Gente di Tarquinia

Prima era il movimento No coke di Civitavecchia. L’anno scorso è diventato dell’Alto Lazio, perché si sono aggiunti i cittadini di Tarquinia, Ladispoli, Allumiere e di comuni più piccoli della Tuscia. Non gruppi organizzati, ma singole persone. Protestano contro la riconversione a carbone della centrale Torre Valdaliga nord a Civitavecchia [in provincia di Roma], di proprietà dell’Enel. Un asservimento antico, quello di Civitavecchia all’Enel: risale al 1963, quando l’ente acquistò la prima centrale, a carbone e olio pesante, di Fiumaretta, realizzata nel 1953 a Civitavecchia grazie agli aiuti americani. Da allora l’Enel dà lavoro a pochi ma foraggia molti e, di fatto, tiene in scacco la città.

Mentre chiudeva la prima centrale di Fiumaretta, l’Enel ne costruiva altre due, Torre Valdaliga nord e Torre Valadaliga sud. Insieme a quella di Montalto di Castro, a trenta chilometri, formano il più grande polo energetico d’Europa, «che fornisce l’11 per cento del fabbisogno elettrico nazionale – dicono Simona Ricotti e Alessandro Manuedda, fra i fondatori nel 2002 del movimento No coke – Facendo i conti, qui produciamo l’equivalente di 70 Kw pro capite, con una media nazionale di 1,5 Kw. Una seria indagine epidemiologica dimostrerebbe chiaramente le tragiche conseguenze di questa speculazione decisa sulla testa della città e di tutto il comprensorio». È bene ricordare che il Lazio esporta oltre un quarto dell’energia che produce, in eccesso rispetto ai fabbisogni regionali.

Il mostro energetico contagia tutto il territorio, come sanno bene i comuni vicini, i cui cittadini si sono sollevati a fianco di Civitavecchia. A Tarquinia [Viterbo], che è distante una ventina di chilometri, il 29 marzo hanno occupato la sala consiliare del comune e, in sei, hanno iniziato lo sciopero della fame a oltranza. Altri si sono aggiunti man mano al digiuno, e giorno dopo giorno hanno ricevuto la visita di cittadini della Val di Susa, di Vicenza, Venezia, Porto Tolle, Genova, Trento, Aprilia, Ciampino, Malagrotta [Roma], Serre… Hanno ottenuto la solidarietà di molti amministratori locali e regionali, sono stati ricevuti dai ministri Livia Turco e Alfonso Pecoraio Scanio. Ora sono in attesa di un appuntamento con il ministro dello sviluppo Pierluigi Bersani e il presidente laziale Piero Marrazzo: non intendono mollare. Il digiuno è duro, solo liquidi, già diversi di loro sono finiti in ospedale.

Intanto, a Civitavecchia, i No coke da sabato 21 hanno occupato il comune. In molti guardano con scarso interesse alle elezioni amministrative che il 27 e 28 maggio coinvolgeranno praticamente tutto il comprensorio: Civitavecchia, commissariata per la seconda volta in pochi anni, Tarquinia, Montalto di Castro, Ladispoli, Allumiere… Anzi, potrebbero decidere di non andare a votare, come loro stessi ci dicono, raccontando perché, da comuni cittadini, hanno compiuto la scelta estrema di digiunare perché qualcuno li ascolti.

Ernesto, insegnante

Ernesto è un insegnante di cinquant’anni, di Tarquinia, e da quattro anni fa «il sergente a scuola», il vicepreside. Ha iniziato lo sciopero della fame il 29 marzo, ma era reduce da una brutta influenza e al quarto giorno è stato ricoverato per un malore che lo ha costretto a interrompere.

Poi si è rimesso in forma e il 18 aprile ha ricominciato il digiuno, dopo il via libera dei dottori. «è la prima volta che faccio il digiuno, ma seguo dall’inizio, con mia moglie e mia figlia, la vicenda della riconversione a carbone della centrale a Civitavecchia, dove abbiamo partecipato alle manifestazioni», dice Ernesto. Lui è un No coke della prima ora anche a grazie a vicende che hanno toccato tristemente la sua famiglia, di cui parla con molta discrezione. Non tace però la convinzione del nesso tra condizioni ambientali e salute.

«Stiamo facendo uno sciopero di gruppo, collettivo, per una partita che si gioca insieme: questo spirito c’è nella mia famiglia: mia moglie e mia figlia partecipano attivamente, per cui non ci sono conflitti o incomprensioni ». Gli domandiamo se il carbone non deve essere usato solo a Civitavecchia e invece potrebbe esserlo altrove: «Qui viviamo una condizione straordinaria, perché c’è uno dei più grandi poli energetici d’Europa – risponde – Ora il cecchino di turno è il carbone, ma la nostra battaglia è contro una concentrazione che ha sparso veleni per decenni. Abbiamo bisogno di disintossicarci e contiamo anche sulla comunità nazionale, perché non ci metta di fronte al ricatto che se non è qui sarà altrove: la nostra battaglia è anche per Porto Tolle e Brindisi e per questo ci sforziamo di trovare soluzioni, anche semplici, che possano servire a tutti. Ci siamo detti: nella disperazione facciamo qualcosa che tutti possano capire e che possa essere utile a tutti».

Marzia, turismo

Un’altra mamma che ha iniziato da subito lo sciopero della fame contro la centrale a carbone è Marzia: ha retto una settimana e poi è crollata per la stanchezza e la tensione, dopo la puntata in diretta della trasmissione Rai AnnoZero di Michele Santoro. Marzia ha quarant’anni, un bambino di quattro e una famiglia che non le ha nascosto di non essere troppo d’accordo con quello che sta facendo. Allora Marzia ha interrotto lo sciopero della fame e ha preso in mano quella parte di lavoro, indispensabile per il movimento, che comprende iniziative pubbliche e incontri, «pubbliche relazioni» e contatti: un impegno praticamente a tempo pieno, che assicura insieme al gruppo dei No coke nella sala comunale di Tarquinia. Capita così che Marzia, come altri, trascuri il suo lavoro. Un fatto non da poco, se si considera che siamo alle soglie della bella stagione e lei gestisce uno stabilimento balneare.

«Noi di Tarquinia ci siamo avvicinati al movimento No coke di Civitavecchia in occasione della manifestazione dell’ottobre 2005; quella sera stessa abbiamo messo insieme le nostre mail e abbiamo cominciato a stare in rete – spiega Marzia–Ci siamo aggiunti più tardi al movimento, ma forse proprio per questo abbiamo potuto dare un contribuito così ‘fresco’ di energia». Il digiuno è un sacrificio estremo per cittadini «normali », che fa anche paura: «Io mangio poco e sono magra – dice Marzia – ma è tutt’altra cosa non mangiare niente, e farlo per una causa non strettamente personale ma per un interesse generale. È una prova di carattere, perché la fame è una cosa strana, atavica, che ti chiama da dentro. E allora devi ripeterti ogni minuto che è necessario farlo, anche se non sai come finirà».

Cinzia, insegnante

Ci sono anche le mamme. Fanno lo sciopero della fame «attivo », nel senso che vanno a lavorare e poi raggiungono gli altri nel presidio al consiglio comunale, dove alcune dormono. Fa così Cinzia, 44 anni, insegnante di storia e filosofia, che come altre colleghe va in classe con un cartello che dice «Sono in sciopero della fame contro il carbone». Ha deciso di unirsi al digiuno «perché bisognava far sentire la nostra voce ed essere vicini a quelli che già digiunavano. Ma, come insegnate e come madre volevo anche dare una testimonianza di quello che bisogna fare quando si crede in qualcosa».

La reazione degli studenti e delle famiglie è stata finora, nel complesso, positiva e comprensiva: «Dipende dall’età. Una collega insegna alle medie, e la reazione dei ragazzi è emotiva, di affetto e di preoccupazione. Le chiedono di ricominciare a mangiare – racconta Cinzia – Al liceo è diverso, fanno domande e giudicano anche. Alcuni considerano il gesto troppo estremo, altri invece capiscono e vengono qui a trovarci». Cinzia non mangia dal lunedì di Pasqua, si sente discretamente bene anche se ha poca voce. E ogni giorno fa la spola fra scuola, casa e presidio.

Giovanni, commerciante

Giovanni ha smesso di mangiare il 29 marzo ed è l’unico dei sei a non aver mai interrotto il digiuno. Da allora vive nella sala consiliare del comune di Tarquinia. Risponde con la voce un po’ flebile: «Sono come delle onde, in alcuni momenti ho freddo, in altri sento di avere tanta forza che menerei a qualcuno», dice.

Poi spiega come è arrivato, per la prima volta nella sua vita, a una scelta così grave: «Mi pare che neppure l’ho dovuto decidere, era una cosa da fare e basta. Il movimento qui a Tarquinia ha deciso lo sciopero della fame e, quando è stato chiesto chi iniziava, ho alzato la mano». Giovanni ha 49 anni, un’attività nel settore del commercio, una grande passione per i video e una famiglia che ha cominciato a preoccuparsi quando, all’ottavo giorno, ha capito che voleva andare fino in fondo. Perciò ogni volta che i suoi genitori e la moglie vanno a trovarlo, Giovanni si tira su per rassicurarli. Ma è intenzionato a proseguire: «Se i governanti non ci ascoltano, significa che hanno perso ogni dignità. Se si deciderà di bruciare le tessere elettorali, lo farò anch’io, che pure in politica sono impegnato».

Pippo, pensionato

Filippo, per tutti Pippo, è un pensionato di 68 anni che lavorava all’Italcable, poi confluita in Telecom: «Ma Italcable era tutta un’altra cosa», ci tiene a precisare. Ha iniziato lo sciopero della fame quattro giorni dopo gli altri, perché era fuori Tarquinia, e da allora vive nella sala del consiglio. Anche per lui è la prima volta, una prova veramente impegnativa: «Allo stesso modo spero venga considerata dalla controparte – dice Pippo – cioè dall’Enel ma anche dal governo, dato che non vediamo dalla nostra parte chi invece dovrebbe rappresentare i nostri interessi. Speriamo che si muovano e non si commuovano soltanto, perché la commozione da sola risolve poco. È l’ultima cartuccia che possiamo spendere, sperando di richiamare l’attenzione di chi finora ci ha ignorato». Pippo ce l’ha con i governi nazionale e regionale di centrosinistra. «La scelta sulla centrale a carbone, voluta da Berlusconi e Storace, pensavamo sarebbe cambiata con Prodi e Marrazzo. Il presidente della Regione Lazio ci aveva promesso che il carbone non sarebbe mai passato, e anche per questo lo abbiamo votato. Ora, io capisco le difficoltà che ha, perché i permessi sono stati dati e tutto il resto. Ma credo anche che, se si capisce che una scelta è sbagliata, ci si assume la responsabilità di cambiare… A Civitavecchia funziona da decenni un cementificio, oltre alle centrali elettriche, ci mancano solo le particelle del carbone! Avevo degli amici a Civitavecchia che sono morti di silicosi e, tuttora, la polvere è dappertutto, basta affacciarsi alle finestre di casa

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