Jeremy Leggett, “Fine corsa. Sopravviverà la specie umana alla fine del petrolio?” [Einaudi, pp.387, 15,80 euro, 2006]: un libro letto da Paolo Cacciari
Jeremy Leggett ha passato buona parte della vita ad auscultare le viscere della terra, ad analizzare la porosità delle rocce, insomma, a dare la caccia ai giacimenti petroliferi per conto della BP. A differenza di noi, poveri ottusi consumatori, i geologi conoscono bene i complessi processi che hanno portato alla fortuita e rara formazione di grandi serbatoi di materia organica da cui vengono estratti i combustibili fossili. Loro sanno quando è successo (solo un paio di volte nella storia del pianeta, qualche centinaio di milioni di anni fa) che immense quantità di materie organiche si sono “cotte” e in quali parti e a quali particolari condizioni sono rimaste imprigionate nella crosta terrestre. Le loro trivelle hanno perforato il suolo, compresi i fondali marini, palmo a palmo.
Hanno affinato le tecniche di “recupero secondario” di ogni tipologia di greggio, compresi i bituminosi, e di gas. Insomma, conoscono bene qual è la consistenza delle risorse naturali, quante ne abbiamo già usate e qunt’è la riserva ancora a disposizione. A dircelo non sono solo l’ASPO (la Associazione per lo studio del picco di petrolio che quest’anno si riunirà al meeting di San Rossore) o Geenpeace – a cui Leggett è approdato – ma la Chevron: “Sono occorsi centoventicinque anni per consumare i primi mille miliardi di barili di petrolio. Il prossimo migliaio di miliardi andrà esaurito in trent’anni” (p.383). La produzione di petrolio continua ad aumentare, le nuove scoperte sono oramai irrilevanti, siamo prossimi al raggiungimento del “picco di produzione”. Per il gas naturale lo slittamento è dell’ordine di dieci anni. In definitiva, siamo entrati in riserva e la stiamo consumando con una velocità quattro volte più rapida.
Leggett guarda a noi con l’ampiezza di visione del geologo. Definisce la nostra sottospecie discendente dall’homo sapiens, diffusasi nell’Occidente del pianeta, come “pensanti bruciatori di fossili” e ne presagisce una imminente fine catastrofica. Già Paul Crutzen (premio nobel per la chimica) aveva proposto di ribattezzare Antopocene il periodo geologico apertosi con la Rivoluzione industriale, a sottolineare la capacità acquisita dalla specie umana di mutare non solo il paesaggio e la biodiversità del pianeta, ma la sua stessa funzionalità vitale. Insomma, liberando e bruciando così rapidamente la riserva energetica sigillata nella crosta terrestre, stiamo “cucinando il pianeta” (gas climalteranti), rompendo i cicli climatici, intossicando l’aria, desertificando e riducendo irreparabilmente la numerosità delle specie viventi.
Ma Leggett è anche uomo di industria, conosce le regole del mercato e – se è possibile – le considera più pericolose delle stesse forze vendicatrici della natura. Pensa che economia e politica siano in preda ad un vero e proprio “rifiuto della realtà” che impedisce di prendere consapevolezza di ciò che sta accadendo e che quando “il mercato si sveglierà” (p.36) sarà ormai troppo tardi. Le grandi compagnie petrolifere stanno realizzato “profitti occasionali” tali da accumulare introiti senza precedenti. La Exxon ha registrato il più alto profitto in assoluto, trentun miliardi di dollari, seguita a ruota dalla Shell, ventitre miliardi e dalla BP, venti miliardi. Anche la nostra Eni non va male. E’ evidente che si tratta di rendite monopolistiche speculative dovute all’inizio dell’esaurimento del greggio. Poi (con il petrolio sopra i 100 dollari a barile) verrà lo shock, il panico, il collasso del sistema finanziario, la depressione economica, le vere sofferenze e i conflitti per assicurarsi le ultime riserve. Ma è proprio necessario precipitare nel baratro per iniziare la “disintossicazione” dei sistemi produttivi dalla dipendenza dall’energia fossile?
Leggett usa tutti gli argomenti possibili per invitare “i pensanti bruciatori di fossili” a non ignorare i segnali che ci vengono dal mondo naturale, come fecero “i cittadini di Pompei che non prestarono attenzione ai brontolii del Vesuvio”. Ci invita a trarre insegnamenti dalla “vista di una città devastata” da Katrina, dai segni di un “cedimento esplosivo” della calotta polare della Groenlandia, dall’"acidificazione degli oceani a tal punto che l’impatto sulla vita marina non potrà che essere catastrofico (…) Il riscaldamento globale sta letteralmente trasformando le creature viventi in gelatina" (p.378). E altro ancora. E alla fine del suo racconto imamgina che i “pensanti” riescano a liberare le proprie menti dal petrolio e a sfruttare le Energie Alternative: “Il fenomeno andò oltre il semplice settore energetico: sembrava ispirare un nuovo interesse per l’idea stessa di comunità (…) i Pensanti si stabilirono in abitazioni connesse a questa nuova rete per accrescere la propria sicurezza e condividerla con gli altri” (p.366).
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