La sovranità alimentare è al centro delle lotte dei popoli indigeni che si oppongono, in nome di una cosmovisione «altra», al modello predatorio delle economie industriali avanzate. Una proposta per ripensare il rapporto tra esseri umani e ambiente naturale.
Popoli nati per sottomettere e popoli nati per essere sottomessi. A causa di questa visione del mondo, i popoli indigeni hanno sempre subito un destino di sottomissione, espropriazione delle terre e negazione di ogni diritto. Condannati allo sterminio e alla schiavitù in epoca coloniale, continuano ancora oggi a pagare il prezzo della ricchezza delle loro terre, oggetto degli interessi di governi e di imprese multinazionali. I popoli originari, però, sono allo stesso tempo portatori di proposte concrete e alternative, in grado di garantire la sopravvivenza del pianeta e del genere umano. Guardiani di foreste millenarie, laghi sacri e aree incontaminate, i popoli originari vivono le conseguenze dell’imposizione di un modello economico che prevede lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali, la realizzazione di megaprogetti estrattivi, idroelettrici e di infrastrutture e la conversione dei territori in impianti turistici e piattaforme per il trasporto di merci. Un modello che ha come conseguenza la deforestazione e l’inquinamento dei polmoni del pianeta. Un modello che mette in pericolo la stessa sopravvivenza dei popoli originari e che è sostenuto dagli organismi internazionali, da politiche ostili al riconoscimento della diversità culturale e dell’autodeterminazione dei popoli e che si avvale di eserciti privati per tutelare gli interessi delle multinazionali e del capitale finanziario. A questa costante minaccia di morte, i popoli indigeni oppongono l’idea e la pratica di una vita comunitaria, anticapitalista e nell’assoluto rispetto dell’ambiente.
A ben vedere, guardando ai popoli originari e alla loro cosmovisione, assistiamo oggi a una netta contrapposizione tra due idee di sviluppo e di benessere radicalmente diverse. Da un lato, l’idea che la crescita economica è opera dei mercati e delle imprese private, che riusciranno a risolvere i problemi della povertà, dell’inquinamento, della disoccupazione e della convivenza. Dall’altra parte invece un’idea della politica e delle relazioni umane che si fonda sulla necessità storica di superare il capitalismo come sistema sociale ed economico, partendo da quello che i movimenti indigeni chiamano «Sumak Kawsay» e cioè «vivere bene». Sono proprio i movimenti indigeni di Perù, Ecuador, Bolivia, Messico e Colombia quelli che più di tutti in questi anni hanno opposto al capitalismo una resistenza fatta di pratiche innovative rivelatesi vincenti in molti casi e che comunque rappresentano la base di partenza sulla quale costruire una proposta «integrale» di alternativa. Fuori dagli schemi di un sistema in cui tutto ha un prezzo, i popoli originari ripetono da secoli, nelle loro migliaia di lingue, che la Terra è la nostra Madre, che va rispettata, difesa e che il modello di sviluppo pensato dall’«uomo bianco» porterà alla morte. In questa proposta uno dei baluardi delle lotte indigene, strettamente legato alla difesa del territorio, è la lotta per la sovranità alimentare. I popoli indigeni considerano il cibo un diritto di ogni essere umano e non una merce, come già riconosciuto nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Ogni popolo deve, quindi, avere diritto a produrre i suoi alimenti. Nelle comunità indigene di America latina, Africa ed Asia vari fattori violano in maniera sistematica il diritto al cibo. L’espropriazione forzata dei territori, la contaminazione delle acque e dei terreni, l’uso di agenti chimici nocivi, le monocolture per la produzione di agrocombustibili o per l’esportazione sono solo alcuni degli elementi di rischio.
Nel giugno scorso a Posadas, in Argentina, si è celebrato il Vertice dei Popoli del Sud che ha individuato proprio nella Sovranità Alimentare uno dei cardini della discussione e dell’iniziativa politica. Sul tema, le organizzazioni contadine, indigene, sindacali, giovanili e di donne hanno lanciato un appello ai popoli del continente per «costruire una campagna regionale sulla sovranità alimentare che assicuri l’accesso all’alimentazione ai popoli e denunci le iniziative della Fao che, con la scusa di cercare una soluzione alla crisi alimentare globale, tenta ancora una volta di imporre quelle stesse misure che l’hanno causata: agricoltura industriale, monocolture per l’esportazione, innovazioni tecnologiche inadatte ai territori». Quella per la sovranità alimentare è insomma una lotta globale che implica articolazione di istanze sociali diverse e di popoli e culture differenti. Alla lotta dei contadini sfollati dall’industria agroalimentare si sommano quindi i popoli indigeni, le organizzazioni ecologiste, i migranti, i cittadini delle zone urbane. Da parte loro, i popoli originari contribuiscono al dibattito e alla battaglia in difesa del diritto all’alimentazione con una visione integrale di rispetto verso l’ambiente e verso l’altro scevra dai retaggi individualisti propri delle culture occidentali. In molte lingue indigene la parola «sviluppo» non esiste. Al suo posto c’è un’altro termine, equilibrio.
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