedere ridurre le sue dimensioni di circa il 50 per cento.
E veniamo brevemente all’ultima questione: si sa che, in generale, intercorre un certo lasso di tempo tra il momento dello scatenarsi della crisi finanziaria e il suo eventuale propagarsi al settore dell’economia reale. La crisi delle banche sta portando, tra gli altri inevitabili effetti, anche ad una stretta sui crediti alle imprese; molte società si trovano in difficoltà perché i loro business di riferimento – dall’edilizia all’auto, per citare quelli che colpiscono di più l’immaginazione – non stanno in questo momento andando molto bene. O si consideri anche tutte quelle imprese che hanno un forte orientamento all’export. Ecco allora che nei prossimi mesi, man mano che verranno a scadenza, in tutto o in parte, i finanziamenti concessi nel periodo in cui le cose sembravano andar bene, molte imprese avranno grosse difficoltà di restituzione e troveranno difficilmente la possibilità di un rinnovo degli affidamenti. Non è possibile fornire cifre precise sull’entità del fenomeno nei mesi a venire, ma esso potrebbe essere molto rilevante.
Mettendo insieme i tre fenomeni [e ce ne potrebbero altri] si ha l’impressione che assisteremo nei prossimi mesi a delle nuove sorprese, non tutte positive e che i governi dovranno di nuovo trovare le risorse e le vie per arginarle.

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