Agli amici de La Décroissance

I nostri amici del mensile francese che diffonde svariate decine di migliaia di copie, e che ha per testata la scandalosa parola “decrescita”, ci chiedono una nota che racconti ai loro lettori l’Italia che non vuole crescere [in economia, beninteso]. Questo è un bell’esempio di cooperazione transalpina, visto che da qualche mese su Carta vi sono ogni settimana due pagine intitolate alla “decrescita felice” e fatte appunto in collaborazione con La Décroissance.

La nostra impressione è che questa proposta–culturale, sociale ed economica–stia letteralmente esplodendo, nel nostro paese. Mentre scrivo, sono in partenza per Udine, dove varie associazioni hanno organizzato un gran seminario su “comunità e decrescita”. Ed è solo uno dei tanti. Il nostro compagno Paolo Cacciari ha totalizzato fin qui una trentina di incontri per presentare il suo libro “Pensare la decrescita” [pubblicato da Carta e Intra Moenia], che è ormai esaurito e dovremo ristamparlo. Gli amici della Rete per la Decrescita, Mauro Bonaiuti, Marco Deriu e altri, stanno promuovendo un seminario nazionale. Maurizio Pallante, cui si deve l’aggettivo “felice” dopo “decrescita”, ed è un’aggiunta utile perché la cosa non appaia penitenziale, gira come una trottola. Uno come Luca Mercalli, il meteorologo, anche se non usa questo termine, getta dalla televisione semi di verità sorprendenti sulle cause del disastro climatico o su grandi opere come i treni ad alta velocità.

Ma, quel che più conta, un vasto e molecolare movimento dell’"altra economia", dell’agricoltura biologica e non industriale [e contro gli Ogm]., delle reti del consumo critico [i gruppi di acquisto solidale], del commercio equo, del contrasto al consumo scriteriato di territorio con l’urbanistica del “capital gain” o con l’energia fossile, con più autostrade e con una gestione demente dei rifiuti, sta progressivamente mettendo in pratica un altro tipo di governo, o meglio autogoverno, della città, del suolo, dei beni comuni. Grandi forum dell’altra economia, come Terra futura a Firenze o Fa’ la cosa giusta a Milano, attirano decine di migliaia di persone.

Il nostro, vorrei dire agli amici francesi, è un paese molto diverso dal vostro. Noi siamo più “orizzontali” e meno “verticali”, nel senso che la decisione dall’alto, da parte dello Stato, deve sempre fare i conti con le specificità, le tradizioni e le qualità locali: siamo il paese dei cento municipi, e di una società tanto frantumata quanto, in molti luoghi, ancora capace di tenersi insieme grazie a reti sociali, familiari, di mestiere che–come nei libri di Serge Latouche sulle società vernacolari africane “profughe dello sviluppo”–sono sopravvissute alla modernizzazione intensa ma breve dalla metà del Novecento in poi, e che ora riemergono come agenti di un altro futuro possibile. Siamo un paese dove la storia del movimenti popolari, operai e contadini, studenteschi e in genere sociali, è straordinariamente intensa: la ribellione, il “no”, sono ben incisi nelle memoria collettiva, e così si spiegano l’insurrezione di Vicenza contro la nuova base militare statunitense, quella della Val di Susa contro il treno ad alta velocità [e un tunnel di 50 chilometri], e le centinaia di altre che si sono accese negli ultimi anni in ogni regione d’Italia.
Se si aggiunge una resistenza culturale, da parte di ogni genere di sinistra, che rasenta la cecità [ed è questo “the dark side” della grande storia del movimento operaio italiano], si otterrà un cocktail dal sapore diverso da quello francese: lì, forse, il dibattito culturale è molto più vasto, qui c’è un fare che si moltiplica e una elaborazione magari più lenta, certamente più frammentata, e che fatica a spuntare sui media, nel cosiddetto “dibattito politico” e nell’accademia. E in questo forse non aiuta la parola “decrescita”, che ha il pregio di proporre una rottura culturale netta [anche se ci capita di far fatica a tradurlo ai nostri compagni di lingua spagnola o inglese], ma che si presta ad equivoci e spaventa chi pure sarebbe disponibile a ragionare sui mali dell’economia. Così, molti preferiscono “ben-essere sociale” o altre definizioni. Ma, insomma, “ca marche très bien”.

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