Vistamare con Mose

IL MOSE è come il virus dell’Hiv, che aggredisce le difese immunitarie e rende l’organismo attaccabile da tutte le patologie. Per Venezia e la sua Laguna, il Mose è stato il piede di porco che ha consentito alle lobby del cemento di scardinare tutta la legislazione di salvaguardia varata dopo l’alluvione del ’66.
Ecco un elenco, che non ha neppure la pretesa di essere esaustivo, di grandi, costose e devastanti opere che massacreranno quella che ancora è la Laguna più bella del mondo. Sempre che il Mose lasci qualcosa da massacrare.

Cinque piani di calcestruzzo

«Dove andarono a dormire, il giorno in cui fu terminata la Grande Muraglia, gli operai?» Non possiamo sapere dove andarono a dormire i muratori cinesi ricordati da Bertold Brecht, ma sappiamo dove andranno a dormire i circa quattrocento operai del Mose: in bei palazzoni frontemare di cemento alti 15 metri, lunghi 50 e larghi 25. Li stanno costruendo nell’isola di Pellestrina, proprio sopra le due riserve naturali di Ca’ Roman e Santa Maria del Mare. Va da sé che stiamo parlando di due veri e propri villaggi di cemento con tanto di fognature, impianti di depurazione, parcheggi e altre comodità. Qui sorgeranno anche le enormi piattaforme di calcestruzzo dove saranno assemblati i giganteschi «pezzi» in lavorazione e gli immani basamenti sommersi del Mose.

A Santa Maria del Mare, il cantiere di prefabbricazione è composto da una piattaforma in cemento alta tre metri sul livello del mare che copre tutta la spiaggia e si protende per 450 metri sul mare per una larghezza di 350 metri.

Inoltre è prevista un’ulteriore struttura in avanzamento sul mare per l’alaggio dei cassoni di altri 200 metri. Non vale neppure la pena di ricordare che tutte queste devastanti realizzazioni sono per niente irreversibili e che le aree che saranno distrutte sono protette [?] dai massimi vincoli paesaggistici e ambientali come Sic e Zps. Ricordiamo solo, tornando alla poesia del «Lettore operaio» di Brecht, che alla domanda «chi pagherà le spese?» la risposta è facile.

Le barene di plastica

Trovato da dormire agli operai del Mose, trovate le oasi da cementare per i cantieri di prefabbricazione del Mostro, restano ancora altri problemi insoluti. I fanghi ad esempio.

Dove depositare quel milione e mezzo di metri cubi [«quantitativi incrementabili», secondo la relazione del progetto] di sedimenti e caranto che saranno scavati per far spazio ai basamenti sommersi delle dighe mobili? Il progetto che sta prendendo corpo è quello di costruire alcune «barene artificiali » [un evidente ossimoro, perché le barene sono formazioni esclusivamente naturali] là dove non ce ne sono mai state. Perlomeno negli ultimi sette o ottomila anni di storia morfologica della Laguna veneta. Il posto è il canal dei Marani, che collega Murano all’isola di Sant’Erasmo. Qualcuno potrebbe pensare che, se non ci sono mai state barene nel canal dei Marani, un motivo ci sarà. L’idrodinamica della Laguna infatti non ne consente la formazione, in quelle secche troppo soggette alle escursioni di marea. Queste «barene artificiali» dunque non potranno raggiungere mai il delicato equilibrio che caratterizza una barena, quella vera. Onde per cui, il progetto prevede il sostegno di queste «porcherie» con burghe [sorta di gabbioni] di plastica e poliestere ripiene di pietrame, accatastate in almeno quattro gradoni tutto attorno.

Siccome qualcuno potrebbe obiettare che queste burghe sono quantomeno antiestetiche, il progetto prevede la loro immediata rimozione «non appena le opere saranno consolidate». Che è come dire mai, considerato che le burghe vengono costruite proprio perché nel canal dei Marani nessuna barena, neppure le «porcherie» plastificate, potranno mai raggiungere un equilibrio idrodinamico. Perlomeno sino alla prossima era glaciale.

La Grande Muraglia di rifiuti

La prima cosa che impara chi studia la Laguna di Venezia è che le acque alte e le altre devastazioni ambientali sono cominciate con gli interramenti [Porto Marghera, chiusura delle valli da pesca…] e i grandi scavi [canal delle Navi, canale dei Petroli…] che hanno rovesciato il delicatissimo equilibrio su cui si era sostenuta sino ai tempi dei Dogi quest’area umida unica al mondo. Eppure, in Laguna si continua a scavare come sull’Isola del Tesoro. Come non bastasse, al danno intrinseco dello scavo si sta aggiungendo il danno prodotto dallo smaltimento del prodotto dello scavo.

Dopo il raddoppio dell’isola-«scoassera» [immondezzaio] delle Trezze, un progetto avanzato dal Commissario per lo scavo dei canali portuali prevede la realizzazione di una vera e propria muraglia di immondizie alta 14 metri per oltre due chilometri lungo la fascia terminale del Naviglio Brenta, sino a Fusina, a ridosso dell’abitato di Malcontenta. Qui finiranno i tre milioni di metri cubi di fanghi scavati per aumentare la profondità del canal dei Petroli e permettere anche alle superpetroliere [quelle che non ci sono più!] di arrivare a Fusina.

Perfetto esempio di Grande Opera inutile e dannosa. A sentire Giancarlo Zacchello, presidente dell’Autorità portuale di Venezia, che ha fortemente appoggiato il progetto di scavo, la costruzione della muraglia lungo il Brenta comporterebbe un enorme risparmio per le casse delle Stato. Infatti, buona parte dei fanghi recuperati dal canale dei Petroli sono classificati come tossici e nocivi: conferirli in una discarica specializzata, come prevede la legislazione, costerebbe una fortuna allo Stato. È preferibile farne delle specie di mattonelle tossiche del Lego ed impilarle a Malcontenta, inquadrando il tutto in un più ampio progetto di «riqualificazione ambientale » dell’area. È vero che ognuna di queste mattonelle tossiche sarà infilata in una camicia di cemento, ma è anche vero che sopra la muraglia ci vogliono mettere fiori, panchine e magari qualche giostra per i bambini.

Se il progetto non è ancora partito è solo perché le varie aziende che si contendono gli appalti si sono dichiarate guerra a furia di carte bollate. C’è sul piatto una torta mica male. Soltanto impedire che il canale si riempia di fango, dopo l’escavazione, per i primi tre anni costerà oltre 37 milioni di euro. Ma, grazie a dio, risparmieremo sul mancato conferimento dei fanghi tossici in discarica speciale.

E dopo il petrolio, i cereali

Mentre in bacino San Marco si discute sul traffico e sul moto ondoso provocato dalle navi di crociera, l’Autorità Portuale, che continua imperterrita a far riferimento al Piano della Terza Zona Industriale approvato nel ’65 [piano cancellato dalla Legge Speciale varata nel ’73], ha ripresentato in Commissione Salvaguardia il famigerato progetto per la realizzazione di un enorme approdo per le navi cerealicole transoceaniche a porto San Leonardo, proprio in mezzo alla Laguna veneta, dove già attraccano le petroliere. L’opera, per il suo gigantismo, è persino in contrasto con il Mose, che prevede per il canale che conduce a San Leonardo una profondità massima di «soli» 14 metri. Il progetto comporta la costruzione di enormi banchine sulla gronda lagunare attrezzate per l’attracco di mostruose navi container di oltre 150 mila tonnellate di stazza. D’altra parte, in qualche posto dovranno pure scaricare tutti quei cereali geneticamente modificati prodotti dai «paesi in via di sviluppo». O vogliamo fermare il progresso?

Tutto qua?

Certo che no! L’elenco di devastazioni è ancora lungo. Ma per tirare la conclusione possiamo anche fermarci qui. Se non riusciremo a fermare questi mostri, della nostra bella Laguna, così come abbiamo avuto l’immeritata fortuna di conoscerla noi che non abbiamo saputo difenderla, non resterà che quel tiepido vento di scirocco che ancora la bacia in queste luminose giornate di primavera

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