Come ci siamo ridotti?

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BEVILACQUA si/ci chiede come sia potuto accadere. Meglio, come è possibile che continui ad accadere, sfacciatamente, senza ritegno e senza che il consesso umano riesca a trovare il modo di reagire. È come se la testa andasse da una parte e i muscoli da un’altra; da una parte tutti si rendono conto, razionalmente e sulla scorta di mille esperienze personali quotidiane, che così non si può andare avanti, dall’altra misteriosi automatismi, inerzie e pigrizie comportamentali impediscono di mutare anche solo di poco il verso delle cose.

Stiamo parlando nientemeno che del nostro rapporto con il pianeta, con l’ecosfera, con l’«orbe terracqueo», con madre natura, con il Creato, con Gaia… con il futuro della vita nostra e di quella dei nostri figli.

«Come siamo arrivati sin qui?» [pagina 3], sull’orlo della catastrofe, si domanda all’inizio della sua nuova opera Piero Bevilacqua. Chi pensa che, come in tutte le storie noir che si rispettino, alla fine si trova sempre un colpevole, rimarrà deluso. La storia, anzi la coevoluzione delle storie umana e naturale, non ha «spiegazioni monocasuali», semplici, riduzionistiche. Non possiamo prendercela con un sistema socio-economico [il capitalismo industriale], con un sistema di pensiero [giudaico- cristiano], con un approccio scientifico [cartesiano], con un dispositivo tecnico ed energetico [la meccanica e l’uso della energia fossile], con una particolare mentalità [l’utilitarismo consumistico]… ma con il loro indistricabile insieme dispiegato lungo un processo storico fino ad ora, almeno, inarrestabile.

Piero Bevilacqua è un affermato storico meridionalista [«Le campagne del Mezzogiorno tra fascismo e dopoguerra », 1980]. Attraverso lo studio delle trasformazioni del paesaggio [«Il paesaggio italiano», 2002] ci ha descritto l’economia agricola e la società contadina [«Storia dell’agricoltura italiana in età contemporanea», 1991]. Attraverso l’evoluzione dell’agricoltura è giunto al cibo e ci ha descritto il nesso che lega alimentazione e comportamenti sociali [«La mucca è savia. Ragioni storiche della crisi alimentare europea», 2002]. Ha fatto poi qualche puntata su ecosistemi particolarmente emblematici [«Venezia e le acque, una metafora planetaria», 1995]. Ora ci regala un compendio agile sulle crisi ambientali planetarie: «Quelli che per secoli erano stati processi locali di alterazione e contaminazione, nel Novecento diventano universali» [pagina 53]. Una carrellata sulle ingiurie che quotidianamente, da un paio di secoli, da «quel grandioso processo di trasformazione materiale, di innovazione tecnica accelerata, di produzione rapida e crescente di merci, che va sotto il nome di rivoluzione industriale» [pagina 46], vengono inflitte ai delicati sistemi vitali biologici naturali e sulle risposte – si fa per dire – che la cultura, la scienza, la politica sono state in grado di fornire.

Da storico, Bevilacqua ci offre una guida [ogni capitolo è corredato da una esauriente scelta bibliografica] alla comprensione delle ragioni dell’«eccesso» di pressione esercitata dalla popolazione umana sulla biosfera. Dall’«urbanesimo accelerato», alla nebbia fotonica, dal «dust blow» [nuvole di polvere che si formano negli stati dell’ovest degli Stati Uniti come effetto della desertificazione] all’inquinamento chimico, dai nuovi rifiuti tecnologici ai «Persistent organic pollutants », dai «nemici invisibili» radioattivi ed elettromagnetici ai semi geneticamente modificati, dall’«esaurimento biologico» del mare al riscaldamento della terra, dall’esaurimento delle risorse non rigenerabili alla «grande sete» della Terra.
Non è un punto di vista naturalistico, il suo, ma antropocentrico. Ci racconta come siamo riusciti a rompere i cicli vitali autorigenerativi che per qualche milione di anni hanno consentito al nostro pianeta di mantenersi in un discreto stato di salute. E certamente, ad esempio, non tutti sapevamo che anche il guano del Perù importato in massa nella prima metà del diciannovesimo secolo ha contribuito a «rompere il circolo»: «Per la prima volta le sostanze fertilizzanti utilizzate nelle campagne europee vennero importate dall’esterno. E si trattava di materiale fossile, per la cui formazione erano occorsi secoli e millenni, che ora veniva utilizzato una volta per tutte senza possibilità di riuso» [pagina 38]. L’agricoltura, così, comincia ad uscire da un modello di economia autoriproduttiva.

Questa «breve storia dell’ambiente» parla soprattutto di noi, di come abbiamo mutato anche «la natura degli uomini». «Il capitalismo industriale […] è riuscito ad impossessarsi del tempo di vita degli uomini, costringendoli a finalizzare tutta la loro energia fisica e mentale al lavoro produttivo» [pagina 50]. L’uso e l’abuso della natura include la natura umana.

Infine Bevilacqua espone anche le risposte che le nuove scienze ecologiche, l’economia ambientale e una nuova dimensione della politica hanno fornito nel tentare di imporre dei «limiti allo sviluppo» – parafrasando Aurelio Peccei – al fine di «combinare assieme interessi economici e ragioni della natura» [pagina 151] usando un pensiero morale metaeconomico fondato su principi di precauzione e su un’etica della responsabilità, per evitare la cancellazione di ricchezze uniche e irriproducibili in cambio di attività economiche effimere, dissipative, di breve durata. Bevilacqua ricorda, ad esempio, che «al bosco non si può assegnare un prezzo, perché esso non è riducibile alla legna che se ne può ricavare » [pagina 18].

Da queste considerazioni è breve il passo verso la grande riscoperta dei beni comuni, della «natura prima» dei beni necessari alla vita e della preminenza del loro valore d’uso rispetto a quello di scambio. Le proposte di Riccardo Petrella pubblicate recentemente da Carta e dal manifesto sembrano raccogliere le analisi storiche di Bevilacqua per proiettarle nella dimensione politica. Ma non lasciamoci prendere la mano; «La terra è finita » non è un libro di militanza ecologica. Bevilacqua lascia al lettore trarre le sue conclusioni. Inutile dire che a noi, di Carta, ha rafforzato di molto le convinzioni critiche nei riguardi dei paradigmi dello sviluppo economico dominante e che ci ha incoraggiato a proseguire la ricerca attorno all’idea di un progetto di società della decrescita e dei beni comuni.

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