Gli affari sviluppisti dell'Onu

Incapace di impedire la guerra in Iraq portata avanti anche per assicurare il controllo dell’approviggionamento di petrolio dell’Occidente, l’Onu non è nemmeno all’altezza della posta in gioco ambientale e sociale attuale. Sessant’anni dopo la sua creazione, avrebbe bisogno di una profonda riforma. Ban Ki-Moon, il suo nuovo segretario generale, si è detto pronto a continuare la politica per una “mondializzazione più umana”, grazie al buon genio dello “sviluppo sostenibile”. Dietro queste belle parole si nasconde la volontà di sottomettere l’Onu alla legge delle società trasnazionali [Stn]. Come ogni tragedia, questa pièce si è svolta in tre atti.

Atto primo. Nel 1993, le Stn strappano, con il sostegno degli Stati uniti, loscioglimento della Commissione delle nazioni unite sulle Stn incaricata, dal 1973, di studiare le conseguenze sociali e ambientali delle loro attività, se necessario imponendo degli obblighi. Per queste imprese transnazionali, che controllano il quarto della produzione mondiale impiegando solo 61 milioni di dipendenti, non è più possibile sospettare così il mondo degli affari. Tutto questo mondo si è ritrovato a ottobre 1998 su invito del presidente della Nestlé per lanciare l’idea che il mondo economico possa oramai cooperare con le agenzie dell’Onu.

Atto secondo. Nel gennaio 1999, durante il summit di Davos Kofi Annan lancia una proposta ai padroni delle mille più grandi Stn. Potrebbero firmare un accordo nel quale si impegnerebbero a rispettare dieci grandi principi giuridici su cui poggia il diritto internazionale perché “la mondializzazione porti vantaggi reali ai più”. Trasformato in rappresentante delle multinazionali, Kofi Annan ha fatto il giro delle grandi capitalI per spiegare che “è chiaro che gli interessi del settore privato convergono perfettamente con gli obiettivi di sviluppo delle Nazioni unite. è utopica l’idea che la povertà possa essere sconfitta senza il sostegno attivo del mondo degli affari”. I padroni ottenero, in cambio della loro firma, il principio di un “controllo light” sull’applicazione dei loro impegni morali.

Ciliegina sulla torta: promuovere le Stn a imprese fraterne facendole beneficiare della leggitimità delle Nazioni unite, attraverso, per esempio, la loro adesione al programma per lo sviluppo sostenibile. Il riconoscimento dell’Onu diventa così acquistabile con fior di dollari. Non tutti possono però permetterselo: sono escluse le imprese con meno di dieci dipendenti. È vero che non potrebbero rivaleggiare con Bill Gates che ha già versato più di 500 milioni di dollari per sradicare la poliomelite, né con Ted Turner, il capo della Cnn, che si è impegnato a dar un milliardo di dollari su dieci anni. In cambio di questa promessa delle grandi multinazionali di agire bene, l’Onu si impegna a operare nell’interesse della mondializzazione economica. “Aspettiamo dai governi dei paesi in sviluppo che mettano in atto gli incitamenti, le infrastrutture e le politiche necessarie e proteggano come si deve i diritti di proprietà” riassumeva Kofi Annan nel 2005. Dal canto loro le Stn si impegnano a dare il “contributo del mondo degli affari agli obiettivi del Millenio per lo sviluppo”. Sono quasi due mila ad avere già aderito. Tutto ciò assomiglia a un racconto di fate per grandi capi ma chi può credere che questa politica di relazioni pubbliche possa “strappare all’estrema povertà, entro il 2015, 500 milioni di persone” o che “30 milioni di bambini saranno, grazie alle imprese, salvati da malattie che si possono curare?”

Atto terzo. Si fa strada l’idea di sostituire la vecchia regolamentazione dell’Ufficio internazionale del lavoro con un codice standard che non sarebbe più promulgato dagli stati ma da un organismo privato.
Insomma è decisamente indispensabile una nuova Onu per riaffermare il ruolo centrale della politica nella gestione delle crisi ambientali. Potrebbe essere incaricata, ad esempio, di gestire le ultime riserve di alcune materie prime la cui preservazione è vitale per le generazioni future?

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