Il libro di Pierluigi Sullo, «Postfuturo», può essere acquistato sulla nostra bottega web al prezzo di 11 euro [spese di spedizione incluse], 8 euro per gli abbonati. Qui di seguito un commento di Giulio Marcon pubblicato su il manifesto il 29 novembre 2008.
Quando lo Stato diventa un Ogm, il progresso una forma di regresso e la politica un fortilizio oligarchico, allora è tempo di una sinistra nuova che sappia sganciarsi dalle sue fallite certezze. L’ultimo lavoro di Pierluigi Sullo (Postfuturo, Carta Intramoenia edizioni, 2008) è un acuto, disincantato e appassionato nello stesso tempo, ritratto del nostro tempo presente e di quello che ci aspetta. Che non è così accattivante: non è più un futuro denso di aspettative e promesse – l’incarnazione delle leopardiane magnifiche sorti e progressive – ma un postfuturo già dentro di noi dove si rincorrono gli incubi claustrofobici raccontatici in questi anni da Vonnegut o Ballard.
Si tratta di testimonianze di un io narrante che – avendone vissuto contraddizioni e speranze dal di dentro – prende di petto con dovuta dovizia di argomentazioni e critiche la politica, lo Stato, il progresso e lo sviluppo, paradigmi e miti all’ombra dei quali è cresciuta più di una generazione di sinistra nella speranza della rivoluzione o, almeno, del cambiamento radicale della società.
La politica dei partiti si è rivelata escludente e straniante, lo Stato una macchina accentratrice e burocratica, lo sviluppo un nome diverso della feroce distruttività del capitalismo e più in generale di un’economia asociale, il potere solo un brutale campo di azione per il dominio e l’oppressione. Leggendo il libro di Gigi Sullo ci si rende conto come certi archetipi della sinistra del Novecento siano decrepiti e in putrefazione: non certo quelli della giustizia, della democrazia e dell’eguaglianza, ma quelli di una visione (e soprattutto di una pratica) politica ed economica spesso e purtroppo speculare – anche se di diverso segno – a quella conservatrice e «borghese».
Lo Stato, che doveva essere – secondo Lenin – il randello da menare sulla testa della borghesia, alla fine (in mano a quelli che a Lenin si richiamavano) ha preso a mazzate anche il proletariato. La politica nella sinistra – come nella destra – è diventata oligarchica, autosufficiente e pura fiction, dice Sullo.
Lo sviluppo illimitato delle forze produttive ha generato, più che la liberazione delle classi oppresse, i mostri di quel postfuturo che Sullo ricorda nel suo epilogo (nel suo incontro tra vent’anni con il nipote Davide) fatto di disastro ambientale, sociale ed umano. E il potere, anche in questo caso, proliferazione di rendite di posizione se non piccoli abusi e sottoboschi in coabitazione con chi si voleva combattere.
Eppure la sinistra può ricominciare, ma – per dirla con Samuel Beckett – «da un’altra parte». Dalla comunità dopo il fallimento degli stati nazionali; dai movimenti e dalla politica diffusa (l’«altra politica») dopo il crollo dei partiti , dalla decrescita e da un’economia diversa dopo l’evidente falsità dei miti dello sviluppo; dalla dispersione del potere contro l’oligarchia delle élitès.
Non si tratta certo di soluzioni sempre completamente soddisfacenti e date una volta per sempre.
Le comunità – la «coscienza del luogo» – pur essendo un’alternativa antropologica e di sistema allo stato nazionale non sono esenti da chiusure asfissianti (si veda il bell’apologo, appena pubblicato Nel paese dei ciechi di un grande scrittore di fantascienza come H.G. Wells); la cosiddetta «società civile» produce oligarchie e «corse al centro» tali e quali ai partiti; la decrescita non risponde a tutte le domande di eguaglianza e superamento della miseria nel mondo; e la dispersione del potere è efficace solo se diventa – come ricordava Aldo Capitini – potere di tutti: omnicrazia.
Ma, nonostante tutto – ha ragione l’autore – queste sono le strade da seguire, e gli esempi concreti delle esperienze realizzate in Italia (Val di Susa, Vicenza, ecc.) e nel mondo (Chiapas, forum sociali, ecc.) sono certo convincenti.
E nonostante l’outing comunista, le suggestioni di Gigi Sullo assomigliano molto a quelle del pensiero anarco-socialista ed autogestionario oppure a quelle della tradizione socialista mutualista e cooperativista (come quella di Pino Ferraris, citata nel libro), strade entrambe sconfitte dal leninismo e dalla socialdemocrazia tedesca del primo novecento. E queste sono: il primato delle comunità, delle associazioni volontarie, di un’economia sociale e autogestita, di un federalismo democratico e socialista, di una politica «sociale».
Quello di Pierluigi Sullo è una specie di «promemoria» per l’azione di oggi e per le prospettive di domani. Se, come verseggiò Kavafis: «I giorni del futuro stanno davanti a noi come una fila di candele accese» allora le riflessioni-candeline di libri come questo ci aiutano ad illuminare (come i fari della vecchia 600 multipla che compare in copertina) se non tutto l’orizzonte, almeno il prossimo pezzo di strada da fare. Quello di una sinistra degna di questo nome.
Zavattini ebbe a dire che i registi del neorealismo non riuscirono più a fare buoni film quando smisero di prendere l’autobus. Si parva licet, lo stesso vale per la sinistra e i suoi dirigenti. Il guaio della sinistra non è stato – come anche qualcuno dalle nostre parti ancora oggi dice – l’insufficiente «autonomia del politico» dalle pulsioni sociali, ma proprio l’opposto: una sovrabbondante separazione della politica dalla società.
Ma è nella società (meglio, nelle comunità) – ricorda ancora l’autore – che bisogna ricostruire la ragione sociale della sinistra. Ecco perché, con una chiosa conclusiva sul libro di Gigi, migliore sentenza tranchant, non può che essere quella di Pino Ferraris: la sinistra o è sociale, o non è.
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