Liberazione, il quotidiano di Rifondazione Comunista, di domenica 3 luglio 2005 riportava un articolo di Gianni Ventola Danese dal titolo Obiettivo Decrescita. Il decalogo è questo. Dopo qualche giorno inizia sempre sullo stesso quotidiano un dibattito sulla Decrescita. Un dibattito simile era stato fatto l’anno scorso sul tema della nonviolenza conclusosi con la pubblicazione di un libro dei i vari interventi fatti da militanti di Rifondazione Comunista, del Movimento no-global e altri militanti. Questo argomento della nonviolenza è stato anche trattato dal settimanale Carta Cantieri Sociali che ha pubblicato un libro del marxista John Holloway dal titolo Cambiare il mondo senza prendere il potere, quindi senza ricorrere alla violenza ma con pratiche pacifiche, positive e costitutive. In questo contesto si colloca in continuità il tema della Decrescita. Il dibattito nella sinistra radicale è stato iniziato dal responsabile economico di Rifondazione Comunista, Andrea Ricci, che in sintesi così commenta le sue ragioni di critica sul tema della Decrescita:
“che il modo di produzione capitalistico operi attraverso uno sfruttamento distruttivo degli uomini e della natura è, tra di noi, una verità talmente ovvia da non meritare discussioni. Così come altrettanto scontata è la critica al Pil come indicatore di benessere e la necessità di realizzare praticamente nuove forme di produzione e di consumo che liberino, insieme agli uomini, anche la natura dalla rapina sistematica operata dai meccanismi economici capitalistici, garantendo la riproduzione integrale dei cicli ecologici. La novità e lo straordinario interesse del dibattito aperto da Liberazione consiste nel tentativo di andare oltre la pura ripetizione di queste verità ormai per noi acquisite e di avviare un confronto interno al pensiero "alternativo” in merito ad una posizione che sta conoscendo una rapida diffusione anche a sinistra, quella che va sotto il nome della “decrescita”, in particolare nella versione sostenuta dal suo principale esponente, il sociologo francese Serge Latouche".
In un suo precedente intervento Andrea Ricci ha tentato di spiegare l’incompatibilità tra la teoria della Decrescita e “l’ipotesi di fuoriuscita da sinistra dal modello neoliberista”. Per Andrea Ricci:
“ciò che ha sollevato i maggiori risentimenti è stata la frase circa il carattere talvolta reazionario che si nasconde dietro l’apologia della decrescita […] Tra i principali adepti e ammiratori della decrescita e, in particolare del suo nume tutelare Serge Latouche, troviamo in Francia la corrente della "nouvelle droite” di Alain de Benoist e in Italia il Movimento leghista dei Giovani Padani e il vasto arcipelago della “nuova destra”, di matrice pagana e comunitaria, che si raccoglie intorno ad intellettuali come Marco Tarchi, Marcello Veneziani, Franco Cardini, Massimo Fini ed Eduardo Zarelli, ispiratori di numerose riviste e associazioni politico-culturali di chiaro orientamento neofascista […] Latouche ama ripetere che l’obiettivo del suo movimento è la fuoriuscita, non dal capitalismo, ma dalla mentalità economica tout court, e per far ciò propone un modello di organizzazione sociale fondato su micro-comunità locali autosufficienti, rese fortemente coese da un profondo senso di appartenenza identitaria ad un territorio e ad una cultura autoctona. E la strada per giungere a questa armonia è indicata nella volontaria trasformazione psicologica interiore, nella “decolonizzazione dell’immaginario” attraverso un processo di progressiva sottrazione individuale dalle macroreti del mercato e del denaro. Il retroterra ideologico di Latouche, facilmente rintracciabile da chiunque abbia confidenza con i suoi lavori, è il frutto di un eclettico miscuglio delle principali correnti spiritualiste e antimaterialiste del Novecento […] Il filo rosso che unisce queste differenti ispirazioni culturali è un viscerale anti-illuminismo, che si traduce in un rifiuto radicale della modernità in nome di un richiamo nostalgico ad un immaginario passato di armonia e di equilibrio dell’uomo con la natura e con se stesso, come quello che sarebbe valso nelle comunità tribali africane, non a caso oggetto di numerosi lavori di Latouche. Non sorprende allora che le sue idee possano trovare insospettabili sostenitori nei nuovi teorici del razzismo differenzialista […] D’altra parte Latouche è un fervente sostenitore dell’insignificanza delle categorie destra/sinistra, ritenute vecchie e superate, in nome di un nuovo spartiacque politico fondato (ah, la modestia!) sul binomio crescita/decrescita e a tal fine ha organizzato un nuovo movimento politico-culturale, molto attivo in Francia ed ora anche in Italia, che ha trovato spazio soprattutto in alcune frange no-global".
A questa lettera-articolo di Andrea Ricci risponde il direttore responsabile di Carta, Pierluigi Sullo, che si dice:
“molto interessato alla discussione che si è aperta su Liberazione a proposito della "decrescita”, in quanto la rivista Carta sostiene le tesi di Serge Latouche, dalla critica all’utilitarismo all’analisi del post-sviluppo, ad esempio in Africa, fino appunto alla decrescita". A Pierluigi Sullo “pareva che su Liberazione, fino ad oggi, gli argomenti degli uni e degli altri (essendo gli altri i post-neo-keynesiani tuttora legati alla dottrina dell’aumento della produzione, cioè dei salari, cioè dei consumi, come indice del benessere di una società) avessero potuto svolgersi con una certa pacatezza. Finalmente, mi dicevo, si accetta un confronto così spinoso, per la cultura di sinistra, così duramente ancorata allo "sviluppo delle forze produttive” da “liberare” dai vincoli imposti da quel “rapporto sociale” che passa sotto il nome di capitale. E nemmeno il disastro ambientale, o la crisi generalizzata della democrazia, o la catastrofe sociale globale, o la scelta – per molti versi obbligata – della guerra come motore dell’accumulazione hanno scalfito, negli ultimi anni, la convinzione di molti “economisti marxisti” (denominazione che a me suona come un ossimoro) che la soluzione a tutti i guai stia nella ripresa dello “sviluppo”, purché al posto di guida della macchina infernale ci sia la “politica”, essa sì in grado di orientare gli “investimenti”, “redistribuire la ricchezza”, ecc. Ma insomma, mi dicevo, questo problema si è finalmente aperto anche in un partito comunista come Rifondazione. Merito, pensavo, delle aperture culturali dell’ultimo congresso, sulla nonviolenza (che non è solo una maniera di fare gentile, ma un’altra possibile forma delle relazioni sociali nonché una critica del potere), sulla democrazia municipale (basata sul presupposto che le “classi” sono state sparpagliate sul territorio, che è la “fabbrica” neoliberista, oltre che su un diverso rapporto tra città e campagna, tra produzione e consumo), e su altre acquisizioni dell’altermondialismo. E dello zapatismo, aggiungerò". Per Pierluigi Sullo seguendo il ragionamento di Andrea Ricci, basato sull’equazione “l’amico del mio nemico è mio nemico”, “i sostenitori della decrescita, primo tra tutti Serge Latouche, sono alla meglio reazionari, sennò direttamente fascisti o nazisti, o ambedue le cose[…] Nei miei anni giovanili mi sono anche molto occupato della corrente di pensiero che fa capo ad Alain de Benoist e, in Italia, a Marco Tarchi, con il quale – lo segnalo a Ricci come dichiarazione di colpevolezza – ho perfino tenuto, in anni lontani, un carteggio che aveva al suo centro le rispettive, molto diverse, interpretazioni di Antonio Gramsci. Di questo tema ebbi modo di dibattere, con Tarchi, a un "Campo Hobbit”, sorta di camping estivo dei neonazisti che ero andato a visitare per scriverne sul manifesto, di fronte a duecento camerati in tuta mimetica e con il cranio rasato. Ricci ne ricaverà un ulteriore teorema: ecco da dove viene Carta, dove nasce la sua passione per la decrescita. Io cito questi fatti, invece, per dire che so bene di che cosa stiamo parlando, e quanto vecchia (inizio anni ottanta) è la “scoperta” del comunitarismo di stampo neonazista (il fascismo c’entra poco, faccio notare a Ricci). Da allora molta acqua è passata sotto i ponti e molto neoliberismo ha frantumato e ristrutturato (sto citando Marcos) le nazioni, i popoli, gli Stati e, va da sé, i modi della produzione. Ed è francamente inquietante che vi sia chi, come Ricci, evidentemente smarrito in una scolastica “marxista” (ma lasciamo in pace Marx), come quel tale cavaliere, che non se n’era accorto, andava combattendo ed era morto. Seguissi lo stesso stile, potrei “dimostrare” che gli appelli allo “sviluppo” o alla “crescita” di questa sinistra-economista sono identici a quelli del presidente del Fondo monetario o, più modestamente, del capo della Confindustria o del governatore della Banca d’Italia. E che infatti il sostegno della sinistra più “responsabile” a privatizzazioni, ponti sugli stretti e altri orrori antisociali germina da quella medesima radice".
Il dibattito sulla Decrescita all’interno del quotidiano Liberazione è continuato con diversi interventi che riguardano il rapporto tra ecologia e crescita economica. La Decrescita è un tema economico che accomuna diverse posizioni sia a destra sia a sinistra, ovviamente radicale. Da un punto di vista politico è accaduta la stessa cosa per il referendum francese alla Costituzione Europea. Il filosofo sloveno Slavoj Zizek commenta questo evento politico sul settimanale Internazionale constatando che:
“gli unici partiti che hanno sostenuto ufficialmente il no sono stati quelli agli estremi opposti dello spettro politico, cioè il Front national di Le Pen a destra e i comunisti e i trotskisti a sinistra […] Da sinistra dobbiamo respingere l’insinuazione carica di scherno dei liberal, che ci accusano di andare a braccetto con i neofascisti. La nuova destra populista e la sinistra hanno in comune una cosa sola: la consapevolezza che la politica vera e propria è ancora viva”.
Il segretario di Rifondazione Comunista Fausto Bertinotti, in un suo articolo apparso sul mensile Aprile dal titolo “Attenzione, il voto di Francia e Olanda non é solo di destra”, osserva che:
“la vittoria del No al referendum sul Trattato costituzionale in Francia e in Olanda rappresenta uno straordinario successo. Il segno di sinistra di questo voto è inequivocabile. Basta saper leggere i dati per rendersene conto. Il segno di classe che si è espresso è davvero impressionante. Attraverso lo studio dei flussi del voto francese emerge una mappa sociale del voto. Solo pochi esempi: l’80% degli operai e oltre il 60% dei tecnici hanno votato No al Trattato. Con il No si è espressa, sostanzialmente, la "società in basso”, esprimendo attraverso il voto, l’opposizione popolare alle politiche neoliberiste. Accanto a quella sociale, c’è una mappa politica del voto che va nella stessa direzione: si è espresso per il No compattamente tutto l’elettorato della sinistra radicale (il Pcf, la Ligue) e in tal senso si è espresso il 60% di quello socialista. Attorno al No al Trattato si è coalizzato un rassamblement che ha visto assieme tutte le forze della sinistra comunista e critica, la sinistra socialista, i più significativi movimenti della società francese (da Attac fino al movimento di Bové)".
Ritorniamo a questo punto in ambito economico e lo facciamo con il contadino no-global José Bové che ha scritto un articolo dal titolo “Progresso privo di futuro? Una cultura del limite anziché l’obbligo del sempre di più”. José Bové (come Serge Latouche, Massimo Fini, Edurado Zarelli, Acues Testart, Albert Jacquard, Majid Rahnema, Paul Ariés, Alain de Benoist, Mauro Bonaiuti, Maurizio Pallante, Marco Deriu, Jacques Ginevald, Vincent Cheynet, Pierluigi Sullo, Georgescu-Roegen, Vandana Shiva, Helena Norberg-Hodge, insieme a tanti altri ecologisti, comunisti, comunitaristi, comunardi, anarchici, populisti, militanti no-global, spiritualisti e materialisti, reazionari e rivoluzionari) si vede d’accordo nell’affermare che:
“Il grande mito del XIX secolo è stata l’ideologia dello sviluppo, costruita al tempo stesso da liberali e marxisti: due sistemi identici, basati su scientismo, Stato e mercato […] Ciò che costituisce la base del movimento planetario attuale della rimessa in discussione della globalizzazione e della volontà di dire che occorre disfare lo sviluppo è la necessità di farla finita con l’ideologia del progresso. Questo grande mito del XIX secolo è stato l’ideologia dominante, costruita al tempo stesso dai liberali e dai marxisti, costituendo la faccia e il rovescio di una stessa medaglia. Oggi esiste un nuovo pensiero; si è compreso che quei sistemi erano rigorosamente identici, basati al tempo stesso sullo scientismo, sulla logica della produzione e del mercato e sulla glorificazione dello Stato o delle istituzioni. Oggi dobbiamo affrontare una ridiscussione globale dell’insieme di questo schema. Ciò spaventa, evidentemente, e ritornano i vecchi demoni, le vecchie ricette del passato. Presto ci spiegheranno che di fatto, all’inizio del XX secolo, non si era ben compreso che cosa si dovesse fare, ma che il modello è sempre valido: solo gli uomini che lo hanno messo in atto non erano validi. Non possiamo più accettare questa logica delle avanguardie e questa logica scientista applicate all’economia e alla politica. È ciò che dobbiamo rimettere in discussione, unitamente alla logica della battaglia. In questa visione, qual è la speranza? Ebbene, le speranze sono gli uomini e le donne che oggi, ovunque, si muovono per denunciare questa situazione, ma anche per costruire le alternative al quotidiano e non attendono l’indomani per cominciare a costruire”.
Ebbene, come mai Fausto Bertinotti considera di sinistra un José Bové che Andrea Ricci definirebbe “reazionario”? Ma ritorniamo al dibattito su Liberazione che ha preso toni così estremi da superare ogni limite e portare Pierluigi Sullo a riscrivere un’altra lettera al direttore responsabile di Liberazione Piero Sansonetti. Il direttore di Carta inizia la sua lettera definendosi un “nemico di classe” perché:
“il dibattito che si sta svolgendo sul giornale di Rifondazione, a proposito di Prodotto interno lordo e di "decrescita”, ha assunto toni che – almeno a me pare – debordano da quelle pagine […] Emiliano Brancaccio – altro economista di sinistra – aggiunge: quel genere di ambientalisti sono “nemici di classe” […] Il deputato europeo di Rifondazione, anch’egli ambientalista da tutta una vita, Roberto Musacchio, commenterà: vedo aggirarsi gli spettri del Novecento. Come si spiega, questa violenza nei toni? Perché, dopo anni in cui, tra un Forum di Porto Alegre e uno di Firenze, la discussione tra neo-post-keynesiani e sostenitori della decrescita si era svolta in modo pacato, improvvisamente questi ultimi diventano “nemici di classe”, Latouche uno che “farnetica”, anzi sospetto di essere un pò nazista? Non sarà che il governo all’orizzonte, e dunque la “politica economica” da elaborare, hanno fatto perdere la bussola agli economisti di sinistra? Fossi Rifondazione, partito che cerca – come ripete Bertinotti – un comunismo tutto nuovo, mi preoccuperei molto di questo precipizio verso il passato di persone che, per altro, non militano nella minoranza più tradizionalista. E mi preoccuperei anch’io: Carta regalerà ai suoi abbonati, dalla fine di agosto, il nuovo libro di Serge Latouche [edito da Bollati Boringhieri]: subiremo forme di antifascismo economista-militante?".
Serge Moscovici, mentre negli anni settanta stava creando il movimento ecologista avvertiva che:
“come se non bastasse, la vulgata marxista, mascherata o palese, rifiutava queste nozioni come decisamente reazionarie. E poiché quelli che hanno letto Marx sono infinitamente meno numerosi di quelli che hanno letto qualcosa si Marx, il nostro naturalismo era visto come un antisocialismo o un antimarxismo”.
Vincent Cheynet, direttore della rivista francese La Décroissance. Le jounal de la joie de vivre, considera:
“la decrescita come un concetto che rompe un insieme di comportamenti sociali già da tempo accettati da tutte le formazioni politiche, dall’estrema destra fino all’estrema sinistra. I suoi difensori saranno immancabilmente attaccati. Cosa c’è di più umano che insultare un interlocutore fastidioso, piuttosto che rimettersi in discussione”.
Serge Latouche dice che…
“Lo sviluppo sostenibile è il proseguimento della colonizzazione con altri mezzi. Organizzare la decrescita significa rinunciare all’immaginario economico, cioè alla credenza che "di più” significhi “meglio”. La riscoperta della vera ricchezza nella pienezza delle relazioni sociali conviviali in un mondo sano può realizzarsi con serenità nella frugalità, nella sobrietà e addirittura in una certa austerità nei consumi materiali. La nostra eccessiva crescita economica supera già di gran lunga la capacità di carico della Terra. Se tutti gli abitanti del mondo consumassero come l’americano medio, il limite fisico del pianeta sarebbe di gran lunga superato. I ricercatori che lavorano per il World Wide Fund (WWF) hanno calcolato che lo spazio bioproduttivo disponibile sarebbe di 1,8 ettari a testa. Un cittadino degli Stati Uniti consuma in media 9,6 ettari, un canadese 7,2, un europeo medio 4,5. La decrescita dovrebbe essere organizzata non solamente per preservare l’ambiente, ma anche per restaurare quel minimo di giustizia sociale senza il quale il pianeta è condannato a esplodere. Il 14 febbraio 2002, a Silver Springs, davanti ai responsabili americani della meteorologia, Gorge W. Bush ha dichiarato: “La crescita è la chiave del progresso ambientale, in quanto fornisce le risorse che consentono di investire nelle tecnologie appropriate: è la soluzione, non il problema” . Di fondo, questa posizione “pro-crescita” è condivisa dalla sinistra, compresi anche molti “altermondialisti”, che nella crescita vedono la soluzione del problema sociale, attraverso la creazione di posti di lavoro e una più equa ripartizione dei redditi. La società della crescita non è auspicabile per almeno tre motivi: perché incrementa le disuguaglianze e le ingiustizie, perché dispensa un benessere largamente illusorio, e perché non offre una possibilità di vita conviviale neppure ai “benestanti”. È un’antisocietà malata della propria ricchezza e il miglioramento del tenore di vita di cui crede di beneficiare la maggioranza degli abitanti dei paesi del Nord si rivela sempre più un’illusione. Indubbiamente, molti possono spendere di più per acquistare beni e servizi mercantili, ma dimenticano di calcolare una serie di costi aggiuntivi che assumono forme diverse, non sempre monetizzabili, legate al degrado della qualità dell’aria, dell’acqua, dell’ambiente, spese di “compensazione” e riparazione imposte dalla vita moderna (farmaci, trasporti, intrattenimento), o determinate all’aumento dei prezzi di generi divenuti rari (l’acqua in bottiglie, l’energia, il verde…). Difatti, mentre si cresce da un lato, dall’altro si accentuano le perdite. In altri termini, in queste condizioni la crescita è un mito, persino all’interno dell’immaginario dell’economia del benessere, se non della società dei consumi! Ma tutto questo purtroppo non basta a farci scendere dal bolide che ci sta portando diritti contro un muro, per cambiare decisamente rotta. Intendiamoci bene: la decrescita è una necessità, non un ideale in sé. E non può certo essere l’unico obiettivo di una società del dopo-sviluppo, o di un altro mondo possibile. Si tratta di fare di necessità virtù e di concepire la decrescita, per le società del Nord, come un fine che ha i suoi vantaggi; mente quest’obiettivo non è all’ordine del giorno per le società del Sud perché, pur essendo influenzate dall’ideologia della crescita, il più delle volte non sono “società della crescita” in senso proprio. Adottare la parola d’ordine della decrescita vuol dire innanzitutto abbandonare l’obiettivo insensato di una crescita fine a se stessa. Ma attenzione: il significato di decrescita non è quello di crescita negativa, espressione antinomica e assurda che è un po’ come dire “avanzare retrocedendo”, e che riflette in pieno il dominio del concetto di crescita nell’immaginario. Possiamo immaginare gli effetti catastrofici di un tasso di crescita negativo! Così come una società fondata sul lavoro non può sussistere senza lavoro, non vi può essere nulla di peggio di una società della crescita senza crescita. Ecco perché la sinistra istituzionale è condannata al social- liberismo, finché che non osa affrontare la decolonizzazione dell’immaginario.
La decrescita è concepibile solo nell’ambito di una “società della decrescita”, i cui contorni devono essere delineati e che non comporta necessariamente un regresso sul piano del benessere. Un primo passo per una politica della decrescita, infatti, può essere quello di ridurre, se non sopprimere, l’impatto ambientale, ad esempio “rilocalizzando” l’economia e ridimensionando l’enorme mole degli spostamenti di uomini e merci sul pianeta".
Piccole comunità autogestite alla Serge Latouche. Perchè no!
Vandana Shiva definisce le comunità: “come un insieme di membri che si uniscono per un comune interesse e che possono esistere anche in località diverse”. Non è forse più facile a livello locale iniziare a cambiare lo stato di cose esistenti attraverso, ad esempio, pratiche di convivivialità e solidarietà nelle relazioni umane; sobrietà e condivisione nei consumi; biologico nell’alimentazione; partecipazione nelle decisioni pubbliche; produzione di beni e servizi organizzati in distretti di economia solidale; Mutue Auto Gestione per amministrare il risparmio in modo diverso; sistemi di acquisto e scambio alternativi; commercio equo e turismo responsabile; bioarchitettura e bioedilizia per costruire in armonia con la natura; energie rinnovabili per muoversi silenziosamente. Per Maurizio Pallante:
“Nessuno potrebbe illudersi di autoprodurre tutto ciò che gli serve per vivere. L’autoproduzione di beni e servizi può essere tuttavia potenziata da scambi non mercantili fondati sul dono e la reciprocità, che oltre ad essere fattori di decrescita economica contribuiscono anche a rafforzare i legami sociali. Il dono e la reciprocità, che hanno sostanziato la vita economica delle società pre-industriali e nei paesi industrializzati hanno apportato i loro benefici fino agli anni cinquanta del secolo scorso, non devono essere confusi con i regali acquistati e donati in un numero di circostanze fittizie crescenti, create appositamente per potenziare il consumismo, né possono essere semplicemente ridotti al baratto (scambio di prodotti senza l’intermediazione del denaro), ma consistono essenzialmente in uno scambio gratuito di tempo, di professionalità, di conoscenze, di disponibilità umana. In tutte le società di tutti i luoghi del mondo in cui, prima dell’industrializzazione e della mercificazione di tutte le sfere della vita umana, queste forme di scambio non mediato dal denaro sono state realizzate seguendo tre regole, non scritte, ma generalizzate: l’obbligo di donare, l’obbligo di ricevere, l’obbligo di restituire più di quello che si è ricevuto. Così si creano legami sociali, mentre gli scambi mercantili li distruggono. La parola "comunità”, formata dall’unione delle parole latine cum, che significa “con”, e mumus, che significa “dono”, indica un’associazione fondata su scambi non mercantili, sul dono e la reciprocità, su legami sociali più forti di quelli esclusivamente mercantile che legano i membri di una società […] Rivalutare i legami comunitari nelle famiglie, rompere il limiti mononucleari in cui la famiglia è stata ristretta, riscoprire l’importanza dei rapporti di vicinato, costruire gruppi di acquisto solidale e banche del tempo…".
Se consideriamo anche le storiche e reali rivoluzione comuniste della Comune di Parigi del 1871 e la costituzione del Soviet di San Pietroburgo nel 1905, osserviamo con Costanzo Preve, altro marxista “reazionario”, che:
“Marx nell’insieme sostenne la Comune di Parigi che aveva per la prima volta nella storia mostrato in pratica che cosa significasse il potere operaio e proletario, e cioè l’autogoverno politico e l’autogestione economica. Vale la pena di sottolineare questa "approvazione” di Marx alla Comune di Parigi per molte ragioni, di cui qui mi limiterò a sottolinearne due. Primo, l’approvazione di Marx alla Comune di Parigi influenzo moltissimo il marxismo successivo, compreso lo stesso Lenin, che in Stato e Rivoluzione (opera scritta proprio nel 1917, anche se mai applicata) non fece che sviluppare ed aggiornare le note di Marx alla Comune di Parigi e sulla “distruzione” dello stato sostituito da forme decentrate (e di fatto “comunitarie”, se a questo termine si cerca di dare un significato allargato ma sensato), basate appunto sull’autogoverno politico e sulla autogestione economica. Secondo, l’approvazione di Marx alla Comune di Parigi deve far riflettere chi lega Marx al partitismo e allo statalismo comunisti del Novecento, come se appunto dalla sua teoria potessero derivare e potessero legittimamente “dedursi” il partitismo e lo statalismo comunisti novecenteschi, più esattamente il partitocentrismo e lo statocentrismo ricoperti entrambi da una corazzatura ideologica di legittimazione".
Condivido con Toni Negri e Michael Hardt che:
“oggi, la militanza politica rivoluzionaria deve riscoprire quella che è sempre stata la sua forma originaria: un’attività costituente e non rappresentativa. Oggi, la militanza è una pratica positiva, costruttiva e innovatrice. Questa è la forma in cui noi e tutti coloro che si rivoltano contro il comando del capitale si riconoscono come militanti. I militanti resistono al comando dell’impero creativamente”.
Questa è la militanza della Comune di Parigi, dei Soviet, di Porto Alegre, delle comunità africane e messicane che resistono alla globalizzazione, ecc… Anche Lenin in alcuni suoi articoli parla di “comunità di produzione e consumo” e con Latouche aggiungiamo “eque, solidali, autonome, periferiche e dissidenti rispetto alla megamacchina capitalistica”. Per Slavoj Zizek:
“Lenin replicava ai suoi critici menscevichi che la scelta veramente libera è una scelta in cui non mi limito a scegliere tra due o più alternative all’interno di un insieme prestabilito di coordinate, ma scelgo invece di modificare quell’insieme stesso di coordinate […] L’ascesa del capitalismo globale si presenta a noi nelle vesti del Fato, contro cui non è possibile combattere: o ci adattiamo, oppure la storia ci lascia indietro, ci travolge. L’unica cosa che si può fare è rendere il capitalismo globale quanto più umano possibile, combattere per un "capitalismo globale dal volto umano”. La nostra scelta politica fondamentale – essere socialdemocratico o cristiano-democratico in Germania, democratico e repubblicano negli Stati Uniti, ecc. – non può non ricordarci l’imbarazzo della scelta quando chiediamo un dolcificante artificiale in un bar: l’alternativa onnipresente fra bustine rosa e bustine blu, fra sweet’n’low e dietor, e la ridicola pervicacia con cui ognuno sceglie fra le due evitando quella rosa perché contiene sostanze cancerogene o viceversa, servono semplicemente a evidenziare l’insignificanza totale dell’alternativa. E lo stesso discorso si ripete per la Coca e la Pepsi. Ancora, è un fatto ben noto che il pulsante “chiudi porte” degli ascensori è quasi sempre un placebo assolutamente inefficace piazzato lì soltanto per dare ai singoli individui l’impressione di partecipare, di contribuire in qualche modo alla velocità del viaggio in ascensore; ma quando premiamo quel pulsante, la porta si chiude esattamente alla stessa velocità di quando ci limitiamo a premere il pulsante del piano. Questo caso estremo di falsa partecipazione è una metafora efficace della partecipazione degli individui al processo politico della nostra società "postmoderna"… E questo il motivo per cui, attualmente, tendiamo a evitare Lenin: non perché egli fosse un “nemico della libertà”, ma piuttosto, perché ci ricorda i limiti ineluttabili (imprescindibili) delle nostre libertà; non perché non ci offra una scelta, ma piuttosto perché ci ricorda il fatto che la nostra “società delle scelte” preclude qualsiasi vera scelta".
Vorrei concludere questo scritto con un ulteriore citazione di Serge Moscovici:
“il problema non è "Siete favorevoli o contrari al progresso tecnologico?”, ma “a quale tecnologia, a quale scienza”. Se si tratta del Concorde o di un’automobile che fa i trecento all’ora diciamo no, se si tratta di una casa dove possiamo vivere meglio, di un’energia decentralizzata e rigenerabile, evidentemente si. Insomma, all’idea di una crescita automatica noi vogliamo sostituire l’idea di scelta: il progresso va scelto e non subìto".






