La politica energentica [si fa per dire] della Regione Piemonte

Adesso che le elezioni regionali si sono svolte e non c’è più nessun sospetto che criticando una parte si voglia surrettiziamente favorire l’altra, qualcosa sui contenuti si deve pur dire. Per esempio, che dei problemi ambientali, e dell’effetto serra in particolare, sostanzialmente non interessava nulla a nessuno e se n’è parlato un po’ solo perché non si poteva non farlo.

Prendiamo la campagna elettorale di un’ambientalista “storica” (un aggettivo abusato fino a svuotarlo di significato), studiosa di economia ecologica e docente al Politecnico di Torino prima del grande salto in politica, nella sinistra naturalmente, via Legambiente: la neo-eletta presidente della Regione Piemonte ed ex Presidente della Provincia di Torino, Mercedes Bresso.

Prima delle elezioni, un servizio a piena pagina di una delle firme più prestigiose di Repubblica, Concita De Gregorio, a testimonianza della sua vocazione da ambientalista scientifica riportava per ben due volte nel suo programma fondato sull’innovazione tecnologica (un inno alla modernità), il progetto di “caldaie fotovoltaiche”. Un errore dovuto alla superficialità che spesso caratterizza i rappresentanti del quarto potere, si sarà detto chiunque conosca l’elementare differenza tra i pannelli solari termici, che riscaldano l’acqua, e i pannelli solari fotovoltaici, che producono energia elettrica. Poca e a prezzi così elevati che nessuno si sognerebbe di utilizzarla per alimentare un boiler elettrico. Soprattutto per scaldare una casa.
E invece non era un errore, ma una semplificazione di un processo arzigogolato che si può riassumere nei seguenti passaggi: una batteria di pannelli fotovoltaici che producono energia elettrica, con cui si effettua l’elettrolisi dell’acqua per scindere l’idrogeno dall’ossigeno, immagazzinando poi l’idrogeno in bombole per bruciarlo nella caldaia dell’impianto di riscaldamento di una casa. Un esempio luminoso di energia pulita.

Per riscaldare un appartamento di 100 metri quadrati, tenendo conto che una casa italiana non troppo sprecona ha bisogno di 150 chilowattora al metro quadrato all’anno, che un metro quadrato di pannello fotovoltaico fornisce circa 143 kWh di energia elettrica all’anno e che il potere calorifico dell’idrogeno è circa un quarto di quello del metano a parità di volume e pressione, occorrerebbero 150 metri quadrati di pannelli fotovoltaici e un bombolaio di 32 metri cubi, per un costo complessivo di circa 123 mila euro: 75.000 per i pannelli fotovoltaici, 3.000 per l’elettrolizzatore e 45.000 per le bombole. Ma a parte i costi e gli ingombri (ve lo immaginate questo modello in un condominio con decine di appartamenti?, tutto da ridere), dormireste tranquilli sopra una santabarbara di idrogeno di queste dimensioni?

Non sarebbe più semplice puntare sullo sviluppo di case ad alta efficienza energetica, come avviene in Germania? Senza volersi spingere fino alle case passive, che non possono consumare più di 15 chilowattora al metro quadrato all’anno con costi d’investimento superiori di appena il 10 per cento rispetto a una casa da 70 chilowattora, che è il massimo consentito dalla legge tedesca per gli edifici di nuova costruzione, basterebbe adeguare i nostri edifici, che consumano da 150 a 200 chilowattora, agli standard tedeschi per ottenere risultati migliori e a costi molto più bassi. Meglio spendere di più per avere di meno o spendere di meno per avere di più? Ah, saperlo, saperlo!, avrebbe detto il Catalano di “Quelli della notte”.

Un’economia fondata sulla crescita del prodotto interno lordo, che identifica con l’incremento della produzione il benessere degli individui e della società nel suo complesso, non riesce nemmeno immaginare che si possano sviluppare tecnologie finalizzate a ridurre i consumi, gli sprechi e le inefficienze. Per stare bene bisogna consumare di più, anche se ciò comporta peggioramenti delle condizioni di vita, o l’indirizzo della ricerca scientifica, cioè della razionalità, su strade irragionevoli. La contraddizione tra la razionalità dei mezzi e l’irrazionalità dei fini caratterizza questo lungo e drammatico crepuscolo della civiltà industriale, riunificando, al di là delle contrapposizioni politiche, i due schieramenti antagonisti a cui si è voluta ridurre la dialettica culturale e politica della democrazia. Le due varianti del modello industrialista a cui si dà il nome di destra e sinistra, non potendo più ignorare gli sfaceli ambientali, sociali e internazionali causati dalla crescita tentano di uscirne conferendo connotazioni ambientali a tecnologie che continuano ad essere finalizzate all’incremento di produzione e consumi. Le “caldaie fotovoltaiche” sono un esempio clamoroso, nella sua assurdità, dello “sviluppo sostenibile”. Le “case passive” un esempio clamoroso, nella sua concretezza, della decrescita. Il confronto tra le due ipotesi vale più di qualsiasi discorso teorico.

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