Scenari di convivialità

PARTE PRIMA
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“L’uomo contemporaneo ha ormai raggiunto una capacità di intervento sugli ecosistemi assolutamente sconosciuta ai suoi predecessori. Il quadro è ora completamente mutato. La potenza della tecnologia è tale da poter compromettere la capacità degli ecosistemi di sostenere la vita. Egli è ora solo di fronte all’arduo compito di controllare se stesso. In questo senso la razionalità strumentale, il protendersi verso le cose senza curarsi delle conseguenze sistemiche delle proprie azioni, diviene al tempo stesso il portato ultimo dell’evoluzione della specie e il pericolo principale per la sua sopravvivenza.”
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“Secondo la teoria neoclassica l’unità di analisi è l’individuo: il comportamento economico è determinato dalla somma di comportamenti individuali. La dimensione sociale o di gruppo è assente dall’analisi economica standard. Difficilmente si potrebbe immaginare un’ipotesi più irrealistica di quella secondo cui il comportamento economico è astraibile dalla dimensione sociale.”
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"Per quanto riguarda la scienza economica, Georgescu-Roegen ha fortemente criticato la pretesa dell’economia standard di identificare leggi economiche valide anche al di fuori del contesto occidentale. In particolare egli negava la possibilità di estendere le leggi economiche che caratterizzano i paesi capitalistici alle economie agricole dei paesi sottosviluppati. Questo aspetto meno noto della teoria bioeconomica assume oggi uno straordinario rilievo: è sempre più chiaro infatti che lo studio delle economie dei paesi del Sud del mondo non può essere svolto prescindendo da fattori di natura istituzionale, culturale e religiosa che caratterizzano queste economie altre. In particolare le comunità contadine e le economie informali tipiche delle periferie urbane del Sud del mondo sembrano non conformarsi ai criteri della razionalità economica occidentale (Latouche 1991).

L’impossibilità di individuare leggi economiche universali, porta a un rinnovato interesse per la dimensione locale, un’attenzione tesa a valorizzare le qualità peculiari dei luoghi e a promuovere l’autogoverno delle società locali (Magnaghi 2000)"
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PARTE SECONDA
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“E’ su questo punto che si consuma un’insanabile rottura tra l’economia standard e le leggi della fisica e della biologia. In un mondo fisicamente limitato, in cui energia e materia sono sottoposte a un irreversibile processo di degradazione (entropia), presupporre la del consumatore significa postulare le condizioni della propria autodistruzione come specie, facendo della scienza economica un costrutto astratto, completamente disancorato da ogni realtà fisica e biologica.”
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“Il piacere di abbeverarsi a una fonte di alta montagna o la semplice contemplazione di un paesaggio alpino, la possibilità di osservare, o meglio ancora, di convivere con la moltitudine di esseri viventi che abitano la biosfera, costituiscono da sempre una continua fonte di gioia per gli esseri umani, che si genera, si noti bene, indipendentemente dalla produzione e dal consumo di beni. Ciò che desidero mettere in luce è che una parte importante del benessere/felicità a cui gli esseri umani possono attingere dipende da un fondo (il capitale naturale) che già esiste e che pertanto non richiede alcuno sforzo produttivo (sia in termini di ‘lavoro’ che di impiego di capitale, risorse o tecnologia) se non quello legato alla sua conservazione.”
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“In conclusione questo approccio [bioeconomico-ndr], oltre a mostrare l’importanza delle diverse tipologie di ricchezza (e dunque non solo dei redditi) ai fini del benessere delle società, consente di interpretare una serie di fenomeni più vasti, che si verificano alla frontiera tra biosfera, economia e società e che sfuggono alle maglie dell’analisi tradizionale. Innanzitutto esso consente di spiegare per quali motivi nelle economie occidentali, nonostante un significativo aumento nei consumi di beni e servizi tradizionali, sia sempre più diffusa la percezione di una riduzione del benessere. Ciò può essere spiegato attraverso un deterioramento nella qualità dei fondi.”
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"Ciò che insegnano le leggi della termodinamica, e in particolare la legge di entropia, è che la decrescita della produzione è inevitabile in termini fisici. Ciò non significa, e non deve portare a credere che questo implichi necessariamente una riduzione della produzione in termini di valore né, tantomeno, della felicità delle persone. Ciò premesso ritengo possibile (e forse anche probabile) che l’inevitabile riduzione della produzione in termini fisici trascinerà con sé una qualche riduzione del prodotto mondiale lordo, come immaginava Georgescu-Roegen, e dunque a una crisi del capitalismo globale.

Qui entriamo nel terreno delle speculazioni dove, credo, nessuno oggi disponga di previsioni attendibili.
Due sono essenzialmente le alternative. La prima è che una qualche catastrofe di dimensioni planetarie induca una profonda revisione delle preferenze. La seconda è che una profonda revisione delle preferenze eviti la catastrofe. Affinché sia questa seconda strada a essere percorsa molto dipenderà dalla capacità che sapremo dimostrare di produrre valore riducendo l’utilizzo di materia/energia.
Occorre dunque rivedere il nostro modo di concepire la produzione di valore economico. Un possibile percorso attraverso cui intraprendere questa trasformazione è costituito dal trasferimento della domanda verso la produzione di ‘beni relazionali’

Verso una ‘decrescita conviviale’

In altre parole, occorre favorire lo spostamento della domanda dalla produzione di beni tradizionali ad alto impatto ambientale, a quei beni per i quali l’economia solidale o civile posiede uno specifico vantaggio comparato, cioè i beni relazionali. Nelle società avanzate vi è una specifica domanda di qualità della vita. Ma tale domanda non si soddisfa grazie alla produzione di maggiori quantità di beni ‘tradizionali’ (Zamagni 1998). E’ piuttosto una domanda di attenzione, di cura, di conoscenza, di partecipazione, di nuovi spazi di libertà, di spiritualità. La ‘produzione’ di questo tipo di ‘beni’ comporta la degradazione di quantità molto modeste di materia/energia. Essi tuttavia possono, in prospettiva, sostenere una quota significativa della produzione futura in termini di valore,quantomeno nei paesi ricchi. Questo certamente significa una trasformazione profonda dell’immaginario economico e produttivo (Latouche, 2002).

Occorre essere ben consapevoli che una politica ecologica incentrata unicamente su una drastica riduzione dei consumi (oltre a essere con ogni probabilità destinata al fallimento) creerebbe, data l’attuale struttura della produzione, una drammatica riduzione della domanda globale e dunque un aumento significativo della disoccupazione e del disagio sociale. Proviamo a immaginare cosa accadrebbe se improvvisamente tutto l’Occidente si adeguasse a livelli di consumo ecologicamente sostenibili: certo sarebbe una manna per gli ecosistemi, ma una vera e propria catastrofe per l’economia e per l’occupazione. In questa fase di transizione verso un’economia sostenibile andrà attribuita la massima importanza alla produzione di beni relazionali . Inoltre, mai come in questo momento è apparso chiaro il legame tra sostenibilità ecologica e sostenibilità economico-sociale. L’espansione dell’economia solidale, attraverso la produzione di beni relazionali, non solo crea valore economico laddove è possibile ridurre al minimo la degradazione della materia/energia, ma costituisce una potente via per la realizzazione di un’economia giusta, riequilibrando il processo di concentrazione della ricchezza a cui stiamo assistendo attualmente. Molti dei beni e servizi generalmente forniti da strutture pubbliche o private potranno in futuro essere svolti secondo i criteri dell’economia solidale da organizzazioni non profit: penso in particolare alla produzione agricola e alimentare di qualità, alla produzione di energia su base locale, all’artigianato, ai servizi, dalla formazione al turismo, solo per citare alcuni esempi (Laville 1994; Laville e Gardin 1996)."
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PARTE TERZA
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"Assai interessante dal nostro punto di vista è anche il circolo vizioso che si realizza sul fronte del lavoro. L’altra strada maestra con cui gli individui compensano l’angoscia e la solitudine che caratterizza le moderne società industriali è il lavoro inteso in termini strumentali, cioè come mezzo di affermazione sociale. Il bisogno di affermazione sociale porta a un progressivo aumento dell’impegno sul lavoro oltre che all’aumento vero e proprio della giornata lavorativa, che può giungere sino a raddoppiarsi rispetto agli standard contrattuali.

Questa rincorsa risulta ancora meno efficace e più drammatica di quella del consumo. Soffocare le angosce nel lavoro comporta una rimozione delle cause che ne sono alla radice. L’angoscia dunque non viene risolta; al contrario, il ridursi del tempo libero e più in generale l’estinguersi di quelle condizioni che consentirebbero una maggiore consapevolezza di sé rendono il processo di rimozione radicale e definitivo.

Gli alti redditi associati a posizioni sociali di successo troveranno generalmente sbocco in nuovi consumi (se non altro per rendere riconoscibile il proprio status sociale) alimentando il circolo vizioso dei consumi. Inoltre il bisogno di affermazione sociale, innescando le dinamiche della competizione posizionale (tutti cercheranno di avere successo e promozioni) porterà mediamente a vedere frustrate le proprie ambizioni, dando luogo a un nuovo slancio emulativo."
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“L’economia contemporanea presenta casi sempre più eclatanti in cui la pressione competitiva, contraddicendo le presunte proprietà ottimizzanti della ‘mano invisibile’ del mercato, favorisce comportamenti distruttivi per la collettività: in altre parole avvantaggia i ‘peggiori’.”
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" è importante rendersi conto che già ora i processi descritti danno luogo, in diverse parti del sistema economico e sociale, a fenomeni di reazione, di autorganizzazione spontanea della società civile, in altre parole a catene di feedback negativo che muovono nella direzione opposta rispetto a quelle potenzialmente esplosive prima descritte.

Ritengo necessario pertanto, in sede conclusiva, accennare ad alcuni di questi processi compensativi per l’ovvia ragione che essi costituiscono i possibili ‘rimedi’ all’attuale crisi ecologica e sociale. In altre parole indicano la direzione verso la quale è possibile muoversi per delineare un assetto economico e sociale ecologicamente e socialmente sostenibile."
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"Tali variegate esperienze, che riassumiamo qui sotto il nome di economia solidale e sostenibile, sono portatrici di istanze sociali, ambientali, partecipative che, a Nord come a Sud, vanno sperimentando soluzioni economiche altre rispetto all’economia standard.

Pur nella pluralità delle definizioni, possiamo affermare che le diverse esperienze di economia solidale perseguono obiettivi che vanno oltre il tradizionale comportamento autointeressato degli agenti. Esse trovano fondamento nel principio di reciprocità. La reciprocità costituisce un aspetto importante del comportamento umano: non sempre siamo disposti a interagire con altri al solo scopo di conseguire determinati obiettivi; quanto a dire che l’interazione non è solo pura attività strumentale (Caillé 1994; Godbout 1996). La relazionalità è, cioè, una risorsa che può essere consumata senza vincoli di scarsità: più ampia la cerchia dei ‘consumatori relazionali’ più frequente e soddisfacente diventa l’interazione (Zamagni 1998).

La capacità di innescare processi imitativi che diano luogo a una dinamica autoaccrescitiva di arricchimento sociale non va quindi assolutamente sottostimata. Il fatto che il ruolo potenziale dell’economia solidale sia ancora significativamente trascurato, tanto da essere ancora comunemente confuso con il ‘volontariato’, non deve indurre a facili conclusioni. La presenza del lavoro volontario è semmai la dimostrazione più evidente che il benessere che questa forma di organizzazione del lavoro sa produrre non è affatto associato (come nella concezione tradizionale) alla sola retribuzione (salario o profitto), ma è piuttosto strettamente connesso ai valori impliciti nelle finalità organizzative o alle particolari modalità (partecipative, sostenibili) con cui tali fini sono perseguiti, o a entrambe le cose. Pertanto ritengo che l’economia solidale possa costituire in prospettiva un autentico sostituto al consumo di beni tradizionali, compensando l’angoscia che è alla radice del tradizionale modo di consumare e consentendo al tempo stesso di approssimarsi alle condizioni di sostenibilità ecologica.

La spirale motivazionale della reciprocità, il surplus di benessere che si produce nella condivisione, è il solo processo che,a livello individuale, può contrastare l’inesorabile aumento dei consumi e dunque l’irreversibile degradazione della materia/energia che è alla base della crisi ecologica. Senza questo motore motivazionale, le pur meritevoli iniziative in difesa dell’ambiente, consumo critico, finanza etica, ecc. rischiano di restare espressioni di un calvinismo ecologico di nicchia.

L’altra via è probabilmente di natura politica. Si tratta in definitiva di rimettere la politica alla guida della locomotiva economica (Latouche). Ma questo non può certo avvenire nelle sole forme rappresentative che la politica ha conosciuto finora, le quali risultano ampiamente svuotate, devitalizzate, dall’operare dei circoli viziosi prima descritti. Il sistema politico è evidentemente un sistema cibernetico. Tuttavia la scarsa o nulla capacità di influenza del cittadino sulle dinamiche globali ha un effetto anestetico sui meccanismi tradizionali della rappresentanza. Emerge così l’urgenza di rivitalizzare le forme della politica, il che in termini cibernetici significa rendere percepibili al cittadino gli effetti della partecipazione democratica, decentrando e rendendo più aperti e partecipati i processi decisionali."

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