Sinistre in crescita

Già da alcuni anni l’International panel on climate change, istituito nel 1986 in seno all’Onu e che comprende i maggiori esperti di clima a livello mondiale, ha formulato la previsione secondo cui la tempreratura del globo aumenterà tra 1,5 e 6 gradi entro il secolo; questo fenomeno è determinato dal “picco delle emissioni” di anidride carbonica nell’atmosfera provocato dalla nostra civiltà dell’auto.
Di tutto ciò anche la gente comune avverte il rischio, per quanto in modo confuso e senza una precisa consapevolezza dei fenomeni e delle loro cause [non le lega ad esempio al modello economico di “crescita senza fine”.

Gli unici che sembrano non accorgersi di tutto questo sono i politici, in particolare quelli dei paesi più “sviluppati”.

Peraltro questa logica permea l’immaginario e le politiche concrete anche delle “sinistre riformiste” del nostro paese, in cui è radicata la concezione che lo sviluppo produttivo sia capace di determinare effetti speciali positivi, anche se causa di aggressioni distruttive dell’ambiente.

Ricordiamo a questo proposito che uno dei pochi interventi che ha richiamato il “popolo di sinistra” a mettere in discussione questi valori fu il famoso discorso sulla “Austerità”, promunciato nel 1977 dal segretario del Partito comunista italiano Enrico Berlinguer, in cui si affermava la necessità di “uscire, sia pure gradualmente, dai meccanismi e dalla logica che ha presieduto allo sviluppo italiano, dai suoi pesudovalori, e persino dalle abitudini che ha creato”, abbandonando “l’illusione che sia possibile perpetuare un tipo di sviluppo fondato sull’artificiosa espansione dei consumi individuali” e sulla “dissipazione delle risorse”, per superare un sistema “i cui caratteri distintivi sono lo spreco, l’esaltazione dell’individualismo più sfrenato, il consumismo più dissennato”.

Ma, come già osservò Alexander Langer, la proposta di austerità fu declinata dal sindacato di allora [Lama, che ne era il segretario, in testa] e da gran parte del Pci come “tirare la cinghia oggi, per rilanciare la crescita domani”: difficile quindi entusiasmarsene.

La difficoltà di rompere con la logica “sviluppista” del pensiero economico neoclassico attraversa anche settori della “sinistra radicale”. Nella discussione inaugurata dalla rubrica de il manifesto “Nel nome di Caffè” dell’estate 2005, su come affrontare la crisi recessiva, i numerosi interventi si sono per lo più divisi sulle solite soluzioni, o stimolare la domanda o sostenere l’offerta di beni e servizi, non entrando però nel merito delle possibili modifiche degli stili di vita, consumo e produzione collegabili a tali opzioni.

Sempre su questi temi e nella stessa rubrica, sono state così riprese le posizioni dell’economista Georgescu-Roegen, che già negli anni ’70 analizzava lucidamente le conseguenze della “crescita senza fine”: “decrescita e consumismo non costituiscono il punto teorico cui la riflessione di Georgescu-Roegen conduce”; invece limitazione della crescita e dei consumi sono la conclusione centrale del pensiero di Georgescu, e per rendersi conto di questo è sufficiente consultare il suo “programma bioeconomico minimale”. Il fatto è che le conclusioni della teoria bioeconomica mettono in discussione tutte le teorie neoclassiche [anche quelle di molti “neo-marxisti”…] che si basano su una radice comune: la fede nella crescita illimitata, correlata al pensiero positivista e “quantitativo” di fine Ottocento.

Scrive infatti Gergescu-Roegen: “Credo fermamente che qualsiasi progetto inteso a mantenere una esistenza tollerabile per tutta l’umanità in futuro debba intervenire principalmente dal lato della domanda e non da quello dell’offerta… In poche parole il mio programma bioeconomico richiede la rinuncia a tutti i lussi e a qualche comfort”. E ancora: “La mania della crescita è ancora molto forte.Tutto ciò comporta essenzialmente il ‘desviluppo’ [underdevelopment] dei paesi sviluppati”.

Le principali riflessioni di Georgescu insistono quindi sulla necessità di invertire il modello di sviluppo occidentale e nascono da un’analisi multidisciplinare dell’economia, in rapporto anche con l’evoluzione che la fisica quantistica ha portato nel pensiero scientifico, sul tendenziale degrado dell’energia/materia disponibile sul nostro pianeta.

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